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Secondo l’Agenzia, nel 2026 la domanda mondiale di petrolio si contrarrà di 420mila barili al giorno, ma la produzione non riuscirà comunque a soddisfarla
Il blocco dello stretto di Hormuz sta causando uno shock petrolifero globale senza precedenti. A lanciare l’allarme, dopo il no incrociato arrivato domenica da Stati Uniti e Iran alle rispettive proposte di accordo, è l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Nel suo rapporto mensile sul mercato dell’oro nero, gli esperti prevedono infatti che nel 2026 la domanda mondiale di petrolio si contrarrà di 420mila barili al giorno fermandosi a 104 milioni: 1,3 milioni in meno rispetto alle stime prebelliche. Uno scenario nonostante il quale l’offerta globale non riuscirà comunque a soddisfare la richiesta, in quanto la guerra sta devastando la produzione in Medio Oriente.
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Produzione a picco
L’AIE calcola che il calo di produzione maggiore si sia registrato finora nel secondo trimestre: 2,45 milioni di barili al giorno, di cui 930 mila attribuibili ai Paesi OCSE e 1,5 milioni agli altri. Inoltre, viene sottolineato, “le crescenti perdite di approvvigionamento da Hormuz stanno esaurendo le scorte globali a un ritmo record”. Le previsioni stimano quindi che nel 2026 l’offerta sarà inferiore di 1,78 milioni di barili per die rispetto alla domanda totale, in contrasto con un surplus di 410mila atteso nel rapporto del mese scorso e di quasi 4 milioni ipotizzati a dicembre. “Con il traffico di petroliere nello Stretto ancora limitato”, si legge, “le perdite cumulative della produzione da parte dei Paesi del Golfo superano già un miliardo di barili e si contano oltre 14milioni attualmente bloccati”. Insomma, “uno shock di offerta senza precedenti”. Ad aprile, l’offerta globale è calata di ulteriori 1,8 milioni di barili raggiungendo i 95,1 milioni e portando le perdite totali da febbraio a 12,8. In particolare, la produzione dei Paesi del Golfo è stata inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre conflitto.
Giù anche l’attività di raffinazione
L’agenzia stima anche che la lavorazione di greggio da parte delle raffinerie crollerà di 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026, raggiungendo i 78,7 milioni, e di 1,6 milioni di barili per l’intero anno, arrivando a 82,3 milioni. Non è infatti un caso che già ad aprile l’offerta globale sia calata di ulteriori 1,8 milioni di unità e abbia raggiunto i 95,1 milioni, portando le perdite totali da febbraio a 12,8. Un emorragia sulla quale indice molto la componente proveniente dal Golfo, la cui produzione è stata inferiore di 14,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre conflitto. A pesare sono i danni alle infrastrutture, le restrizioni alle esportazioni e la minore disponibilità di materie prime.
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Allarme scorte
Quanto alle scorte, secondo i dati preliminari, la riduzione ammonta a 129 milioni di barili a marzo e a ulteriori 117 milioni ad aprile. Le continue interruzioni del commercio attraverso Hormuz hanno causato un calo delle riserve terrestri di 170 milioni di barili (-5,7 milioni al giorno) il mese scorso, mentre il petrolio in mare è rimbalzato di 53 milioni di barili. Sul fronte dell’offerta, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono riusciti a reindirizzare parte delle esportazioni verso terminali di carico al di fuori dello Stretto. Allo stesso tempo, le scorte provenienti da depositi strategici commerciali e governativi nei Paesi consumatori stanno affluendo sul mercato per compensare in parte le perdite. Anche i gli operatori al di fuori del Medio Oriente hanno aumentato la produzione e portato l’export a livelli record in risposta alla crisi. Infatti, le previsioni di crescita dell’offerta per il 2026 dalle Americhe sono state riviste al rialzo di oltre 600mila barili al giorno dall’inizio dell’anno così da toccare una media di 1,5 milioni. Anche l’export dal bacino atlantico, ora diretto principalmente verso i mercati a est di Suez, è aumentato di 3,5 milioni di unità giornaliere da febbraio grazie a incrementi significativi da parte di USA e Canada ma anche Brasile e Venezuela. Su perfino le vendite russe.
La ripresa post conflitto sarà lenta
La previsione di base dell’agenzia vede una graduale riapertura al traffico attraverso lo Stretto a partire dal terzo trimestre. In caso di un accordo di pace che consenta la progressiva ripresa dei flussi, viene spiegato nel paper, la produzione potrebbe tornare a crescere verso la fine dell’anno ma è probabile che l’offerta si riprenda più lentamente. Ne deriva che il mercato petrolifero rimarrà in deficit di qui all’ultima parte del 2026, mentre è probabile un’ulteriore volatilità dei prezzi in vista del periodo di picco della domanda estiva. Ipotizzando una ripartenza dell’approvvigionamento lungo Hormuz a partire da giungo, gli esperti stimano dunque che l’offerta globale di petrolio diminuisca in media di 3,9 milioni di barili al giorno quest’anno per attestarsi a 102,2 milioni.
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