Mentre i mercati vanno giù, i Paesi colpiti da Trump studiano le contromosse. Per asset manager e analisti, c’è ancora spazio di trattativa. Ma un’escalation avrebbe effetti pesanti per tutti. USA compresi
Peggio del previsto. Lo tsunami dazi si è abbattuto con forza sui mercati, spiazzati di fronte alla durezza delle misure annunciate dal presidente USA, Donald Trump, nel ‘Liberation day’ e seriamente spaventati dall’avvio di una guerra commerciale che rischia di innescare una recessione globale. I futures di Wall Street sono andati a picco, le piazze asiatiche sono crollate e le borse europee hanno aperto in profondo rosso: tech e auto i titoli maggiormente colpiti. Un tracollo che ha spinto gli investitori a rifugiarsi nella sicurezza dell’oro, protagonista dell’ennesimo record, mentre il dollaro si è ulteriormente indebolito e il petrolio ha pagato il prezzo dei timori per l’economia. Per i gestori, nonostante restino margini per una trattativa o un’inversione di rotta, il pericolo di un’escalation è reale e si preannuncia molto costoso per tutti. Ecco perché i riflettori sono ora puntati sulla risposta dei Paesi colpiti, Europa in primis.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Chi si aspettava un Trump più morbido rispetto ai roboanti annunci delle scorse settimane è rimasto deluso: il presidente degli Stati Uniti ha scelto la via più dura, dichiarando guerra commerciale al mondo intero. Ha infatti deciso di imporre una base del 10% di dazi reciproci a tutti i Paesi, solo che tra i maggiori partner di Washington solo al Regno Unito è stata assegnata questa aliquota. L’Unione europea è stata colpita con una tariffa del 20%, con il tycoon che ha sottolineato come “gli amici sono peggiori dei nemici in termini di commercio”, mentre alla Cina è toccato il 34% e al Giappone il 24%. Peggio è andata a Indonesia, Svizzera e Sudafrica: rispettivamente 32%, 31% e 30%. All’India è stato imposto il 26% mentre sul podio ci sono Cambogia (49%), Laos (48%) e Madagascar (47%). Non sono invece stati aggiunte tariffe reciproche a quelle già in vigore contro Canada e Messico, così come hanno trovato conferma le misure al 25% sull’automotive. “I mercati hanno reagito negativamente perché i dazi non sono stati selettivi e si sono rivelati superiori al range tra il 10% e il 20% atteso”, spiega Filippo Diodovich, senior market strategist di Ig Italia. Per l’esperto, gli investitori si trovano in una situazione di forte risk-off anche per la preoccupazione di eventuali ritorsioni da parte degli altri Paesi e di una effettiva escalation.
Sale il rischio recessione, ma si spera in una trattativa
Ursula von der Leyen, presidente Commissione europea
Per ora Pechino ha condannato duramente le tariffe statunitensi, etichettandole come “bullismo unilaterale” e promettendo contromisure. Ha inoltre ha annunciato che contesterà i dazi tramite l’Organizzazione mondiale del commercio. Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non ha usato mezzi termini sull’operato di Trump: l’ha definito una minaccia significativa per l’economia globale e ha affermato che l’UE è pronta a negoziare con gli USA ma anche a imporre contromisure se le trattative dovessero fallire. Notevole preoccupazione è stata espressa anche da Tokyo, sebbene la capitale nipponica sembri più orientata a seguire la via del dialogo. Secondo gli analisti di Barclays, il tycoon è stato “più falco del previsto” mentre i dazi si sono rivelati “peggio di quanto temuto” soprattutto per l’Europa e la Cina. Sebbene vi siano margini di negoziazione e non si escludano colpi di scena, gli esperti sono convinti che le tariffe elevate e l’incertezza persistente aumenteranno il rischio recessione. E per il mercato azionario, “è probabile che la situazione peggiori”. Insomma, è possibile che i dazi annunciati siano visti come un tetto massimo e che da qui possano scendere, ma le potenziali ritorsioni dei partner commerciali avvicinano l’ipotesi di una crescita al ribasso. “Ci si aspetta anche un sostegno politico da parte delle banche centrali e dei governi”, concludono dalla società UK, “anche se i nostri economisti vedono rischi al ribasso per le loro previsioni di crescita”.
Tomasz Wieladek, chief european economist di T. Rowe Price
Sulla stessa linea di Barclays per quanto riguarda gli impatti sul Vecchio Continente si pone Tomasz Wieladek, chief european economist di T. Rowe Price, secondo cui sono diversi i fattori che danneggeranno l’economia UE. “C’è l’effetto diretto dei dazi sull’economia”, analizza, “ma l’imposizione di tariffe molto più elevate alla Cinaporterà anche a una maggiore concorrenza sul mercato interno e su quelli terzi”. Infine, per l’esperto, si registreranno livelli senza precedenti di incertezza nella politica commerciale che peseranno a lungo su investimenti e consumi interni. “Una lieve recessione nell’area euro nel 2025 è ora probabile, afferma Wieladek, aggiungendo che la BCE taglierà i tassi al di sotto del livello neutrale all’1%-1,5%. Il Regno Unito sarà invece il Paese meno colpito: “Credo che l’effetto negativo complessivo sull’economia britannica sarà solo dello 0,2%-0,5% circa quest’anno”.
A rischio la crescita USA
Secondo Eiko Sievert, senior director del sovereign team di Scope Ratings, le politiche di Trump porteranno a un aumento dell’inflazione e a un rallentamento dell’economia a stelle e strisce, oltre ad aggiustamenti nelle catene di fornitura globali. L’agenzia di rating ha infatti abbassato le sue previsioni di crescita per il 2025 a circa l’1% dal 2,7% stimato a dicembre e all’1,5%-2% per il 2026 dal 2,2%. Non solo. Sievert avverte anche che la traiettoria del debito pubblico USA rimane insostenibile nel lungo termine. “Ci aspettiamo deficit fiscali elevati e persistenti nei prossimi cinque anni”, fa notare, “con conseguente aumento del rapporto debito-PIL da circa il 121% nel 2024 a circa il 130%-140% entro il 2029”. Un prospettiva che porrebbe gli States in condizioni peggiori rispetto alla maggior parte dei Paesi pari, come Regno Unito (114%) e Francia (119%), e li avvicinerebbe all’Italia (139%). A suo parere, anche se le entrate fiscali aumenteranno, è infatti probabile che siano ben al di sotto della stima di circa 600 miliardi di dollari (circa il 2% del PIL) all’anno formulata dall’amministrazione USA. “Se le maggiori entrate governative venissero utilizzate anche per attuare i tagli fiscali promessi”, sottolinea, “non è chiaro come la traiettoria fiscale possa migliorare significativamente nel breve termine”.
Più nera la view di J.P. Morgan, secondo cuic’è un vero e proprio rischio recessione per l’economia sia statunitense sia mondiale nel 2025. In una nota agli investitori, la banca d’affari americana sottolinea infatti che le tariffe “farebbero crescere le tasse degli americani di 660 miliardi di dollari l’anno e darebbero così seguito al più grande aumento fiscale nella memoria recente”. Ne conseguirebbe naturalmente un aumento dell’inflazione, con un “aggiunta del 2% all’indice dei prezzi al consumo”. L’impatto sul carovita sarà importante, avvertono gli analisti, che bollano la piena attuazione di queste politiche come “uno shock macroeconomico sostanziale”.
Per Ray Sharma-Ong, head of multi asset investment solutions – Southeast Asia di Aberdeen Investments, le prospettive di crescita degli USA dovrebbero diminuire, aumentando il rischio di recessione a meno che la Fed non intervenga con una politica di salvataggio. “L’aumento dei dati sull’inflazione e l’indebolimento sostanziale dei dati sull’attività economica indicano che i rendimenti dei Treasury con scadenza a lungo termine probabilmente scenderanno nel prossimo futuro”, chiarisce. Aggiungendo che la reazione immediata dei mercati vedrà un indebolimento del dollaro, un’inversione di tendenza dei titoli azionari a stelle e strisce e un continuo de-risking. Le regioni più colpite, tra cui Cina, Corea del Sud e Taiwan, dovrebbero invece “subire un’ulteriore riduzione del rischio, in quanto gli investitori si orienteranno verso beni rifugio come i Treasury, lo yen e l’oro”.
Secondo Mark Haefele, Chief Investment Officer di UBS Global Wealth Management, è probabile che nelle prossime settimane l’autorità esecutiva della Casa Bianca venga contestata dai tribunali e che le imprese intensifichino le attività di lobbying. Tuttavia, anche se i dazi verranno ridotti entro la fine dell’anno, per l’esperto lo shock immediato e l’incertezza probabilmente causeranno un rallentamento a breve termine dell’economia statunitense, “riducendo la crescita complessiva del 2025 a circa o meno dell’1%”.
Gli effetti sull’obbligazionario
Ma effetti ci saranno anche sul mercato dei bond. Per Brij Khurana, fixed income portfolio manager di Wellington Management, Trump ha creato le condizioni per una stagflazione. E questo dovrebbe favorire i rendimenti reali globali, aggiustati per l’inflazione, che tendono a performare bene in un contesto di crescita più bassa e prezzi più alti. “Stiamo osservando una diminuzione dei ritorni obbligazionari in modo uniforme lungo tutta la curva”, spiega l’esperta, che mette in guardia: “Il mercato sta interpretando che i dazi colpiranno principalmente la crescita e che le banche centrali risponderanno, ma di questo non ne sarei così sicuro”. A suo parere, con il carovita ancora al di sopra del target, la Federal Reserve vorrà infatti essere paziente per valutare gli effetti dei dazi. “Una Fed ferma per il futuro prossimo potrebbe significare che eventuali preoccupazioni sulla crescita si rifletteranno in rendimenti a lungo termine più bassi rispetto alla parte anteriore della curva obbligazionaria”, conclude.
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