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Secondo l’agenzia di rating, il conflitto nel Golfo azzera le prospettive di crescita per il 2026. Inflazione in rialzo, banche centrali più restrittive e ipotesi recessione nello scenario centrale. “A rischio soprattutto Europa e Asia”
La guerra in Medio Oriente segna una brusca inversione delle prospettive macroeconomiche globali per il 2026. Lo afferma l’ultimo Global Economic Outlook di S&P Global Ratings, secondo cui il conflitto ha generato il più grande shock di offerta energetica mai registrato e cancellato di fatto le attese di revisione al rialzo della crescita maturate a inizio anno. Una considerazione che non può non incidere sul nuovo scenario di base tracciato dall’agenzia, che ora vede non solo PIL globale più debole ma anche inflazione significativamente più elevata e banche centrali costrette a ricalibrare la propria traiettoria di politica monetaria. Con rischi soprattutto per Europa e Asia.
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Energia: il più grande shock di offerta della storia recente
Il documento di S&P ricorda come il conflitto, iniziato a fine febbraio, abbia provocato una discontinuità senza precedenti sul fronte energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha infatti bloccato circa 15 milioni di barili al giorno, creando una carenza significativa nonostante il ricorso a pipeline alternative e alle riserve strategiche coordinate dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. I prezzi del petrolio sui mercati finanziari sono quindi saliti del 50%-55%, con il Brent sopra i 115 dollari al barile, mentre quelli “fisici” nel Golfo risultano ancora più elevati rispetto ai benchmark internazionali. Scollamento che, secondo la società, segnala una frammentazione del mercato energetico destinata a contagiare rapidamente l’economia reale con il duplice effetto di ridurre il reddito disponibile e aumentare i costi per imprese e famiglie.
Attività economica in rallentamento e condizioni finanziarie più rigide
I primi indicatori congiunturali confermano del resto un deterioramento dell’attività economica globale. Gli indici PMI compositi sono scesi di 1-3 punti nelle principali economie, con un indebolimento più marcato nei servizi legati ai trasporti e nella manifattura. Parallelamente, i rendimenti obbligazionari a lungo termine sono aumentati di circa 50 punti base nelle economie avanzate, riflettendo aspettative di inflazione più elevate.
Il rafforzamento del dollaro, in qualità di valuta rifugio, contribuisce inoltre ad amplificare l’inflazione importata, soprattutto nei Paesi più dipendenti dall’energia estera. Nel complesso, la combinazione di energia più cara, mercati azionari più deboli e costi di finanziamento più elevati ha determinato un significativo inasprimento delle condizioni finanziarie, con effetti negativi attesi sulla crescita nei prossimi trimestri.
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Banche centrali in difficoltà: inflazione su, crescita giù
Il nuovo contesto mette le banche centrali di fronte a un trade-off complesso. Da un lato, l’aumento dei prezzi energetici spinge l’inflazione verso l’alto; dall’altro, il rallentamento economico riduce la domanda e l’occupazione. S&P evidenzia come molte autorità monetarie abbiano già adottato un tono più restrittivo. La Federal Reserve e la Bank of England hanno interrotto il ciclo di tagli, mentre la Banca centrale europea ha segnalato possibili rialzi dei tassi nel breve termine. Si apre quindi una fase di maggiore incertezza per la politica monetaria globale, in cui il rischio di errori di calibrazione aumenta sensibilmente.
Le principali economie: Europa più vulnerabile, USA più resilienti
L’impatto del conflitto non è uniforme tra le diverse aree geografiche. Negli Stati Uniti, la crescita prevista per il 2026 si attesta al 2,2%, sostenuta dall’indipendenza energetica e dalla solidità della domanda interna. Tuttavia, l’inflazione potrebbe avvicinarsi al 4% nel breve termine. L’Europa risulta invece l’area più esposta: l’aumento dei prezzi dell’energia, in particolare del gas, rischia di comprimere la crescita e spingere l’inflazione oltre il 5%, con il pericolo di una recessione tecnica già a metà anno nello scenario più negativo. In Asia-Pacifico, la dipendenza energetica rende la regione particolarmente vulnerabile, anche se il sostegno proveniente dal settore tecnologico e da politiche fiscali espansive attenua in parte l’impatto. I mercati emergenti mostrano finora una tenuta relativa, ma i Paesi importatori di energia restano i più esposti a un deterioramento dello scenario.
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Scenario di rischio: da shock energetico a crisi finanziaria globale
Il rischio principale identificato da S&P è quello di una trasformazione dello shock energetico in uno shock finanziario globale. In uno scenario avverso, una forte correzione dei mercati potrebbe innescare un processo di “de-risking”, con calo degli asset rischiosi, aumento degli spread e ulteriore restrizione delle condizioni finanziarie. Questo meccanismo potrebbe tradursi in una contrazione di consumi e investimenti, aumentando la probabilità di una recessione globale. La risposta delle politiche economiche – monetarie e fiscali – sarà determinante per contenere gli effetti di contagio.
Verso un mondo meno globalizzato e più costoso
Al di là degli effetti congiunturali, il conflitto potrebbe avere implicazioni strutturali di lungo periodo. S&P prevede un rafforzamento delle politiche di sicurezza energetica, con Paesi sempre più orientati a ridurre la dipendenza dall’estero attraverso scorte strategiche e accordi bilaterali. Questo processo si inserisce in una tendenza già in atto di progressivo allontanamento dalla globalizzazione, accelerata negli ultimi anni da pandemia, tensioni geopolitiche e rivalità tra grandi potenze. Il risultato sarà un sistema economico più frammentato, meno efficiente e caratterizzato da costi strutturalmente più elevati. In parallelo, la crisi potrebbe incentivare gli investimenti in energie rinnovabili e nucleare, considerate strumenti chiave per rafforzare l’autonomia energetica. Tuttavia, si tratterà più di una strategia di sicurezza che di una vera transizione sostenibile.
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