A sorpresa il presidente USA ha deciso di mettere i dazi in pausa per 90 giorni, escludendo la Cina. Gli indici USA guadagnano 5.500 miliardi di dollari, Goldman Sachs non vede più una recessione. Ma la strada resta in salita
Dopo un’altra giornata di passione per i listini di Asia ed Europa, Donald Trump ha deciso a sorpresa di mettere in pausa per 90 giorni i dazi reciproci che da giovedì hanno gettato nel panico investitori e policymaker di tutto il mondo. La Cina è l’unica esclusa dalla nuova misura della Casa Bianca, che prevede tariffe al 10% per tutti, ma la reazione di Wall Street è stata immediata: gli indici USA hanno messo a segno l’aumento maggiore dal 2020, guadagnando 5.500 miliardi di dollari. Si allontana infatti lo scenario peggiore, quello di una guerra commerciale totale e, quindi, di una profonda recessione. In chiusura, il Dow Jones ha messo a segno un rialzo del 7,87% a 40.607,46 punti, il Nasdaq del 12,16% a 17.124,97 punti e lo S&P 500 del 9,51% a 5.456,76 punti. In rally anche i futures europei, visto che le piazze del Vecchio Continente hanno chiuso in profondo calo prima del contrordine trumpiano, mandando in fumo altri 46 miliardi di dollari (Milano ha lasciato sul terreno il 2,75% a 32.730 punti, Francoforte il 3%, Parigi il 3,34% e Londra il 2,92%).
Continua però la guerra con Pechino, che ha risposto ai super dazi al 104% con tariffe sui beni made in USA in aumento dal 34% all’84%. Nell’annunciare la pausa, il presidente ha di nuovo alzato il tiro portando al 125% l’aliquota contro il Dragone. “La Cina è la principale fonte dei problemi commerciali degli Stati Uniti”, ha detto il segretario al Tesoro, Scott Bessent, in una conferenza stampa improvvisata fuori dalla Casa Bianca dopo l’annuncio di Trump. Per Bessent, volato lo scorso fine settimana a Mar-a-Lago per convincere il presidente a modificare la rotta dopo il caos scattato sui mercati, la pausa è già un successo e servirà ad avere tempo per negoziare.
Jamie Dimon, chief executive officer di Jp Morgan
Uno stop era stato invocato a gran voce da tutti i nomi più importanti di Wall Street, a partire dal convinto trumpiano Bill Ackman. Due giorni fa, il miliardario fondatore di Pershing Square Capital aveva avvertito che il rischio era quello di un “inverno nucleare”, aggiungendo che “non è questo ciò per cui abbiamo votato”. E poche ore prima della svolta era tornato a parlare Jamie Dimon, il ceo di Jp Morgan Chase, ribadendo che una recessione rappresentava “l’esito più probabile” della tempesta scatenata dall’amministrazione USA.
Secondo alcuni analisti, la decisione USA è una marcia indietro di fronte a pressioni divenute troppe elevate anche per Trump. Pressioni dovute però non tanto ai tracolli di Wall Street, quanto piuttosto al fuoco di fila sui Treasury. Il rendimento del titolo trentennale è infatti arrivato al 5%, in crescita di circa 30 punti base da inizio settimana, mentre il decennale ha toccato il 4,45%. Uno scenario, anche in vista delle nuove aste del Tesoro americano, che ha spaventato non poco e ha messo a rischio lo status di ‘bene rifugio’ per eccellenza dei titoli di debito a stelle e strisce e del dollaro. Alimentando di conseguenza i timori di una recessione. A scatenare le vendite sono stati infatti proprio i dubbi sull’impatto di lungo periodo dei dazi sull’inflazione e le perplessità sulla riuscita del piano dell’amministrazione americana per ridurre il deficit. Non solo. Una guerra senza esclusione di colpi con la Cina, secondo Paese straniero al mondo con più Treasury in portafoglio dopo il Giappone, ha portato anche a temere che Pechino possa arrivare a cederli sul mercato come ritorsione o perché non ha dollari a sufficienza per mantenerli. Ipotesi quest’ultima che ha acquistato maggior valore alla luce delle indiscrezioni sulla cancellazione da parte di Amazon di alcuni ordini di prodotti made in China per ridurre l’esposizione alle tariffe.
Euforia fondata?
Intanto Goldman Sachs ha subito rivisto le sue previsioni per l’economia americana e ha fatto sapere di non aspettarsi più una contrazione. “Stamattina eravamo passati” a una previsione di “recessione in risposta alle tariffe per ciascun Paese, entrate in vigore questa mattina. Ora però torniamo al nostro precedente scenario di non recessione”, ha fatto sapere la banca d’affari. La partita con la Cina resta però aperta. E c’è anche chi fa notare che una pausa di 90 giorni significa tempo per negoziare ma anche altri tre mesi di incertezza, di annunci e contro-annunci da parte di Trump. Gli investitori per ora tirano il fiato, ma restano ben consapevoli che la strada è tutta in salita.
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