Secondo gli Institutional Investor Indicators di State Street, a marzo gli investitori hanno attuato un deleveraging controllato, riducendo il sovrappeso azionario. Ma hanno agito diversamente dalle precedenti crisi
Meno asset rischiosi, più liquidità e reddito fisso, ma anche più equity USA. Con lo scoppio della guerra in Medio Oriente, a marzo gli investitori istituzionali hanno attuato una comprensibile strategia difensiva, senza cedere al panico, ma calibrando attentamente l’aggiustamento dei portafogli. È quanto emerge dagli Institutional Investor Indicators di State Street relativi al mese scorso, stando ai quali l’esposizione azionaria, seppure in calo, è rimasta comunque in significativo sovrappeso.
Michael Metcalfe, head of Macro Strategy di State Street Global Markets
Lo State Street Risk Appetite Index mostra come gli istituzionali abbiano ridotto il rischio nei portafogli e segnala alcune importanti sfumature. A differenza delle più recenti fasi di comportamento difensivo, infatti, marzo ha visto sia una riallocazione verso le azioni statunitensi ma anche una riduzione delle coperture sul dollaro. L’esposizione complessiva all’equity è scesa di 1,6 punti percentuali, registrando il calo mensile più marcato dall’agosto 2023, e a beneficiarne sono state le disponibilità liquide (+1%) mentre le allocazioni al reddito fisso sono cresciute dello 0,6%. “Gli asset manager hanno chiuso febbraio con uno dei livelli più elevati di esposizione azionaria degli ultimi vent’anni”, commenta da State Street Global Markets l’head of macro strategy Michael Metcalfe, che aggiunge: “Non sorprende quindi che, in risposta allo scoppio della guerra, nel corso di marzo si sia registrato un significativo processo di riduzione del rischio, sia tra le diverse asset class sia al loro interno”. Tuttavia, sottolinea l’esperto, si è trattato più di un deleveraging controllato” che di una reazione di panico: prova ne è che la riduzione di 1,6 punti percentuali rappresenta solo un terzo rispetto al crollo registrato dopo lo scoppio della pandemia.
Fuga da Europa e Emergenti
All’interno dell’equity, i flussi sono tornati sia verso gli USA sia verso il settore IT in quanto aree percepite come meno esposte allo shock energetico. A venire penalizzati sono stati invece il continente europeo e i mercati emergenti, considerati più vulnerabili. “Questo comportamento è in parte insolito”, osserva Metcalfe. “In risposta a uno shock, ci si aspetterebbe normalmente una riduzione delle posizioni maggiormente sovrappesate”, fa notare, “ma in questo caso i flussi sono tornati verso l’equity a stelle e strisce e hanno contribuito a farla restare la principale posizione in sovrappeso”.
Anche la reazione nei mercati valutari è stata in parte diversa. Durante la precedente fase prolungata di comportamento difensivo, nello stesso periodo dell’anno scorso, gli asset manager avevano infatti progressivamente aumentato le coperture sul dollaro per passare da una posizione in sovrappeso a una in sottopeso. Il punto di partenza di marzo 2026 era invece differente: gli investitori sono partiti con un significativo underweight e poi lo hanno acquistato in modo costante nel corso del mese. “Questo suggerisce che la valuta USA è stata percepita come un bene rifugio durante la volatilità dei mercati causata dalla guerra in Medio Oriente”, conclude Metcalfe, “in netto contrasto con quanto osservato durante le turbolenze legate agli annunci sui dazi dell’aprile 2025”.
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