Fed, tutti gli uomini del presidente Warsh
Dal noto venture capitalist della Silicon Valley Marc Andreessen, all’ex governatore della BoE Mervyn King, passando per il Nobel Sargent: ecco chi riformerà la banca centrale Usa
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La guerra commerciale innescata dal presidente USA, Donald Trump, probabilmente porterà a una recessione globale, ma soprattutto segnerà l’avvio di una ristrutturazione del sistema economico e finanziario internazionale. Ne è convinto Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy di Lemanik, secondo cui al momento l’amministrazione americana è più focalizzata sulla difesa dei Treasury che su quella di Wall Street. E la sua politica fiscale restrittiva causerà un rialzo della disoccupazione, un aumento delle insolvenze sul credito al consumo, un rallentamento dei consumi interni e un cedimento dei profitti delle società quotate. La previsione dello strategist è quindi di un lungo periodo di stagnazione, che al momento è difficile stabilire se sarà inflattiva o deflattiva.
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“La recessione è probabilmente in corso già da tempo in Europa e in Regno Unito, mentre in Cina il 5% di crescita del PIL non è credibile. Negli Stati Uniti, invece, non si capisce come mai Biden abbia perso le elezioni con un’economia forte, borsa ai massimi e disoccupazione ai minimi”, afferma Novelli. Che fa notare come shock energetici, inflazione e perdita di potere d’acquisto, guerre e pandemia, dazi e guerra economica, rialzi dei tassi e restrizioni monetarie non sembrino scalfire il ciclo di crescita mondiale. “Alcuni analisti ritengono che gli USA siano in recessione da almeno due anni e oltre la metà dei cittadini americani pensa la stessa cosa: è la prima volta che si assiste a una tale divergenza di percezione tra opinione pubblica e dati ufficiali”, osserva l’esperto. Che aggiunge come sul sito della più grande società di sondaggi economici a stelle e strisce, la Gallup, si trovino dati in totale divergenza con quelli delle statistiche ufficiali.
Se questa divergenza tra quanto percepito dall’opinione pubblica e quanto comunicato nei dati continuerà, per Novelli potrebbe scatenarsi una crisi di fiducia nel sistema: un problema non di poco conto, che rischia di compromettere la cosiddetta ‘gestione delle aspettative’. “La perdita di fiducia nel sistema è già confermata dal fatto che i grandi investitori hanno abbandonato Wall Street e che il mercato è da anni terreno di trading solo per algoritmi e investitori retail”, spiega. Evidenziando come fondi a gestione attiva, fondi sovrani, fondi pensione e grandi family office globali da tempo abbiano un approccio al rischio decisamente basso in un contesto di bull market sostenuto. Altro elemento a conferma di questa tesi, secondo lo strategist, è l’ondata di acquisti di oro da parte delle banche centrali come mai prima d’ora. Che anche in questo caso arriva dagli istituzionali.
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Novelli precisa come i fondi d’investimento, essendo prevalentemente espressione di denaro retail, che acquistano quando hanno le sottoscrizioni e vendono quando hanno i riscatti, non vengano classificati nella categoria istituzionale, anche se il sistema li considera tali. “Qualcuno potrebbe chiedersi come mai il retail è tanto propenso a investire in azioni se poi è così pessimista sull’economia: il fatto è che il tipico operatore retail non ha un approccio da investitore ma da trader di breve termine. E l’operatività attraverso le piattaforme online ha accentuato l’attività di trading e l’approccio opportunistico”, chiarisce. Ne deriva, prosegue, che poiché il 70% dei volumi è fatto da algoritmi e il 25% dal retail, il segmento istituzionale è ormai una parte molto marginale del mercato: appena il 5%.
Per capire il contesto, secondo lo strategist è anche necessario comprendere come mai, in particolare dopo la crisi pandemica, si è generata tale divergenza tra dati e percezione dell’economia. “L’impatto macroeconomico dovuto al blocco quasi totale dell’attività produttiva e commerciale è stato probabilmente molto più profondo di quanto evidenziato nelle statistiche e la conseguente fase di recupero meno pronunciata di quanto riportato ufficialmente”, rimarca. Spiegando che questo è il principale motivo per cui l’America ha dovuto continuare a fornire un eccezionale supporto fiscale, nonostante le statistiche mostrassero una solida crescita. “La prevalenza di posti di lavoro creati nel 2023 e 2024 è stata ottenuta grazie alle assunzioni nella pubblica amministrazione (2,4 milioni) e nei singoli governi locali. E nello stesso periodo lo stimolo fiscale erogato dal governo federale, sommato quelli forniti dagli Stati, è stato di oltre il 10% del PIL”, argomenta. Inoltre, per Novelli, l’aumento dell’inflazione ha favorito il “massaggio” dei dati sulle vendite al dettaglio, gonfiate in termini nominali dall’aumento dei prezzi, e ha agevolato di conseguenza la sopravvalutazione del PIL, che nel frattempo ha beneficiato di due revisioni di calcolo in tre anni da parte del Bureau of economic analysis.
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A questo punto è arrivato Trump. Che sta varando un piano di intervento per proteggere l’economia americana dal libero commercio e sta tagliando la spesa pubblica, ben sapendo che rischia di creare una recessione o, nel migliore dei casi, di accentuare la divergenza tra i dati macro ufficiali e quelli percepiti. “È abbastanza evidente che il piano, dettagliato nel programma economico di Stephen Miran, è più focalizzato nel difendere i Treasuries (cioè il debito) che non la borsa”, rimarca Novelli. “L’economia Usa si trova tra l’incudine e il martello: se tagli la spesa, che ha contribuito all’80% del Pil negli ultimi due-tre anni, crei una recessione, ma se non lo fai ti esponi a una crisi sul debito e sui Treasury Bonds come nel 1971, 1986-1987 e 1994”, spiega.
In sostanza il principale motore della crescita USA, cioè la politica fiscale, diventerà restrittiva. E per lo strategist è lecito attendersi un rialzo della disoccupazione, un aumento ulteriore delle insolvenze sul credito al consumo, un rallentamento dei consumi interni e un cedimento dei profitti delle quotate. Quanto al PIL, la sua previsione è che la Fed sarà costretta a cedere sui tassi e che il dollaro inizierà una significativa svalutazione, mettendo a rischio la tenuta dei flussi di capitale dall’estero che hanno sostenuto Wall Street. “Per chi non si fosse accorto, la correlazione USD-SPX è nettamente positiva e la narrazione del dollaro forte in caso di discesa dei mercati non regge più da tempo. Potremmo quindi assistere alla paradossale situazione dove la borsa scende comunque, anche se l’economia non va in recessione. Quindi non è più necessario avere una recessione (nei dati ufficiali) per avere un bear market”, avverte.
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Questo, a detta di Novelli, sarebbe il ‘miracolo’ procurato dalla soppressione del ciclo. Solo che il principale problema non è la bolla speculativa sull’equity. “Lo Shadow Banking System, che detiene a leva posizioni pari a circa 23 trilioni di dollari sul credito cartolarizzato di tutti i tipi, di dubbia qualità, rischia di non tenere in un’economia ‘non ufficialmente’ in recessione”, avverte. Queste posizioni sono state alimentate dalla lunga fase dei tassi a zero, e Novelli sottolinea come non sia possibile conoscere la reale dimensione delle perdite attualmente in essere. Quello che è certo, a suo parere, è che tale settore è attualmente in una Balance Sheet Recession, anche se non si è ancora ancora avuta la ‘recession’, e rischia di compromettere qualsiasi opportunità di ripresa. Facendo prevedere una stagnazione all’orizzonte. “Se sarà inflattiva (stagflation) o deflattiva (deflation) è al momento difficile capirlo, anche se la soluzione migliore potrebbe essere la prima, con la quale ottieni la svalutazione del debito ma un lungo periodo di stagnazione economica dovuta al lento deleverage”, afferma. Nel secondo caso, invece, il pericolo è di una crisi da debito e un rapido deleverage, “con il sistema che potrebbe non riuscire a reggere l’ondata di default nel segmento del credito privato”.
Insomma, Novelli è convinto che l’amministrazione Trump stia innescando i trigger che avvieranno la necessaria ma non più rinviabile ristrutturazione del sistema economico finanziario globale. “Il percorso sarà complicato, ma cercare di difendere a oltranza gli squilibri attuali per sostenere borsa e asset finanziari non si è dimostrata la strategia vincente. Credo quindi che l’indice SPX scenderà almeno fino al livello 5500 in breve tempo”, sostiene. A quel punto, per lo strategist, la Fed tenterà tardivamente di offrire uno stimolo monetario, ma senza alcun effetto dato che la politica fiscale nel frattempo sarà diventata restrittiva. E il conseguente peggioramento della situazione offrirà una facile scusa alla Casa Bianca per dare la colpa alla banca centrale di essere stata troppo restrittiva. “L’attacco alla Fed accentuerà la pressione ribassista sul dollaro che entro l’estate sarà a 1,20 sull’euro, e darà un ulteriore spinta all’oro a 3500/3750”, afferma Novelli. “Ritengo che l’attuale fase ribassista, innescata da un necessario aggiustamento degli squilibri sui quali si è cercato di puntellare a oltranza il sistema, porterà al ritracciamento di tutto il movimento rialzista iniziato in piena pandemia, quando l’indice SPX era a 3000/3500”, conclude.
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