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Il sentiment index di CFA-Radiocor crolla a -47,8 punti, oltre 25 in meno rispetto alla rilevazione precedente. Gli esperti vedono più inflazione e tassi in salita, sia in Europa che negli USA. Negative le prospettive l’azionario
Non solo peggiorano nettamente le aspettative sull’economia nei prossimi sei mesi, ma torna anche a prendere forma il rischio di una nuova fiammata dei prezzi. È questa la sintesi dell’ultimo sondaggio di CFA Society Italy-Radiocor, la pubblicazione mensile che raccoglie il parere degli analisti membri dell’associazione. Se infatti il 70,8% degli intervistati giudica stabile la situazione dell’economia italiana, portando il saldo a migliorare fino a -12,5 punti, sul lungo periodo il Sentiment Index frutto delle risposte scende i oltre 25 punti sotto la precedente rilevazione e si attesa a -47,8 punti. Un risultato che si traduce nell’invito a maggiore cautela sui mercati, soprattutto quelli azionari.
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Peggiorano le prospettive internazionali
Il pessimismo non riguarda soltanto l’Italia, per la quale il 52,2% del campione prevede un peggioramento delle condizioni do qui a sei mesi e solo il 4,3% un miglioramento. Anche il saldo delle aspettative sull’Eurozona scende a -41,7 punti, mentre negli Stati Uniti si ferma a -34,8 punti. Due risultati che mostrano chiaramente come la cautela degli operatori sia legata più a un deterioramento percepito del quadro internazionale che a una specifica debolezza dell’economia nostrana. A complicare lo scenario è soprattutto il ritorno delle pressioni inflazionistiche, con la differenza tra chi si attende un aumento e chi prevede una diminuzione dei prezzi che raddoppia nel caso italiano e tocca il 39,1. Il recente rialzo dei prezzi energetici rappresenta la principale fonte di preoccupazione in questo senso, con le quotazioni del gas naturale tornate a rappresentare un possibile canale di trasmissione ai consumatori. Negli Stati Uniti il quadro appare ancora più teso: il saldo delle aspettative sull’inflazione raggiunge 52,2 punti.
Tassi, attese sempre più restrittive
Il ritorno delle pressioni sui prezzi si riflette direttamente nelle aspettative di politica monetaria. Per i tassi a breve termine prevalgono nettamente le attese di rialzo in tutte le principali aree considerate dalla survey: il saldo raggiunge 79,2 punti in Italia, 83,3 nell’Eurozona e 87,5 negli Stati Uniti. La stessa direzione prevale anche sulla parte avanzata della curva, sebbene con intensità inferiore. Il saldo relativo ai rendimenti a lungo termine è infatti pari a 29,2 punti per il nostro Paese, mentre si attesa al 25 e al 37,5 sulle due sponde dell’Atlantico. Una lettura, quella offerta dagli analisti, che incorpora un contesto nel quale l’inflazione torna a esercitare pressione sui mercati e contribuisce anche a spiegare la maggiore prudenza sull’azionario.
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Azioni, prevale la prudenza
Tutti i principali indici considerati dalla rilevazione presentano infatti saldi negativi: il Ftse Mib scende a -13,6 punti, il Ftse Star a -28,6, l’Euro Stoxx 50 a -18,2 e l’S&P 500 a -31,8 punti. La cautela è però tutt’altro che uniforme tra i comparti. A beneficiare maggiormente dello scenario attuale è il settore petrolifero, che registra un saldo di 50 punti e risulta il più elevato tra quelli monitorati, mentre a lunga distanza seguono il bancario (36,8) e le utilities (31,6). All’estremo opposto si collocano invece i comparti più esposti al ciclo economico, dall’automobilistico (-73,7) alle costruzioni (-68,4) fino alla meccanica (-50). La selezione settoriale riflette così un contesto nel quale gli operatori sembrano privilegiare i segmenti potenzialmente favoriti da prezzi energetici e tassi elevati, penalizzando quelli più sensibili a un rallentamento della crescita.
Dollaro più debole, yen più forte
Sul mercato valutario prosegue inoltre l’orientamento degli esperti verso un indebolimento del dollaro nei confronti dell’euro, anche se con minore intensità rispetto alla rilevazione precedente. Il saldo si attesta infatti a -17,4 punti. In rafforzamento invece la fiducia nello yen, il cui risultato finale sale a 36,4 punti. Sul fronte delle materie prime, infine, gli intervistati si mostrano una posizione più prudente sul petrolio: il 36,4% prevede un calo delle quotazioni nei prossimi sei mesi, contro appena il 22,7% che si attende un aumento. Il dato introduce una sfumatura nel quadro energetico: se nel breve periodo il rialzo dei prezzi alimenta i timori sull’inflazione, su un orizzonte di sei mesi gli analisti sembrano guardare anche al possibile effetto di un rallentamento della domanda globale.
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