Il fondatore di Bridgewater Associates vede una crisi del debito americano entro tre anni e considera l’intelligenza artificiale una “bolla classica” vicina al punto di rottura. Dai capitali esteri in ritirata ai govies sul 5,3% e alle Big Tech sempre esposte, il rischio è che il costo del denaro finisca per interrompere il rally
Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates
Ray Dalio torna a puntare i riflettori sui due squilibri che, a suo giudizio, possono mettere alla prova i mercati nei prossimi anni: il bilancio federale americano e la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale. Intervenuto a Singapore, il fondatore di Bridgewater Associates ha indicato un orizzonte temporale preciso per il primo rischio: gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ad affrontare una crisi del debito entro i prossimi tre anni. Ma è sul secondo fronte che l’allarme si fa ancora più diretto: il rally dell’AI sarebbe ormai entrato nella fase che precede lo scoppio di una bolla.
Alla base della lettura di Dalio c’è innanzitutto la crescente difficoltà per Washington di finanziare passività che dipendono in misura significativa dalla domanda estera. L’investitore calcola infatti che circa un terzo del debito statunitense sia finanziato da capitali stranieri, per gran parte riconducibili a soggetti giapponesi o cinesi. Ed è proprio sulla disponibilità di questi due grandi creditori che il founder vede incrinarsi uno degli equilibri su cui si è retto per anni il mercato dei Treasury. “Pechino non vuole continuare ad accumulare titoli americani”, ha spiegato, indicando i motivi principali in dinamiche geopolitiche ed economiche. “Il rapporto tra un prestatore e un prenditore che sono anche rivali strategici non si può sostenere facilmente nel lungo periodo”, è stata la sua osservazione, a corredo della quale il guru ha citato un dato eloquente: la posizione in Treasury della Cina è passata dal picco di 1.300 miliardi del 2013 a circa 618 miliardi di dollari. Quanto al Paese del Sol Levante, sempre secondo le statistiche richiamate nelle ricostruzioni dell’intervento, a luglio avrebbe ridotto le proprie disponibilità di T-bond di 12,8 miliardi e le avrebbe così portare a 1.100 miliardi.
Il debito arriva anche nell’AI
È qui che il ragionamento sul debito pubblico si intreccia con quello sull’intelligenza artificiale. La crescita vertiginosa degli investimenti delle Big Tech sta infatti richiedendo quantità sempre maggiori di capitale proprio e, soprattutto, di debito. Alphabet, Amazon e Microsoft hanno emesso complessivamente 220 miliardi di dollari di debito nel 2026, oltre il doppio rispetto all’anno precedente, ma l’aumento dei rendimenti governativi avvenuto nel frattempo ha fatto impennare il costo del capitale necessario a finanziare infrastrutture sempre più costose. Uno snodo che ha portato Dalio a definire l’AI una “bolla classica” vicina al punto di rottura. Il problema individuato dal guru non risiede soltanto nelle valutazioni azionarie, ma anche nella combinazione triplice combinazione prezzi-concentrazione-bond per alimentare la spesa.
È un altro elemento, meno immediato, a preoccupare Dalio. Una bolla può continuare a gonfiarsi finché gli investitori sono disposti a detenere gli asset alle valutazioni raggiunte. Il meccanismo può però invertirsi nel momento in cui emerge la necessità di trasformare la ricchezza finanziaria in liquidità. Ecco perché il celebre investitore è arrivato a evocare l’ipotesi di imposte patrimoniali o altre misure capaci di costringere i grandi detentori di patrimoni a vendere parte degli asset. “Tutti dicono di valere un miliardo di dollari ma non è facile verificarlo”, ha osservato, per poi proseguire: “Per farlo, bisogna vendere una parte della propria ricchezza e trasformarla in denaro ed è proprio in questo passaggio che una bolla può iniziare a sgonfiarsi”. Il rischio non sarebbe quindi necessariamente un singolo shock, bensì l’incrocio di più fattori: costo del capitale elevato, minore disponibilità dei grandi creditori esteri, aumento delle passività societarie e valutazioni concentrate su un ristretto gruppo di società.
Il 5% può non essere il punto d’arrivo
La previsione di Dalio si inserisce in un dibattito più ampio sulla sostenibilità dei rendimenti obbligazionari americani. Stanley Druckenmiller ha recentemente criticato i tentativi del Tesoro di contenere il rally dei Treasury attraverso i riacquisti di titoli a lunga scadenza, sostenendo che proprio il rendimento del lungo termine rappresenti l’ultimo argine alla disciplina fiscale di Washington. Non tutti, però, condividono una lettura così pessimistica. Jim Bianco si è dichiarato rialzista sui govies USA per la prima volta da sei anni, ad esempio, ritenendo che con il decennale intorno al 5,25% inizi a esserci valore nonostante uno scenario di tassi strutturalmente elevati. Il punto di convergenza è però proprio quello indicato dal fondatore di Bridgewater Associates: il ritorno dei rendimenti ai picchi del passato appare tutt’altro che scontato. La vera incognita è quale livello sarà necessario per riportare i compratori sul mercato: alcuni vedono già nel 5% un livello interessante, altri considerano il 6% un’ipotesi così lontana.
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