L’Osservatorio Assogestioni stima in 1,5 milioni i nuovi sottoscrittori, per una platea totale di quasi 12 milioni e 608 miliardi di euro investiti. Boomers ancora i più ricchi e rappresentati, ma i giovani guadagnano spazio e sono più disciplinati. E se il divario Nord-Sud resta, il gender gap è un ricordo
Si attestano a 11,6 milioni gli italiani che utilizzano fondi comuni, in aumento dagli 11,1 milioni di un anno fa. È quanto emerso dalla presentazione del nuovo Osservatorio Sottoscrittori di Assogestioni, il lavoro con cui l’Associazione italiana degli asset manager monitora periodicamente il segmento a maggior partecipazione retail nell’industria del risparmio gestito. Secondo lo studio, le fuoriuscite verificatesi nei 12 mesi tra la fine del 2023 e quella del 2024 sono infatti state compensate dal coinvolgimento di circa 1,5 milioni di nuovi utenti e hanno permesso a questo mercato di raggiungere un patrimonio pari a 608 miliardi di euro. Intanto cambia il profilo dell’investitore tipo, con una maggiore partecipazione di donne e giovani ma anche l’innalzamento dell’impiego medio.
Un mercato da 608 miliardi
Riccardo Morassut, Senior Research Analyst Assogestioni
La dimensione e l’importanza del lungo lavoro di screening su cui si basa il report sono state restituite da Riccardo Morassut, Senior Research Analyst dell’Associazione. “La rappresentatività del campione analizzato è pari alla quasi totalità dei fondi detenuti dalle famiglie italiane, per un controvalore di 226 miliardi di euro”, ha spiegato Morassut mentre si apprestava a presentare i risultati dell’Osservatorio. “Computando anche i 255 miliardi di prodotti esteri”, ha quindi aggiunto, “il patrimonio monitorato arriva a toccare i 481 miliardi e a rappresentare il 79% dell’universo in esame”. Parole che fanno capire come il mercato degli strumenti finanziari per i risparmiatori abbia raggiunto un valore di 608 miliardi di euro e sia il secondo più grande d’Europa dopo quello tedesco.
Alessandro Rota, Direttore Ufficio Studi Assogestioni
“Dal nostro censimento di quest’tanno emerge chiaramente che nel 2024 circa un milione e mezzo di italiani ha investito per la prima volta in fondi comuni”, ha aggiunto il Direttore dell’Ufficio Studi Alessandro Rota, che ha spiegato come questa dinamica abbia fatto aumentare il dato complessivo di circa 500mila unità. Un numero che, se rapportato all’intera popolazione del Paese, porta il tasso di partecipazione al 19,7% e conferma il coinvolgimento di un cittadino su cinque.
Considerando tutti gli 11,6 milioni di sottoscrittori di fondi comuni, calcolati sommando chi investe in prodotti domestici a chi sceglie quelli esteri a distribuzione concentrata o cross border, il valore medio generale dell’investimento si è attesta a 52mila euro. Si tratta di un importo in crescita di 3mila euro rispetto al 2023 ma che varia sensibilmente scendendo nel dettaglio delle singole sottoclassi: è più basso per i sottoscrittori di fondi italiani (33mila euro), più alto per quelli di fondi stranieri a distribuzione concentrata (47mila) e in particolare per i cross-border (59mila). Una varietà che conferma quella targhettizzazione della clientela da parte dell’industria osservata già nelle edizioni precedenti della ricerca: chi punta sul tricolore è cioè un soggetto mass affluent attirato dalle grandi banche commerciali nazionali mentre chi guarda oltre confine ha un profilo mediamente più sofisticato (di tipo upper affluent private) e si rivolge a consulenti finanziari o private banker.
Ma chi investe italiano investe meno. E non è solo un male
Se il dato medio è di 52mila euro, l’investimento mediano si posiziona invece in un intervallo compreso tra 15mila (per i prodotti italiani) e 21mila euro (per gli esteri). Questo gap, con il 30% delle famiglie più ricche che detiene l’80% del patrimonio impiegato, è sì in linea con le recenti stime di Bankitalia ma può essere letto sotto una luce diversa. “Metà del pubblico è in grado conquistarsi un accesso al mercato con cifre inferiori a 20mila euro”, ha affermato infatti Morassut, con Rota che ha aggiunto: “L’investimento in fondi rappresenta di per sé un atto basilare di educazione finanziaria che può aiutare a trasferire i valori della diversificazione e della programmazione dei risparmi”.
Più giovani, ma il passaggio generazionale resta un nodo
L’età media degli investitori si è attestata a 61 anni, leggermente in calo rispetto alla rilevazione 2024. E se è vero che i Baby Boomers rappresentano ancora il 41% dell’utenza e detengono quasi metà della ricchezza totale (48%), seguiti dai membri della Silent o della Greatest Generation, gli under 35 guadagnano terreno: costituiscono infatti il 15% dei sottoscrittori totali, per un patrimonio complessivo che vale il 6% delle masse. Una rincorsa che risulta ancora più evidente guardando alla composizione del milione e mezzo di nuovi investitori, con il 23% che appartiene proprio a queste due generazioni, e ai dati sull’investimento medio: pur distante dai 62mila euro delle categorie anagrafiche più rappresentate, in un anno è salito da 13mila a 14mila euro per i Gen Z e da 21mila a 24mila euro per i Millenials.
Ma il confronto con il mercato USA, reso possibile dalla scelta di inserire i dati dell’Investment Company Institute, evidenzia quanto resti da fare per coinvolgere davvero le nuove leve. “Non solo l’età media del pubblico americano è di 54 anni ma il tasso di partecipazione si attesta al 35% per la Gen Z e al 49% per i Millennials contro i nostri 7% e 13%”, ha evidenziato Rota, sottolineando come i coetanei d’Oltreoceano abbiano più disponibilità e inizino prima a investire. Gli ha fatto eco Morassut, secondo cui l’ammontare di risorse detenute dai senior rende fondamentali per le società di gestione e per l’intero settore tematiche quali la longevità e il passaggio generazionale della ricchezza.
Il profilo demografico offerto da Assogestioni conferma anche un altro trend: il divario di genere continua ad assottigliarsi. I sottoscrittori donne rappresentano il 47% dell’utenza totale, un dato in costante aumento negli anni e superiore di ben sei punti percentuali rispetto a quello di venti anni fa. Va però segnalato come sulla tendenza incidano anche dinamiche socio-demografiche, con l’aspettativa di vita media femminile più alta e che quindi facilita l’ingresso delle risparmiatrici nella popolazione presa in esame in corrispondenza soprattutto della tarda età. Non è infatti un caso che questo gap sia ancora riscontrabile sui due fronti meno influenzati da fattori simili, cioè l’investimento medio e quello complessivo: nel primo caso, gli uomini si attestano sui 55mila euro mentre le controparti in rosa sono ferme a 50mila; nel secondo, che il 55% dello stock complessivo risulta detenuto dalla coorte maschile.
Nord protagonista. Ma al Sud c’è margine per fare business
Per quanto riguarda la segmentazione geografica, la fotografia restituita dall’Ufficio Studi dell’Associazione non si discosta particolarmente da quella dell’anno scorso. La partecipazione si conferma infatti più alta nel Settentrione, dove risiede il 64% dei sottoscrittori e dove si colloca anche il 68% dello stock investito, mentre non supera mai il 10% sotto il Lazio: un dato che può essere interpretato sia come la conseguenza dello storico divario di ricchezza tra le due metà del Paese sia come il risultato delle logiche di distribuzione seguite dagli operatori del settore, che tendono a privilegiare geografie caratterizzate da bacini d’utenze e disponibilità più ampi.
La classifica regionale basata sul tasso di coinvolgimento vede sul podio in particolare l’Emilia-Romagna, con un dato oltre il 30%, seguita da Lombardia (28,1%) e Piemonte (27,4%) mentre a livello di investimento medio sono queste ultime due a spiccare (58.918 euro e 58.675 euro) insieme alla Liguria (58.675 euro). Ma se il Mezzogiorno appare in ritardo, Rota ravvisa il bicchiere mezzo pieno in un aspetto: il potenziale di sviluppo che l’industria del gestito può sprigionare proprio da Roma in giù. “Le rilevazioni IBF di Banca d’Italia attestano come a Nord la liquidità non superi il 45% delle attività finanziarie mentre altrove costituisca circa il 70% del portafoglio”, spiega l’esperto, “un vero e proprio tesoro che deve essere direzionato verso i mercati”.
Più banca per i fondi italiani. E ai giovani piacciono i PAC
Per quanto riguarda i canali di distribuzione, si osservano importanti differenze in base alla domiciliazione dei prodotti e al conseguente grado di sofisticazione dei sottoscrittori: lo sportello bancario continua a dominare il mercato dei fondi italiani, con un’incidenza che sfiora il 95%, mentre a piazzare veicoli esteri sono soprattutto le reti di consulenti finanziari (49%). A livello di modalità, il versamento in un’unica soluzione si attesta al 62% e resta quindi l’opzione prevalente ma i piani di accumulo non smettono di registrare risultati positivi: a dicembre 2024 avevano coinvolto il 21% del campione e il 50% del segmento rappresentato dagli under 40, confermando una maggiore propensione dei giovani a pianificare nel tempo. Secondo Morassut, il dato si presta a una duplice lettura: “Conferma la scarsa disponibilità di risorse finanziarie delle nuove generazioni, da cui deriva la necessità di ricorrere a forme di impiego del capitale che prevedono versamenti periodici ma di piccolo importo, e testimonia come l’industria si sia dotata di soluzioni utili a portare sui mercati anche i soggetti più difficili da coinvolgere”.
Poco azionario in portafoglio. Anche per i giovani
Se è vero che gli under 40 crescono di incidenza e mostrano un approccio sempre più disciplinato, sia pure in risposta alla necessità di gestire una minore disponibilità economica, c’è un dato sulla partecipazione giovani che desta preoccupazione e che ha a che fare con l’asset allocation. Il peso della componente azionaria in portafoglio diminuisce gradualmente con l’aumentare dell’età, rispettando la teoria del life-cycle investing, ma le percentuali investite dai più giovani nell’equity sono ancora troppo contenute. “La quota di sottoscrittori appartenenti a Gen Z e Millennials che investe in fondi azionari non supera il 40%,” ha osservato Morassut, “contro una media del 73%-76% circa fatta registrare dagli omologhi americani”. Non solo. Per quanto riguarda le aree geografiche verso le quali si riscontra una maggiore esposizione, l’osservatorio mette in luce come l’home-bias risulti tuttora in crescita: in particolare, la quota obbligazioni e azioni italiane è pari al 20% nel portafoglio complessivo.
Una risorsa per l’educazione finanziaria
Una considerazione finale è stata riservata all’importanza dell’alfabetizzazione finanziaria. “L’evoluzione demografica e comportamentale dei sottoscrittori dimostra come i fondi comuni si confermino uno strumento inclusivo e sempre più utilizzato anche dalle nuove generazioni”, ha detto il Direttore dell’Ufficio Studi di Assogestioni. Che ha aggiunto: “Acquistare questi strumenti significa scegliere una modalità di investimento orientata alla diversificazione, alla gestione professionale e alla pianificazione”. Il manager ha quindi concluso: “Si tratta di un atto di educazione finanziaria che va promosso, soprattutto tra il pubblico più giovane”.
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