Il Nasdaq perde mille miliardi di capitalizzazione dopo che il presidente non chiude a una contrazione dell’economia. Tonfo di Tesla: -15%. Per gli investitori, le politiche del tycoon mettono a repentaglio la crescita
Il primo conto della guerra commerciale scatenata dal presidente USA, Donald Trump, lo paga Wall Street. Gli indici americani hanno infatti archiviato un lunedì nero, dopo l’intervista in cui il tycoon non ha escluso una recessione dell’economia a stelle e strisce come conseguenza delle politiche tariffarie della sua amministrazione. Il panico ha insomma avuto la meglio sugli investitori, che già da giorni avevano iniziato a mostrare nervosismo per l’approccio aggressivo e caotico della Casa Bianca: il Dow Jones ha chiuso in calo del 2,08% a 41.912,35 punti e l’S&P 500 ha perso il 2,7% a 5.614,61 punti. Ma il prezzo più alto l’ha pagato il Nasdaq, che ha lasciato sul terreno il 4% e ha visto andare in fumo oltre mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Intanto esperti e analisti si interrogano sulle prospettive del Paese, con una convergenza di opinioni sul fatto che i rischi siano in aumento.
A innescare la caduta degli indici è stato il tonfo delle Magnifiche Sette, con Tesla in particolare che ha bruciato oltre 800 miliardi di dollari di capitalizzazione e azzerato tutti i guadagni post elettorali. La creatura del first buddy di Trump, Elon Musk, ha infatti perso il 15% e registrato così il rosso più consistente dal 2020. Sui titoli tech hanno pesato poi anche il rafforzamento della divisa giapponese e un picco nei rendimenti dei Treasury, con gli investitori che stanno liquidando le posizioni di carry trade in yen in previsione di un imminente aumento dei tassi della BoJ. Ma i timori di una guerra commerciale e di una recessione americana hanno zavorrato pure le Borse europee: Francoforte ha perso l’1,7%, Madrid l’1,3%, Parigi e Milano lo 0,9% insieme a Londra. Pesante anche il Bitcoin, che è scivolato sotto gli 80mila dollari ai minimi dallo scorso novembre, mentre il petrolio Wti ha chiuso in calo dell’1,51% a 66,03 dollari al barile.
Trump e il prezzo da pagare
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
A scatenare le vendite prima sui big tech e poi a catena sugli altri titoli sono state le dichiarazioni con cui il presidente USA, nel corso di un’intervista rilasciata a Fox News nel fine settimana, si è sbilanciato sulle prospettive di crescita del Paese. Il tycoon ha infatti detto che l’economia a stelle e strisce sta vivendo “un periodo di transizione” perché “quello che stiamo facendo è davvero notevole”. Parole che sono state interpretate come l’apertura all’ipotesi di una recessione nonostante l’immediato tentativo di correre ai ripari da parte del segretario al Commercio, Howard Lutnick, che ha negato il rischio di una contrazione dell’economia pur riconoscendo la possibilità di un rincaro per alcuni beni. L’entrata in vigore delle contro-tariffe cinesi e la minaccia dello Stato canadese dell’Ontario di tagliare l’elettricità ai tre Stati americani confinanti hanno fatto il resto, alimentando il timore di una guerra commerciale su scala globale e con pesanti conseguenze sull’attività economica di tutti i Paesi coinvolti.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Secondo FilippoDiodovich, senior market strategist di IG Italia, Trump ha confermato che la minaccia di una recessione nel breve termine c’è ma ha anche rassicurato che le azioni di Washington servono a garantire un lungo periodo di prosperità. Eppure, sostiene l’esperto, i rischi sono saliti notevolmente con le nuove politiche protezionistiche della Casa Bianca. “Al momento le probabilità di recessione sono ancora ben inferiori al 50%”, spiega l’esperto, “ma sono ancora ben chiare le tariffe effettive che lancerà l’amministrazione statunitense”. Quello che Diodovich si chiede, in sostanza, è se si tratterà di dazi generalizzati permanenti su tutti i Paesi che hanno un avanzo commerciale nei confronti degli States oppure se saranno provvedimenti selettivi e temporanei solo ai danni di alcune capitali. In ogni caso, è sua convinzione che le probabilità di recessione potrebbero anche “aumentare notevolmente se il presidente dovesse essere miope e perseverare su politiche di isolamento che porteranno a un calo del PIL e a un aumento delle pressioni inflazionistiche”.
Un view condivisa da JP Morgan, che ha portato dal 30% al 40% le sue stime sulla possibilità di una contrazione a stelle e strisce nel 2025. “Vediamo un rischio materiale che gli Stati Uniti scivolino in recessione quest’anno in seguito alle radicali politiche americane”, hanno spiegato gli economisti della banca. Anche Goldman Sachs ha rivisto al rialzo dal 15% al 20% le probabilità di contrazione del Pil nei prossimi dodici mesi, avvisando che potrebbero ulteriormente salire se l’amministrazione Trump andrà avanti con le sue politiche anche di fronte a un peggioramento dei dati economici. E la stessa cosa ha fatto Morgan Stanley, che ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita e al rialzo quelle di inflazione.
Justin Thomson, head of T. Rowe Price Investment Institute
Secondo Justin Thomson, head of T. Rowe Price Investment Institute, il vero nodo della questione per comprendere come evolverà il quadro macro consiste nel capire quelli saranno gli impatti concreti della guerra commerciale su inflazione e tassi così come l’entità delle misure di ritorsione adottate dai bersagli del tycoon. “Eventuali contro-offensive, compreso il potenziale nazionalismo dei capitali e il ritardo nella spesa in conto capitale, sono tutti potenziali esiti negativi poiché regna la confusione sulle catene di approvvigionamento globali”, spiega infatti il manager. Ma il fattore che forse più di tutti, nella view di Thompson, potrebbe limitare le intemerate del nuovo presidente USA sono proprio le Borse: “Se prima il mercato azionario non era crollato perchè gli investitori erano convinti che una grande guerra commerciale sarebbe stata evitata, ora questo delicato equilibrio sembra essersi inclinato”.
D’altra parte, dal sondaggio Reuters condotto tra gli economisti è emerso che i rischi per le economie americana, messicana e canadese stanno aumentando mentre “l’implementazione caotica” dei dazi USA sta creando profonde incertezze per le aziende e i decisori. L’amministrazione statunitense ha infatti minacciato di nuovo tariffe del 25% sulle importazioni dai due partner commerciali confinanti, per poi rinviarle per la seconda volta in sole sei settimane di governo. Ciò, secondo gli esperti intervistati dall’agenzia, rende quasi impossibile fare previsioni su crescita, inflazione e tassi d’interesse. E l’incertezza, si sa, è la peggiore nemica delle aziende e degli investitori. E della crescita.
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