Non solo guerra dei dazi e incertezza geopolitica: per Kinsella di UBP sono numerosi i fattori che sostengono e sosterranno il rally del lingotto
La paura di una guerra commerciale, ma non solo, spinge l’oro sempre più in alto, oltre la soglia psicologica dei 2.900 dollari. Il metallo giallo ha infatti messo a segno l’ennesimo massimo storico, con la consegna spot che ha toccato i 2.880 dollari l’oncia e il contratto future con consegna ad aprile salito a 2.902 dollari. Da inizio anno il metallo giallo è in rialzo di quasi il 9%, mentre l’allungo degli ultimi dodici mesi si aggira intorno al 40%. Colpa della volatilità in aumento, che spinge gli investitori verso il bene rifugio per eccellenza, ma anche di una serie di altri fattori, tra cui gli acquisti delle banche centrali, che portano molti analisti a ritenere quota 3.000 ormai in vista.
A dare ancora gas al metallo giallo è stata la decisione del presidente USA, Donald Trump, di stoppare i pacchi in arrivo da Cina e Hong Kong e la sua affermazione di non avere fretta di confrontarsi con Xi Jinping. Non hanno aiutato neanche le dichiarazioni del tycoon sul futuro di Gaza, che a suo parere dovrebbe restare sotto il controllo USA. Mentre, a rasserenare un po’ gli animi, è arrivato il rinvio di trenta giorni per l’applicazione di tariffe al 25% sui beni di Messico e Canada dopo le concessioni dei leader dei due Paesi. Una mossa che ha rafforzato l’idea di molti sul valore più che altro negoziale dei dazi trumpiani.
Ne deriva, quindi, che in mezzo a questa estrema incertezza, e con una Wall Street a prezzi stellari che sembra andare nel panico al minimo segnale negativo, molti investitori sono tornati a cercare il sicuro lingotto. E il prezzo continua a salire, aiutato nelle ultime sedute anche dalla discesa dei rendimenti del Treasury e del super-dollaro. Se per alcuni analisti sul rally incombono tuttavia le conseguenze della politica protezionistica di Trump, che rischia di far impennare nuovamente l’inflazione fermando i tagli della Federal Reserve, sono molti di più quelli che scommettono su nuovi record.
Peter Kinsella, global head of forex strategy di Union Bancaire Privée
Tra questi c’è Peter Kinsella, global head of forex strategy di Union Bancaire Privée, secondo cui quest’anno il prezioso potrebbe continuare a salire verso quota 3.000 dollari l’oncia, spinto da una serie di fattori. Primo fra tutti le banche centrali, i cui acquisti di oro fisico rispetto al 2022 sono più che raddoppiati. “La decisione dei Paesi occidentali di porre sanzioni sulle riserve russe ha rappresentato un punto di non ritorno e suggerisce che, in futuro, qualsiasi Paese dovesse trovarsi in forte disaccordo politico con l’Occidente potrebbe implicitamente correre il rischio di vedere i propri asset confiscati”, spiega. Ecco perché gli istituti centrali di tutto il mondo hanno incrementato le riserve: una tendenza, assicura l’esperto, destinata a continuare nel 2025. “Anche se la guerra in Ucraina sembra avviarsi verso una soluzione negoziata, è probabile che le prospettive geopolitiche restino piuttosto incerte. Il World Gold Council stima che gli acquisti da parte delle banche centrali abbiano spinto il prezzo al rialzo di circa il 15%”, precisa.
Non solo. Fed e BCE in particolare stanno sostenendo le quotazioni anche in un altro modo. È infatti sulla scia del loro operato che in occidente molti investitori retail hanno iniziato ad aumentare gli investimenti in ETF sul metallo giallo. “La prospettiva di una riduzione dei tassi di interesse in molte delle principali economie sta portando a un calo del costo opportunità di detenere oro. Di conseguenza, la domanda retail in occidente dovrebbe spingerlo a livelli più alti”, osserva Kinsella.
A favore del lingotto gioca poi anche la pausa registrata dal processo disinflazionistico negli ultimi mesi. Secondo l’esperto, questo fenomeno dovrebbe diventare sempre più evidente nella seconda metà del 2025 e, nel tempo, gli effetti cumulativi dell’inflazione dovrebbero favorire i prezzi del prezioso. Inoltre, le quotazioni potrebbero beneficiare anche dell’aumento dei rendimenti obbligazionari a lungo termine. “In generale tale incremento tende a far scendere il prezzo del lingotto, ma dal 2022 abbiamo osservato una netta interruzione della correlazione tra questo e le aspettative sui tassi di interesse reali”, chiarisce Kinsella. Sottolineando che la causalità è essenziale nella misura in cui l’aumento dei rendimenti a lungo termine riflette anche il ritorno di premi a termine positivi sui mercati del reddito fisso. “I premi a termine rappresentano la remunerazione aggiuntiva richiesta dagli investitori obbligazionari per compensare i livelli di rischio più elevati. L’aumento della spesa pubblica in deficit dovrebbe tradursi in un incremento del rapporto debito/PIL e l’oro potrebbe rappresentare un’ottima protezione”, osserva.
La domanda asiatica
Ultimo driver, ma non per importanza, è la solidità della domanda degli investitori asiatici, che dovrebbe continuare anche nel 2025. “La decisione dell’India di ridurre le tasse sulle importazioni di oro e argento ne ha stimolato la domanda”, argomenta l’esperto. Facendo anche notare come la domanda al dettaglio cinese dovrebbe rimanere robusta e come i futures locali sull’oro siano scambiati con un premio rispetto ai benchmark globali. “Ciò significa probabilmente che i consumatori locali si stanno rivolgendo al metallo giallo per proteggere i loro risparmi in valuta nazionale”, conclude.
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