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Il debito record e il deficit fuori controllo pesano sugli Oat. Per gli analisti serve una svolta politica e un aggiustamento fiscale ampio e duraturo. Ma una nuova crisi dell’euro è improbabile
Da prima della classe a sorvegliata speciale. La Francia non è più uno dei pilastri finanziari dell’Eurozona: con il debito pubblico al 119% del Pil, un deficit stimato al 5,4% nel 2026 e le presidenziali del 2027 all’orizzonte, gli investitori chiedono ormai un premio sempre più alto per detenere Oat. Tanto che il rendimento del decennale si è avvicinato al 5%, superando in diverse sedute quello del Btp, mentre lo spread con il Bund ha toccato i massimi dalla crisi dell’euro. Per gli asset manager, i conti transalpini sono un problema serio, la pressione sul debito difficilmente calerà presto e Parigi rischia di essere trattata sempre più come un Paese periferico. È insomma urgente un deciso aggiustamento fiscale. Tuttavia, la bufera francese non innescherà una nuova crisi del debito sovrano europeo.
Debito record e deficit fuori controllo
Il quadro a Parigi è nerissimo. Secondo i dati dell’Insee, il debito ha raggiunto il record assoluto di 3.595 miliardi di euro e il governo prevede che possa toccare il 121,7% nel 2027. A pesare è soprattutto il disavanzo: per il 2026 la stima è di un deficit del 5,4% del Pil, ben oltre il 3% delle regole europee. Riportarlo sotto controllo richiederebbe correzioni e tagli alla spesa per decine di miliardi, ma il percorso politico è complicato dalle imminenti presidenziali del prossimo aprile, che vedono favorita la candidata di estrema destra Marine Le Pen. Da qui i timori degli investitori e la risalita dei rendimenti. Sulla situazione è intervenuto anche il neo governatore della Banca di Francia, Emmanuel Moulin, avvertendo che il Paese rischia di essere “progressivamente strangolato dall’aumento dei tassi di interesse” se non approverà un piano di bilancio credibile per ridurre spesa e deficit. Il quadro non è paragonabile alla crisi della Grecia, ha precisato, ma senza misure concrete il costo del debito diventerà sempre più difficile da sostenere.
Senza consolidamento debito al 129% nel 2031
Per Scope Ratings la sostenibilità del debito francese sta continuando a peggiorare. Eiko Sievert, executive director sovereign & public sector, sottolinea che nonostante la lunga scadenza media (8,5 anni) rallenti la trasmissione dei maggiori costi di finanziamento al bilancio, serve “un aggiustamento fiscale pluriennale, ampio e duraturo”. Le stime dell’agenzia sono severe: senza un consolidamento più incisivo, il rapporto debito/Pil salirebbe a circa il 129% nel 2031. Il calcolo si basa anche su presupposti favorevoli: una crescita media dell’1,1% nei prossimi cinque anni, un miglioramento del saldo primario di circa un punto percentuale rispetto al 2025 e nessun nuovo shock economico o fiscale. Nel frattempo però, fa notare Sievert, le condizioni di finanziamento sono già peggiorate. Di conseguenza, la spesa netta per interessi dovrebbe passare dal 2,0% del Pil nel 2025 (3,8% delle entrate pubbliche) al 3,6% nel 2031 (6,7% delle entrate). “Ciò renderebbe i costi del servizio del debito una delle voci di spesa a più rapida crescita, riducendo in misura significativa la flessibilità fiscale”, avverte. Rimarcando che decisive saranno quindi l’ultima legge di bilancio del governo uscente e l’orientamento politico che uscirà dalle urne.
Da core a periferia
Per Mitch Reznick, head of cross border credit di Federated Hermes, Parigi sta diventando il fulcro del sell-off obbligazionario europeo. “La rapidità di questo movimento è significativa”, osserva, sottolineando come il contagio stia toccando anche gli altri mercati, perché la Francia ha un posto di rilievo negli indici Ue, con una quota superiore al 20% nell’high yield e nei CoCo . “Questi indici stanno registrando una performance debole, con le banche transalpine particolarmente colpite”, precisa. A suo parere, un intervento della Bce è per ora improbabile, ma se gli spread continuassero ad allargarsi allora il tono di Francoforte potrebbe cambiare. “Un certo repricing del rischio non è necessariamente di per sé un elemento negativo, tuttavia Parigi viene valutata sempre più non come Paese core in Europa centrale, bensì come parte mercato della periferia”, mette in guardia.
La pressione sui titoli francesi continuerà
Secondo Sean Shepley, senior economist di Allianz Global Investors, sui titoli transalpini ha pesato la chiusura forzata delle posizioni da parte degli investitori che operano con forte leva sugli spread di rendimento. “L’impennata della volatilità costringerà ora chi adotta strategie di investimento di questo tipo ad assumere un livello di rischio inferiore, il che significa che le obbligazioni governative francesi dovranno trovare nuovi acquirenti”, sostiene, aggiungendo che per convincerli è quindi necessaria “una qualche forma di svolta politica”. In questo senso, per l’esperto è interessante l’annuncio del 6 ottobre di Le Pen, che ha promesso di ridurre il deficit al 3,7% del Pil nel 2027 e sotto il 3% entro il 2030, tagliando di 10 punti il rapporto debito/Pil in cinque anni. Ovviamente, precisa Shepley, un conto è la campagna elettorale, un altro è realizzare un taglio così drastico, tanto più se si promettono anche meno tasse. Intanto, a suo parere, è difficile pensare che un allentamento delle tensioni politiche possa consentire all’attuale governo di compiere progressi significativi prima delle elezioni. “Questo significa che nei prossimi mesi le pressioni dei mercati difficilmente verranno meno, anche nello scenario più favorevole”, chiarisce.
Nessuna crisi dell’euro all’orizzonte
Nonostante la situazione fiscale sia seria, gli analisti di Dws fanno notare che la Francia può ancora finanziarsi sui mercati. La questione è dunque se riuscirà a risanare i conti nel lungo periodo. Tuttavia il quadro è decisamente diverso da quello della Grecia del 2010, dove si verificò essenzialmente una crisi della bilancia dei pagamenti, in cui il debito sovrano era più un sintomo che la causa. Allora, analizzano gli esperti, diverse economie non avevano risparmio interno sufficiente a finanziare gli investimenti e dipendevano dall’estero. Oggi invece la situazione è diversa: Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia hanno registrato avanzi di conto corrente nel 2025, a fronte di disavanzi nel 2007, mentre il saldo di Parigi è solo leggermente negativo. “La Francia non è priva di rischi. Ma il suo ampio bacino di risparmio rende improbabile una crisi di finanziamento, anche se gli sviluppi politici potrebbero comunque creare difficoltà”, sostiene Johannes Mueller, global head of research di Dws. Tuttavia oggi l’Eurozona dispone di salvaguardie istituzionali più solide e la Bce ha a disposizione più strumenti: “Sebbene i problemi fiscali transalpini restino irrisolti, non ci attendiamo una nuova crisi dell’euro”, assicura.
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