Da El-Erian a Fink e Kapito per BlackRock, cresce il consenso dei grandi investitori sulla superficialità dei mercati rispetto ai rischi strutturali della guerra in Iran: “Stagflazione ipotesi concreta, ma la recessione è dietro l’angolo”
Prezzi del petrolio fino a 150 dollari al barile, carovita persistente, tassi in salita e crescita compromessa. È questo lo scenario sulle conseguenze della guerra in Medio Oriente delineato da alcuni tra i principali protagonisti della finanza globale, concordi nel ritenere che il quadro sia molto peggio del previsto e i mercati lo stiano sottovalutando. Dalle analisi del capo consigliere economico di Allianz Mohamed El-Erian alle affermazioni di Larry Fink e di Robert Kapito, al suo fianco nel ruolo di presidente di BlackRock, emerge infatti una lettura sempre più convergente: lo shock energetico rischia di avere effetti strutturali che vanno dalla stagflazione alla recessione.
Prezzi e tassi alti: El-Erian fiuta la stagflazione
Mohamed El-Erian, chief economic advisor di Allianz Global Investors (Foto: Sergio Oliverio/2019/Imagoeconomica)
Per El-Erian, intervenuto dalle pagine del Corriere della Sera, la guerra segna un punto di rottura nel quadro macro globale. “Siamo entrati in un mondo di tassi strutturalmente più alti”, ha spiegato, sottolineando come lo shock energetico non sia destinato a riassorbirsi rapidamente. Ma il vero snodo del suo ragionamento consiste nel fatto che il conflitto produrrà effetti asimmetrici tra Paesi e settori, aumentando così il rischio di stagflazione: “È una possibilità concreta”, ha avvertito, indicando un mix di crescita debole e inflazione più elevata. In questo contesto, dal punto di vista del guru, anche le banche centrali sono destinate a cambiare rotta: “La BCE potrebbe essere costretta ad alzare i tassi, mentre negli Stati Uniti le attese di tagli appaiono premature”. A preoccupare El-Erian è però anche e soprattutto la resilienza dei mercati finanziari, che “non hanno ancora capito la gravità della situazione” perché continuano a contare su una rete di sicurezza delle banche centrali.
Fink: con petrolio a 150 dollari recessione globale certa
Larry Fink, ceo di BlackRock
Una visione che trova un punto di contatto diretto nelle parole di Fink, la cui attenzione è invece focalizzata sul ruolo di Hormuz nel comportamento dei mercati fisici e finanziari. La percezione di Teheran come minaccia per il passaggio marittimo e per la sicurezza commerciale potrebbe cioè bastare a mantenere i prezzi del greggio su livelli estremi, è la view del guru, con effetti a catena sul quadro macro. “Se ci sarà una cessazione della guerra ma l’Iran continuerà a incombere sulla pacifica coesistenza del Golfo”, ha detto il ceo di BlackRock all’agenzia Reuters, “allora potremmo avere anni di prezzi del petrolio vicini 150 dollari” e vedere l’economia sprofondare in una “nuova recessione globale”. Il meccanismo è diretto: i rincari energetici agiscono come una tassa sull’economia reale, comprimendo consumi e investimenti.
Kapito: mercati troppo ottimisti e impatti sottovalutati
Robert Kapito, presidente di BlackRock
Se Fink mette al centro il fattore energia, Kapito punta invece il dito contro la lettura dei mercati. “La mia principale preoccupazione è che le persone non stiano guardando a questo scenario e diano per scontato un esito positivo”, ha affermato, evidenziando come gli investitori sottostimino le conseguenze economiche del conflitto. Secondo il presidente di BlackRock, anche uno scenario di guerra breve avrebbe infatti effetti rilevanti: si potrebbe registrare una riduzione fino al 2% della crescita globale e un aumento dell’inflazione di misura analoga. Senza contare che il petrolio veleggerebbe comunque verso quota 150 dollari, a causa dei tempi necessari per ripristinare le catene di approvvigionamento. Il chairman ha sottolineato anche l’anomalia nella reazione delle Borse: dall’inizio del conflitto l’S&P 500 ha perso meno del 5%, mentre asset tradizionalmente difensivi come oro e Treasury non hanno svolto il loro ruolo di rifugio. Un segnale che rafforza l’idea di una sottovalutazione diffusa dei rischi.
Converge e divergenze
Nel confronto tra le diverse posizioni emergono alcune convergenze chiare. Tutti gli esperti concordano sul fatto che lo shock energetico rappresenti il principale canale di trasmissione della crisi, che l’inflazione sia più persistente del previsto e che i mercati stiano sottovalutando i rischi. Le differenze riguardano invece l’enfasi: El-Erian guarda soprattutto alle implicazioni macro e alle fragilità sistemiche, inclusi i rischi legati a intelligenza artificiale e credito privato, mentre Fink concentra l’analisi sull’energia come fattore destabilizzante e Kapito mette in evidenza il disallineamento dei fondamentali rispetto alle mosse dei mercati. Il quadro che emerge dagli interventi è però chiaro: quello di uno shock non transitorio, destinato a ridisegnare il quadro economico globale.
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