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Il World economic outlook: se la guerra dura a lungo, il Pil può crollare al 2%. Limate le stime per tutti i Paesi, Italia compresa (+0,5%). Solo Russia e India migliorano. L’avvertimento alle banche centrali: piano con gli aumenti dei tassi
Se la guerra tra USA e Iran terminerà nel giro di qualche settimana, quest’anno il Pil globale si attesterà al 3,1%: lo 0,2% in meno di quanto previsto a gennaio. Ma se il conflitto dovesse durare a lungo, provocando “la più grande crisi energetica dei tempi moderni”, allora la crescita potrebbe fermarsi al 2% e spingere il mondo sull’orlo di una recessione. A lanciare l’allarme è World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, che ha presentato i diversi scenari in base all’evolversi della situazione mediorientale e mandato un chiaro messaggio ai leader politici coinvolti. In assenza del conflitto, infatti, l’istituzione di Washington avrebbe addirittura operato una “lieve revisione al rialzo” per il 2026 e portato l’espansione attesa al 3,4%.
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Shock simile agli anni ’70 ormai inevitabile
Il quadro è però cambiato radicalmente e ora si aprono tre scenari, tutti al ribasso. Quello migliore si basa su una “previsione di riferimento” che la guerra abbia “durata e portata limitate”, tali per cui le perturbazioni si attenuino entro metà 2026 e mantengano un aumento del 19% delle materie prime per l’intero anno. In questo caso, oltre a una frenata del Pil, l’inflazione dovrebbe salire al 4,4% (+0,7% rispetto alle previsioni di ottobre) per poi scendere al 3,7% nel 2027 e fare il paio con una crescita confermata al 3,2%. Se invece il conflitto dovesse finire ora, viene chiarito, ci sarebbe per il resto dell’anno un effetto trascinamento per i problemi delle forniture energetiche globali e non creando uno shock “comparabile con quello del 1974”. Nello scenario medio, definito “avverso” perchè caratterizzato da aumenti maggiori e più persistenti dei prezzi energetici , il Pil si attesterebbe invece al 2,5%. Infine, in quello “grave”, si verificherebbero tre dinamiche: l’espansione si fermerebbe al 2%, il petrolio aumenterebbe del 100% rispetto a gennaio, restando a tale livello anche nel 2027, e l’inflazione schizzerebbe al 6%. “Questo significherebbe sfiorare una recessione globale (tasso di crescita inferiore al 2%), cosa che si è verificata solo quattro volte dal 1980, con le ultime due occasioni che corrispondono alla crisi finanziaria globale e alla pandemia di Covid-19”, si legge nel documento.
Conto salato per (quasi) tutti, Italia compresa
Quasi tutti i Paesi accuseranno il colpo, anche se in misura diversa. La crescita 2026 di USA e Cina è stata limata solo dello 0,1%, rispettivamente al 2,3% e al 4,4%. Negli States, che sono esportatori netti di energia, la revisione “riflette il saldo tra un piccolo effetto negativo della guerra e le compensazioni derivanti da una ripresa dell’attività nel primo trimestre dell’anno” con la fine dello shutdown. A Pechino, invece, le minori tariffe doganali sui prodotti nazionali e le misure di stimolo hanno compensato le conseguenze del conflitto. Nel 2027, poi, il Pil dovrebbe aumentare del 2,1% per Washington e del 4% per il Dragone. Nell’Area euro, l’economia è invece attesa espandersi dell’1,1% e dell’1,2%. Una previsione, rivista al ribasso dello 0,2% per entrambi gli anni, che manda quindi in fumo lo slancio di fine 2025. Inoltre, l’inflazione dovrebbe superare il 2% quest’anno e restare oltre il target BCE anche quello dopo. Per l’Italia, le stime di crescita sono calate allo 0,5% nel 2026 e nel 2027 (-0,2% per ciascun anno). In Germania si è passati a +0,8% e +1,2%, con due tagli dello 0,3%. Il Pil della Francia è visto scivolare a +0,9% per entrambi gli anni, con revisioni al ribasso dello 0,1% e dello 0,3%. L’espansione della Gran Bretagna dovrebbe fermarsi a +0,8% e +1,3% (-0,5% e -0,2%), mentre la Spagna dovrà accontentarsi di +2,1% e +1,8% (-0,2% e -0,1%). In controtendenza solo Russia e India. Mosca infatti beneficerà oltre misura dell’aumento dei prezzi delle materie prime, tanto che la sua crescita 2026 è stata rivista dell’ 0,3% all’1,1. E lo slancio dovrebbe reggere con un altro +1,1% anche il prossimo anno. New Delhi si espanderà invece del 6,5% (+0,1%) sia quest’anno sia il prossimo, grazie al “forte andamento del 2025 e alla riduzione dei dazi USA”.
Banche centrali, no a un allentamento del Patto di Stabilità
Infine, il Fondo sottolinea il possibile ritorno dell’incubo inflazione. E avverte che, con il ricordo dell’impennata postpandemica ancora fresco, “gli effetti potrebbero essere più ampi rispetto al 2021–22”. Tuttavia, per gli economisti di Washington, le banche centrali devono fare attenzione a non alzare i tassi troppo presto: il rischio è infatti di destabilizzare i mercati finanziari e intaccare ulteriormente la fiducia di consumatori e imprese. Sul fronte europeo, a una domanda se sia opportuno l’allentamento del Patto di Stabilità, il capo economista Pierre-Olivier Gourinchas ha messo in guardia i Paesi impegnati nel ridurre i deficit e li ha invitati a tre mosse: “Mantenere il passo, non deviare, proseguire con il riallineamento fiscale”. Le recenti crisi come il Covid, ha ricordato, “sono state affrontate con spese pari al 2-3% del Pil finanziate con nuovo debito”.
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