Per l’economista, il commercio globale non smette di crescere ma si riorganizza per aree. Uno scenario in cui l’Europa sconta la frammentazione e l’assenza di una vera unione dei capitali. Con riflessi anche su valute, flussi e scelte degli investitori
Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore
Il conflitto in Iran, venuto subito dopo la nuova guerra dei dazi di Trump e le tensioni sulla Groenlandia, ha riacceso l’attenzione degli investitori sulla deglobalizzazione e sugli impatti che questo fenomeno rischia di produrre per i mercati finanziari. Un tema che interessa soprattutto l’Europa, seduta sopra un tesoro di risparmi ma costretta all’immobilismo a causa della frammentazione politica ed economica. La redazione di FocusRisparmio ha raggiunto Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici dell’Università Cattolica e attento osservatore delle vicende internazionali, per capire quali orizzonti stanno venendo a delinearsi.
Siamo davvero di fronte alla fine della globalizzazione oppure si tratta di una frammentazione in blocchi regionali?
Nonostante la guerra dei dazi dell’anno scorso, il commercio internazionale ha continuato a crescere. C’è però un caveat: se guardiamo alla storia, vediamo che fasi di intensi scambi sono spesso state interrotte da eventi bellici. È accaduto prima della Grande Guerra, quando i mercati internazionali erano già molto integrati, così come all’epoca dell’Impero Romano o quando gli intensi traffici del Mediterraneo sono stati interrotti della crisi del XII secolo avanti Cristo. Se appare quindi prematuro parlare di deglobalizzazione vera e propria, non v’è dubbio che questo fenomeno potrebbe verificarsi qualora il clima di tensione internazionale degli ultimi anni dovesse sfociare in un conflitto paragonabile per dimensione a quelli citati. In sua assenza, invece, resta difficile pensare che il mondo torni ai livelli di scambi di 50 anni fa: potranno piuttosto formarsi aree più integrate tra loro, con il blocco cinese e molti Paesi emergenti che già oggi tendono a rafforzare i rapporti reciproci o la stessa Unione europea intenta ad aprire nuovi canali di commercio con l’India.
Quali sono i rischi principali di uno scenario a blocchi?
Quello principale è legato alla doppia faccia della globalizzazione: l’aver favorito un fortissimo aumento degli scambi ma, dal punto di vista geopolitico, anche l’emergere della Cina come nuovo grande gigante. La vera questione è quindi capire in quale modo gestire un mondo con due nazioni egemoni che iniziano a guardarsi in cagnesco. Per usare un’immagine semplice: quando ci sono due galli nello stesso pollaio, spesso finiscono per bisticciare. E i segnali in questa direzione sono già tanti: nell’ultimo rapporto inviato dal Dipartimento della Difesa americano al Congresso sullo stato delle forze armate di Pechino, ad esempio, si afferma esplicitamente per la prima volta che il Paese avrebbe l’obiettivo strategico di sostituire gli Stati Uniti come potenza egemone anche attraverso il rafforzamento militare.
A proposito di Cina, come valuta la sua attuale posizione rispetto ai conflitti in corso?
L’interpretazione più benevola è quella i un Paese che, anche storicamente, non ha avuto un profilo tipicamente aggressore. La Cina, anzi, nel corso della sua storia è stata attaccata molto più spesso di quanto abbia fatto lei con i confinanti: lo insegna la Seconda guerra mondiale. L’altra interpretazione è che non sia ancora preparata e stia completando il proprio rafforzamento. Questa, in fondo, è anche la lettura americana: Washington sostiene che già dal 2027 Pechino potrebbe essere pronta per un’aggressione a Taiwan. Va poi considerato che i vertici delle forze armate cinesi sono cambiati in modo significativo negli ultimi anni, a riprova di come sia in corso una fase di transizione. Tuttavia, l’arsenale termonucleare resta ancora inferiore a quello americano: secondo gli USA, il Dragone disporrebbe oggi di poco più di 600 testate e potrebbe arrivare a 1.000 entro fine decennio.
I dazi di Trump hanno contribuito a irrigidire ulteriormente le tensioni? Quali effetti concreti possono avere, nel medio periodo, su produttività e inflazione?
L’impatto certo è stato l’aumento delle entrate dello Stato americano, attraverso tasse pagate in sostanza dalle imprese importatrici statunitensi. Si è ridotto un po’ il commercio con l’estero e in alcuni settori emergono segnali di ripartenza manifatturiera, per esempio nell’acciaio, ma si tratta ancora di fenomeni molto limitati. Del resto, con le forti incertezze sulla forma che questa guerra potrà assumere, è inevitabile che sia così: dopo la sentenza della Corte, Trump non può infatti più usare con la stessa flessibilità lo strumento e questo frena le imprese dal re-shoring. Quanto alle variabili economiche in senso stretto, gli USA mostrano dal 2023-2025 segnali di accelerazione soprattutto nella componente più legata all’innovazione tecnologica: la produttività totale dei fattori. Si comincia a vedere qualche effetto dell’intelligenza artificiale, ma questo progresso deriva molto più dal…
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