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Per ora l’aumento delle quotazioni resta gestibile per quasi tutti i Paesi. Ma secondo i gestori un’escalation in Medio Oriente potrebbe avere pesanti ripercussioni sulla crescita e sui prezzi degli asset finanziari
Per i mercati emergenti il petrolio è tornato ad essere l’osservato speciale. Uno shock delle quotazioni potrebbe infatti avere ripercussioni particolarmente pesanti sulla crescita e sui prezzi degli asset finanziari in molti Paesi e le rinnovate tensioni tra Israele e Iran, con la partecipazione al conflitto anche degli Stati Uniti, hanno riportato ai massimi il livello d’allarme. Per i gestori, l’attuale rialzo del barile resta ancora gestibile, ma se la tregua non dovesse reggere o se Theran decidesse di chiudere lo stretto di Hormuz, allora le conseguenze potrebbero farsi serie.
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Situazione gestibile. Finora
“Il costo medio del petrolio da inizio anno, pari a 70 dollari al barile, rimane notevolmente inferiore alla media di 80 dollari del 2024. Il barile era più vicino ai 65 dollari prima che Israele lanciasse un attacco contro l’Iran il 13 giugno. È salito a quasi 80 e poi è sceso a 68 dopo il cessate il fuoco di lunedì e martedì, indicando che il premio di rischio era di circa 10 dollari”, analizza Mali Chivakul, emerging markets economist di J. Safra Sarasin.
Per quanto riguarda in particolare l’Asia, Christiaan Tuntono, senior economist Asia Pacific di Allianz GI, fa notare come l’incremento del greggio comporti uno shock negativo per i termini di scambio per la regione: il petrolio copre infatti il 25% del fabbisogno energetico dell’area, ma l’80% della domanda viene soddisfatta tramite importazioni. “Vero è che l’impatto di questo aumento non si è ancora concretizzato”, precisa, indicando tre aspetti che lo confermano. Il primo è che il consumo di oro nero dell’Asia in percentuale del pil è attualmente inferiore alla media di lungo periodo pre-Covid. Segue poi il fatto che nella maggior parte dei Paesi della regione l’inflazione si mantiene entro limiti accettabili per le banche centrali. Infine, ad eccezione delle Filippine, i conti con l’estero degli Stati asiatici mostrano resilienza rispetto all’aumento delle importazioni di petrolio e gas.
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“Dato il forte calo dell’intensità energetica, l’area dovrebbe essere in grado di assorbire l’attuale impennata del petrolio. I prezzi globali dovrebbero stabilmente superare gli 85–90 dollari al barile per rappresentare un rischio significativo di rialzo per l’inflazione e i conti con l’estero”, sostiene dunque Tuntono. Precisando che se le tensioni in Medio Oriente dovessero attenuarsi e il greggio non salisse ulteriormente, l’impatto sulle condizioni macroeconomiche della regione rimarrebbe gestibile, consentendo alle banche centrali di continuare ad attenuare le condizioni monetarie.
Le conseguenze di un’impennata del petrolio
Chivakul avverte però che uno shock dei prezzi potrebbe esercitare una pressione al ribasso sulla crescita e sui prezzi degli asset finanziari. “L’aumento del barile amplia il disavanzo delle partite correnti e indebolisce la valuta degli Stati importatori netti. E la maggior parte dei principali mercati emergenti lo sono”, spiega. Ricordando quando nel 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, il greggio arrivò vicino a quota 100, causando un deficit delle partire correnti di molti di questi Paesi. Non solo: le valute risentirono ulteriormente del rafforzamento del dollaro, l’inflazione aumentò e le banche centrali alzarono i tassi. “In molte economie emergenti, la quota dell’energia nel paniere dei prezzi al consumo è piuttosto elevata. Ad esempio, il peso è pari a circa il 14% in Thailandia, l’11% in Brasile e il 9% in Cile e India”, argomenta. Senza contare che spesso i sussidi governativi sono utilizzati per stabilizzare i prezzi al dettaglio dell’energia: l’incremento del barile comporterebbe quindi anche un aumento dell’ammontare degli aiuti e della pressione fiscale.
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Chi rischia di più
Ne deriva che gli Stati con elevati disavanzi delle partite correnti e un’elevata dipendenza dal petrolio siano maggiormente a rischio. “Sebbene Corea, Taiwan, Thailandia e Vietnam presentino un’elevata dipendenza dal petrolio, dispongono di un surplus delle partite correnti sufficiente a sostenere un aumento del prezzo non così estremo come quello del 2022. Le Filippine e l’India appaiono invece più vulnerabili”, osserva Chivakul. E dello stesso parere è anche Tuntono.
L’effetto sulle valute
Sebbene preveda un apprezzamento delle valute dei Paesi asiatici con surplus nel medio termine, per Chivakul un rincaro dell’oro nero potrebbe far da freno. “Il won coreano e il dollaro taiwanese hanno recuperato tutte le perdite registrate negli ultimi dieci giorni, mentre il baht thailandese è solo leggermente più debole rispetto al 12 giugno. Nel frattempo, il peso filippino è ancora inferiore di quasi il 2% rispetto al livello pre-conflitto”, fa notare. Aggiungendo che nell’Europa emergente, sono la Romania e la Turchia le più vulnerabili. Inoltre, l’aumento del barile è stato uno dei fattori trainanti dell’apprezzamento delle valute dei Paesi latinoamericani esportatori netti di petrolio. “Sia il real brasiliano che il peso colombiano hanno registrato un leggero aumento nelle ultime due settimane. Altri fattori trainanti sono stati il significativo carry reale e l’indebolimento del biglietto verde”, chiarisce.
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Le banche centrali
Per Chivakul le banche centrali dei mercati emergenti proseguiranno con la loro politica di allentamento monetario, ma l’incertezza sul petrolio potrebbe indurle a una maggiore cautela. “La pausa della Banca Indonesia della scorsa settimana ne è un esempio calzante”, sottolinea. Anche secondo Tuntono le crescenti tensioni in Medio Oriente rappresentano un rischio al rialzo per il contesto disinflazionistico in cui attualmente si trova l’Asia. “L’inflazione in Malesia (+0,9%), Thailandia (+0,8%), Indonesia (+0,7%), Corea (+0,6%) e India (+0,6%) sono le più sensibili a un incremento di dieci dollari del greggio. Ma agli attuali livelli di prezzo, le importazioni non sembrano destinate a far salire il carovita nell’Area, anche se un aumento prolungato potrebbe avere tale effetto”, conclude.
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