3 min
Lo scenario di base dell’agenzia prevede una durata della guerra di circa un mese, ma con “significativi rischi al ribasso”. Più colpiti i Paesi dipendenti dalle importazioni energetiche. Europa meglio preparata rispetto al passato
Se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi nel tempo, potrebbero esserci pesanti ripercussioni sui rating sovrani e sui mercati globali. E a pagare il prezzo più alto sarebbero i Paesi maggiormente vulnerabili e dipendenti dalle importazioni energetiche. A dirlo sono gli esperti di S&P Global Ratings, secondo cui lo scenario di base resta per ora quello di una guerra relativamente breve, con una “durata limitata di circa un mese”, anche se “restano significativi rischi al ribasso”.
📰 Leggi anche “Iran, GAM: con guerra prolungata a rischio anche gli EM“
I Paesi più a rischio
“I rischi geopolitici si stanno ormai concretizzando come fattore centrale nella nostra analisi dei rating sovrani”, ha spiegato nel corso di un webinar Roberto Sifon-Arevalo, chief analytical officer per i rating sovrani dell’agenzia. A suo parere, un conflitto più lungo amplierebbe gli “effetti tra le diverse regioni e potrebbe accelerare il deterioramento del sentiment di rischio sui mercati”, con possibili ripercussioni sulla solidità creditizia di alcuni Paesi.
I più esposti sarebbero soprattutto gli importatori di energia o le economie con bilanci molto fragili, tra cui alcuni Emergenti come Egitto, Giordania o Nigeria. In America Latina, il conto più salato arriverebbe alle economie particolarmente sensibili ai prezzi delle materie prime: Brasile, Colombia, Ecuador e Argentina. Un’escalation prolungata o un allargamento della crisi, secondo S&P, potrebbe tradursi in azioni negative sui rating, soprattutto se il rialzo di petrolio e gas dovesse indebolire crescita e conti pubblici. Diversa invece la situazione nel Golfo, dove diversi Stati dispongono di ampi margini finanziari. “I Paesi della regione hanno accumulato riserve molto significative e costruito cuscinetti fiscali che possono essere utilizzati per affrontare eventuali shock”, ha precisato infatti Benjamin Young, responsabile per i rating sovrani EMEA.
Europa ancora resiliente
Parte da una situazione migliore anche l’Europa. “È il più grande importatore netto di idrocarburi, che coprono poco meno del 60% dell’energia lorda consumata” al suo interno, e resta “ancora piuttosto resiliente”, ha assicurato Frank Gill, managing director e responsabile per i rating sovrani EMEA. Per l’analista, se i prezzi di petrolio e gas dovessero restare a lungo sui livelli attuali, le conseguenze per il Vecchio Continente potrebbero includere crescita più debole, inflazione più elevata e un peggioramento delle posizioni fiscali dei governi.
Secondo Gill, il possibile shock energetico arriva in una fase in cui i conti pubblici risultano più deboli rispetto al periodo pre-Covid. All’inizio di quest’anno, infatti, la posizione di deficit delle principali economie europee sviluppate era, in media, “circa tre punti percentuali di Pil più debole rispetto all’anno precedente alla pandemia globale”. Inoltre, i governi continuano a sostenere famiglie e imprese contro il caro energia. “Anche nel 2026 i sussidi energetici saranno in media circa 0,4-0,5 punti percentuali di Pil sopra i livelli del 2019”, ha rimarcato l’esperto. Allo stesso tempo però, ha precisato, negli ultimi anni l’economia UE ha ridotto la propria intensità energetica: dal 2019 è calata del 30%, mentre il consumo energetico complessivo è diminuito in media di oltre il 3% l’anno. Per questo, nonostante la nuova fiammata di petrolio e gas, il Vecchio Continente “è comunque riuscito a registrare crescita positiva nel 2023, nel 2024 e anche l’anno scorso”. E questa, ha assicurato, “resta ancora la nostra aspettativa di base”.
.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter!
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.