Secondo Flossbach von Storch, la fine dell’eccezionalismo USA proseguirà e l’equity del Vecchio Continente non avrà nulla da temere. Ma per cavalcare il trend, serve diversificare i portafogli. Ecco come (e perché c’entra anche l’oro)
Bert Flossbach, co-fondatore di Flossbach von Storch
Con la pioggia di ribassi innescata le scorse settimane sulle Borse del Vecchio Continente dalle intemerate del presidente USA Donald Trump sui dazi, cresce la schiera di chi crede che la sovraperformance messa a segno dai titoli europei nei primi mesi del 2025 sia destinata a interrompersi definitivamente e rimanere una parentesi isolata. Per Bert Flossbach, co-fondatore dell’asset manger tedesco da 36 miliardi di euro di masse Flossbach von Storch, non potrebbe esserci previsione più errata. Il manger è infatti convito che persino un’eventuale dietrofront del tycoon rispetto alla pausa di 90 giorni annunciata di recente non muterà la traiettoria dell’equity UE né porrà un freno alla fine dell’eccezionalismo americano sui mercati finanziari. Una view da cui gli investitori devono trarre un promemoria per la stagione alle porte: attuare un’ampia diversificazione di portafoglio.
“Con il forte orientamento verso gli States e un peso di appena il 15% assegnato alle azioni europee”, spiega Flossbach, “l’indice MSCI World non offre più una diversificazione adeguata agli investitori con un portafoglio orientato verso mercati globali”. Il riferimento del manager è ovviamente al limite che questo indice impone di fronte a situazioni come quella verificatasi nel primo trimestre 2025, quando i settori industriali UE orientati al mercato interno sono stati protagonisti di un rally molto intenso: dalle banche alle telecomunicazioni, dall’energia alle utility. Ma non si tratta solo di questo, perché c’è anche una dimensione prospettica da considerare. Secondo l’esperto, infatti, persino eventuali futuri impatti negativi dei dazi non cambierebbero la situazione né renderebbero meno impellente l’esigenza di aprire i portafogli all’equity di Bruxelles: “Gli USA rimangono una destinazione di esportazione vitale ma sono l’unica e, anche se le tariffe possono determinare rincari in settori come i veicoli o beni di lusso, mi aspetto che i marchi premium mantengano il potere di determinazione dei prezzi”. Una considerazione rafforzata da altri due aspetti: “Molti beni europei sono prodotti localmente anziché importati e numerose aziende locali hanno impronte globali oltre a un comprovato track record di resilienza.
Oro: l’asset class meno politica
Non solo azionario diversificato, tendenzialmente europeo, però. Per Flossbach, l’altro pilatro su cui costruire i portafogli in vista dei prossimi mesi è l’oro. E, al di là della corsa messa a segno negli ultimi mesi da questo asset, il motivo principale va ricercato ancora una volta nelle politiche Trump. “Con il tycoon che ha ventilato la possibilità di applicare sequestri o tasse punitive sulle transazioni aventi ad oggettoTreasury USA”, spiega Flossbach, “sono sempre di più le banche centrali di certe regioni che si stanno attivando per cercare di proteggere le loro riserve di valuta estera da potenziali interferenze di Washington”. Una considerazione, la sua, che trova conferma nei dati: l’anno scorso gli istituti di politica monetaria in giro per il mondo hanno acquistato oltre 1.000 tonnellate di metallo, Cina e India in testa, alimentandone la corsa sui listini a beneficio di chi ne aveva fatto incetto con adeguato anticipo.
E attenzione al ritorno in scena degli investitori
C’è poi un secondo fattore che, secondo il fondatore di Flossbach von Storch, è destinato a supportare la corsa del lingotto verso l’obiettivo che molti analisti hanno fissato a 3mila dollari l’oncia: il ritorno sul mercato degli investitori finanziari, che hanno ricominciato ad acquistare prodotti a replica aventi la commodity come sottostante per far fronte allo stallo dei mercati azionari e ai rischi geopolitici. “Solo nel primo trimestre del 2025 le partecipazioni globali di ETF della categoria sono aumentate di circa 160 tonnellate e hanno raggiunto 2.740 tonnellate”, spiega, “suggerendo che il trend discendente pluriennale potrebbe essere giunto al termine”. Da qui, la convinzione che proprio l’esposizione all’oro vada aumentata anche alla luce di nuove potenziali minacce all’indipendenza della Federal Reserve e a un potenziale indebolimento del dollaro USA sotto la nuova amministrazione statunitense.
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