Gli investitori vedono più lontana una riduzione dei tassi sia in USA che in UK. E iniziano a temere un rialzo in Europa. Secondo i gestori, per ora i policymaker rimarranno attendisti
Nel quarto giorno di guerra lo spettro di un nuovo shock energetico in stile 2022 acquista sempre più consistenza. I mercati stanno infatti cominciando a temere molto seriamente che il conflitto tra Stati Uniti e Iran possa protrarsi a lungo e che si estenda ulteriormente. Con inevitabili conseguenze sulle fonti fossili e, dunque, sull’inflazione. Uno scenario che cambia le carte in tavola per le banche centrali, al punto da spingere gli operatori a ridimensionare le loro aspettative sui tagli da parte della Federal Reserve e della Bank of England e intravedere già la possibilità di un aumento del costo del denaro da parte della Banca centrale europea.
Secondo gli esperti, a breve termine il mondo dispone di petrolio sufficiente. E questo perchè Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iraq ne hanno spostato ingenti quantità fuori dal Golfo prima degli attacchi statunitensi e israeliani. Tuttavia un’interruzione prolungata, soprattutto se dovesse coinvolgere lo Stretto di Hormuz da cui transita circa un quarto dell’offerta mondiale, potrebbe spingere le quotazioni del barile oltre i 100 dollari. Questo si tradurrebbe direttamente in una maggiore inflazione, frenando consumi e crescita economica, ma condizionerebbe molto anche l’operato delle banche centrali. Al momento, secondo il Cme FedWatch Tool, la probabilità di un taglio di almeno 25 punti base è vista in calo al 30,7% dal 49,6% della scorsa settimana e da oltre il 56% di un mese fa. Solo sette giorni fa gli operatori si aspettavano che fosse proprio giugno il mese in cui l’istituto centrale USA avrebbe ripreso il ciclo di allentamento fermo da dicembre mentre ora l’attesa si è spostata su luglio, quando una sforbiciata è data al 47,2%. Stesso discorso per la BoE, con le aspettative di una riduzione dei tassi per fine mese calate al 25% dal 75%.
Per la BCE spunta l’ipotesi di un aumento
Philip Lane, capo economista della BCE
La preoccupazione riguarda ovviamente anche l’Europa, che peraltro a febbraio ha visto una ripresa dell’inflazione oltre le attese. Secondo la stima preliminare di Eurostat, il mese scorso l’indice dei prezzi dell’Area euro è infatti aumento dall’1,7% di gennaio e si è portato all’1,9%. L’indice core è cresciuto del 2,4% su base annua, dal 2,2% di trenta giorni prima e contro le stime che lo davano al 2,3%. “Una guerra prolungata in Iran può causare un’impennata sostanziale del carovita e una caduta improvvisa” dell’economia”, ha avvertito il capo economista della BCE Philip Lane in un’intervista al Financial Times, spiegando che l’impatto sarebbe amplificato se si accompagnasse a una rivalutazione del rischio sui mercati finanziari. L’Eurotower “monitorerà attentamente gli sviluppi”, ha aggiunto il banchiere centrale, che ha precisato come gli effetti economici dipenderanno “dall’ampiezza e dalla durata del conflitto”. Lane ha anche citato un’analisi pubblicata dall’Eurotower nel dicembre 2023, nella quale Francoforte aveva simulato uno scenario in cui un terzo del petrolio e del gas in transito nello Stretto di Hormuz fosse stato bloccato. In tale situazione, si stimava che i prezzi del barile sarebbero aumentati di oltre il 50% per toccare i 130 dollari circa dagli 80 di allora. Non solo: secondo le proiezioni, la crescita dell’Eurozona sarebbe risultata inferiore di 0,6 punti percentuali nell’anno successivo mentre l’inflazione sarebbe salita di oltre 0,8 punti. Anche alla luce di tutto questo, attualmente i trader stanno scontando una piccola possibilità di un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno mentre solo cinque giorni fa l’ipotesi di un taglio era data al 40%.
Monica Defend, head of the Amundi Investment Institute
L’Amundi Investment Institute calcola che, se i prezzi del petrolio restassero persistentemente intorno a 100 dollari, l’inflazione globale potrebbe aumentare in media di oltre lo 0,5% mentre ogni incremento di 10 dollari del barile rischierebbe di porre un freno alla crescita globale di 0,1–0,2 punti percentuali. “La durata del blocco dello Stretto di Hormuz sarà cruciale nel determinare l’impatto complessivo”, rimarcano Monica Defend eVincent Mortier insieme agli altri esperti della casa. A loro parere non ci sarà alcuna risposta immediata sulla politica monetaria: “Le banche centrali dovrebbero guardare oltre lo shock”, argomentano, “anticipando che la domanda più debole contribuirà a raffreddare l’inflazione”. In questo senso, il loro scenario di base è già impostato su una prosecuzione dell’allentamento da parte degli istituti che hanno ancora margine per tagliare. “Abbiamo recentemente posposto i prossimi tagli da parte di Fed e BCE a causa delle rispettive dinamiche crescita-inflazione e non prevediamo alcun cambiamento in questa tempistica in questo momento”, chiariscono.
Si complica il quadro per Lagarde
Ulrike Kastens, senior economist di DWS
Ulrike Kastens, senior economist di Dws, fa notare una differenza importante: mentre gli effetti della corsa del gas diventano evidenti solo con ritardo nella maggior parte dei Paesi, quelli dei rincari del petrolio si riflettono immediatamente sul costo della vita. “Il tasso di inflazione potrebbe salire verso il 2,5% a marzo e mostrare un’ulteriore tendenza al rialzo”, afferma, chiarendo come la velocità di una correzione sui mercati energetici dipenderà ovviamente dalla durata della guerra. Anche secondo Kastens, quindi, per ora Francoforte adotterà un approccio attendista: “È probabile che i rischi vengano rivalutati nella riunione di marzo ma crediamo che valutazione della BCE di trovarsi in una buona posizione rimanga valida nel breve termine”. Anche se gli investitori stanno scontando una maggiore probabilità di un aumento del costo del denaro, per l’esperta questo non è ancora un tema all’ordine del giorno a Francoforte. “Se l’Eurotower non vuole sottovalutare i rischi di un aumento dell’inflazione a lungo termine”, precisa, “questa è un’ipotesi plausibile”.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Tra prezzi al consumo in risalita e l’allargamento del conflitto in Medio Oriente, Richard Flax ritiene che il quadro che Lagarde e colleghi si troveranno ad analizzare nella riunione del 19 marzo si faccia meno lineare. “Sebbene l’inflazione abbia mostrato nel complesso segnali di progressivo miglioramento”, spiega il cio di Moneyfarm, “la rinnovata pressione derivante dai costi energetici potrebbe ritardare l’allentamento della politica monetaria”. Se le tensioni dovessero protrarsi e le interruzioni nelle forniture energetiche dovessero continuare, il conseguente incremento dei costi di produzione è infatti destinato a riflettersi sull’inflazione complessiva nei prossimi mesi. Questo, per Flax, indurrà i policymaker a mantenere un atteggiamento prudente e lascerà i mercati esposti al rischio di ulteriori sorprese al rialzo.
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