Le nuove tensioni in Medio Oriente hanno riacceso le quotazioni. Secondo gli asset manager, il vero collo di bottiglia è la raffinazione. Ma il premio per il rischio è sovradimensionato e probabilmente destinato a ridursi
Il sorvegliato speciale dei mercati di tutto il mondo è tornato a fa tremare l’economia mondiale. Dopo il ribasso di inizio settimana, quando i prezzi erano scesi in scia ai volumi di export in arrivo dal Medio Oriente, il petrolio ha infatti ripreso a salire ed è tornato sopra quota 100 dollari. A pesare sono naturalmente le nuove tensioni, acuite da un’indiscrezione di The Atlantic secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di elaborare un piano per attaccare l’Iran prima delle elezioni di Midterm. Il risultato della risalita delle quotazioni è un film già visto: borse in caduta, tempesta sui bond e la paura inflazione, unita a quella di tassi alti più a lungo, che torna in primo piano. I riflettori restano dunque puntati sullo Stretto di Hormuz e sul conflitto, dopo che a settembre il Brent ha registrato un rialzo mensile di circa il 14% e che l’Eia ha alzato la stima media per il quarto trimestre a oltre 100 dollari. Secondo i gestori, viste le tensioni, è probabile che nel breve periodo ci sia spazio per ulteriori rincari, tra attacchi alle petroliere e produzione USA in parte sospesa. Ma per alcuni, il premio per il rischio incorporato nei prezzi è sovradimensionato e destinato a ridursi.
Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades, fa il punto della situazione: il barile è salito perché le rinnovate tensioni geopolitiche hanno accresciuto i timori su possibili interruzioni delle forniture globali. “L’ultima escalation è seguita ai nuovi attacchi degli Houthi, sostenuti dall’Iran, contro gli aeroporti sauditi, mentre le aggressioni alle petroliere nel Golfo e a Hormuz si sono intensificate, rafforzando il premio di rischio geopolitico già presente nei prezzi”, spiega. A questo si aggiungono gli sviluppi negli Stati Uniti, dove i produttori hanno iniziato a sospendere l’attività offshore nel Golfo del Messico per l’arrivo della tempesta Isaias, e mercoledì circa un quarto della produzione dell’area era già fermo. Nel frattempo, fa notare Evangelista, gli ultimi dati sulle scorte statunitensi hanno mostrato un calo di 3,2 milioni di barili, quasi il doppio della flessione attesa dal mercato. “Con l’acuirsi delle tensioni lungo diverse rotte di approvvigionamento chiave del Medio Oriente e con parte della produzione Usa temporaneamente sospesa, vi è spazio per ulteriori aumenti”, avverte quindi l’esperto.
Il vero collo di bottiglia è la raffinazione
Marco Turatti, senior market specialist di Capital.com, punta l’attenzione su quello che definisce il vero collo di bottiglia, cioè la raffinazione. “A sette mesi dall’inizio della guerra con l’Iran, il mercato vive un paradosso: il greggio torna a uscire dal Golfo, ma benzina e diesel restano su livelli record”, osserva, precisando che quindi il problema non è più la disponibilità di petrolio, ma la capacità di raffinarlo e trasportarlo. A suo parere, il nuovo rilascio di cento milioni di barili di riserve deciso dal G7, con una quota significativa destinata al diesel, rischia di offrire solo un sollievo temporaneo. La guerra ha infatti ridotto drasticamente la capacità inutilizzata dell’Opec+ e danneggiato diversi impianti di raffinazione e infrastrutture logistiche. “A Hormuz il greggio continua a transitare grazie a rotte alternative, oleodotti e trasbordi, mentre i flussi di prodotti raffinati sono crollati e i costi di trasporto e assicurazione salgono”, rimarca. In sostanza, secondo l’esperto, una parte rilevante della capacità mondiale di raffinazione è fuori servizio, i tempi per costruire nuovi impianti sono molto lunghi e la riduzione di capacità degli ultimi anni ha reso il sistema più vulnerabile agli shock. “La forte backwardation del Brent, cioè il premio pagato per le forniture immediate, conferma la scarsità del mercato fisico”, chiarisce. Concludendo che nel quarto trimestre “saranno quindi cruciali l’efficienza delle rotte alternative, l’evoluzione del mercato del diesel e la domanda cinese”.
Premio per il rischio sempre più difficile da sostenere
Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer
Anche Norbert Rücker, head economics and next generation research di Julius Baer, evidenzia che lo stretto di Hormuz non è chiuso e che le scorte globali non sono ridotte: la ripresa dell’offerta, almeno sul fronte del greggio, ha fatto passi avanti significativi e le esportazioni dal Medio Oriente si avvicinano ai livelli prebellici. “Eppure i prezzi restano intorno ai 100 dollari: gli attacchi occasionali dell’Iran alle navi alimentano timori e incertezza, mantenendo un premio per il rischio sovradimensionato e persistente”, sottolinea. Per Rücker, a oltre sei mesi dall’inizio del conflitto non ci sono stati danni seri e duraturi alle infrastrutture energetiche, il che nel breve periodo contribuisce a ridimensionare la minaccia all’offerta, alla base del premio per il rischio. Nel lungo periodo, l’esperto non si associa al coro di chi prevede un’era di maggiori rischi geopolitici sul mercato petrolifero: le cosiddette pariah petro-nations, Russia e Iran, che in passato alimentavano la maggior parte delle minacce, sono infatti in forte stress economico, con un comparto petrolifero sottofinanziato e in declino strutturale.
“I premi per il rischio sono di norma un fenomeno di breve durata, che persiste per mesi ma non per anni”, ricorda. Tuttavia, precisa, “sbagliarci su questa valutazione rappresenta probabilmente la principale variabile imprevedibile nella nostra visione”. Detto questo, con nuove rotte alternative dal Medio Oriente attese il prossimo anno, la domanda in calo in Europa e Cina e la produzione in crescita nelle Americhe, secondo Rücker il premio per il rischio dovrà affrontare crescenti difficoltà. Nel frattempo, la ripresa dell’export saudita attraverso il Mar Rosso e la pausa stagionale della domanda a ottobre dovrebbero pesare su noli e margini di raffinazione, offrendo sollievo ai prezzi alla pompa. Per questo Julius Baer mantiene una view cauta.
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