La rottura nel cartello dei produttori aggiunge ulteriori complessità alla crisi energetica mentre si intensificano le pressioni su Hormuz e Iran. Secondo gli asset manager, uscire dall’impasse sarà ora più difficile
Gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di uscire dall’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec), in un contesto segnato da tensioni crescenti nel Golfo e da un progressivo irrigidimento dei rapporti tra i principali produttori. È quanto riportato alla fine della settimana dalla stampa internazionale, secondo cui la scelta si inserirebbe in un quadro di attriti ormai pluriennali con l’Arabia Saudita sulla gestione delle quote di produzione. Una notizia che, secondo gli asset manager, aggiunge ulteriori complessità alla crisi energetica mentre si intensificano le pressioni su Hormuz e Iran.
Produzione e strategia industriale al centro dello scontro
Abu Dhabi contesterebbe a Riyad una politica eccessivamente restrittiva sull’offerta di greggio, percepita come penalizzante per la capacità degli Emirati di espandere la propria produzione. Al centro delle divergenze vi sarebbe infatti la strategia di lungo periodo degli Emirati, che puntano ad aumentare la capacità estrattiva nazionale. Secondo stime di settore, nel 2022 il Paese produceva circa 4 milioni di barili al giorno, pari a poco più del 4% della produzione globale, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il proprio ruolo nel mercato energetico. In questo contesto, la compagnia nazionale Adnoc avrebbe accelerato i piani di espansione, con target di produzione rivisti al rialzo fino a circa 5 milioni di barili al giorno entro l’inizio del 2026, in anticipo rispetto alle precedenti pianificazioni. Una traiettoria che, secondo gli analisti, risulterebbe difficilmente compatibile con le politiche di contenimento produttivo promosse dall’Opec+ per sostenere i prezzi del greggio.
Opec+ e frizioni interne al cartello
La possibile uscita degli Emirati avrebbe implicazioni significative anche per l’Opec+, l’alleanza allargata che include la Russia e altri grandi produttori non appartenenti al cartello tradizionale. Negli ultimi anni, proprio all’interno di questo perimetro si sarebbero acuite le divergenze tra i Paesi favorevoli al mantenimento dei tagli alla produzione, guidati dall’Arabia Saudita, e quelli più orientati ad aumentare le quote di mercato. In questo scenario, la decisione di Abu Dhabi potrebbe accentuare le dinamiche di frammentazione del coordinamento tra produttori.
Sul fronte geopolitico, resta centrale la situazione nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il transito di una quota rilevante delle esportazioni mondiali di petrolio. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran continuano a incidere sulle prospettive di stabilità dell’area. Secondo quanto riportato da fonti internazionali, Washington avrebbe mantenuto una linea di forte pressione economica su Teheran, con l’obiettivo di limitarne la capacità di esportazione energetica e rafforzare la posizione negoziale sul programma nucleare iraniano. L’Iran, dal canto suo, avrebbe presentato una protesta formale alle Nazioni Unite, accusando gli Stati Uniti di azioni ostili nel Golfo.
Un equilibrio energetico sempre più fragile
Nel complesso, la combinazione tra possibili riorganizzazioni interne all’Opec+, tensioni produttive e instabilità geopolitica nello stretto di Hormuz contribuisce a delineare uno scenario di crescente volatilità per il mercato petrolifero globale in una fase in cui il prezzo del greggio resta una variabile sensibile per gli equilibri economici e politici internazionali. La fuoriuscita di un produttore delle dimensioni degli Emirati Arabi rischia di indebolire ulteriormente la capacità di coordinamento dell’Opec+, aumentando la volatilità delle forniture. Gli analisti sottolineano inoltre che l’eventuale riallineamento della strategia emiratina verso un’espansione produttiva fino a 5 milioni di barili al giorno entro il 2026 potrebbe, nel medio periodo, modificare gli equilibri dell’offerta globale ma nel breve termine la transizione fuori dal cartello tende ad alimentare incertezza e pressioni rialziste sui prezzi energetici.
George Cotton, Commodities portfolio manager di J. Safra Sarasin
L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec giunge dopo anni di tensioni tra Abu Dhabi e l’Arabia Saudita ma rappresenta comunque un evento di portata storica. Anche perché, è la tesi espressa da J. Safra Sarasin, sottende la volontà del blocco uscente di sfruttare l’attuale crisi energetica come opportunità per conquistare quote di mercato. “Gli EAU intendono raggiungere i 5 milioni di barili al giorno entro il 2027 ma sono fortemente limitati dalle quote stabilite dal gruppo”, ha spiegato il gestore della società George Cotton, sottolineando come i policymaker del Paese stiano già comunicando che i mercati petroliferi includeranno probabilmente nuovi premi di rischio “più elevati per un periodo più lungo”. Una situazione che, sul fronte geopolitico, lascia intravedere all’esperto un’altra dinamica cruciale per il futuro della regine medio orientale: le relazioni diplomatiche nel Golfo stiano diventando più fragili e multipolari. “Le nazioni coinvolte stanno scoprendo che i loro alleati hanno in mente obiettivi più ampi e potrebbero finire per diventare danni collaterali”, ha concluso Cotton.
Ipek Ozkardeskaya, analista senior Swissquote, ha operato un’analisi diversa. “È vero che gli Emirati Arabi Uniti rappresentavano il 12% della produzione totale dell’OPEC e che il loro addio farebbe scendere la quota rappresentata dal cartello sul mercato dal 35%-40% al 36% massimo”, ha spiegato, “ma nel breve termine la massiccia interruzione dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto rende limitato l’impatto della scissione”. In altre parole, il mercato del greggio è attualmente sotto-fornito a causa del blocco quasi totale dei flussi verso e gli EAU non possono immettere barili sul mercato nemmeno volendo. “Questo è il motivo per cui i prezzi sono aumentati nel fine settimana”, ha sintetizzato l’esperta. Semmai, è la sua conclusione, gli impatti ci saranno sul medio-lungo periodo. “Le restrizioni alla produzione dell’OPEC promettono di avere un un impatto minore sulla stabilizzazione dei prezzi globali del petrolio e l’uscita degli Emirati Arabi Uniti potrebbe incoraggiare altri produttori a perseguire i propri interessi nazionali in modo indipendente”, ha infatti aggiunto. Solo una volta che la situazione in Medio Oriente si sarà stabilizzata e il commercio attraverso Hormuz sarà ripristinato, la maggiore concorrenza e offerta inizieranno a pesare sulle quotazioni.
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