Per ora gli scenari di escalation restano fuori dai radar degli investitori: un accordo serve sia Teheran che a Washington. Ecco cosa significa per i mercati, secondo gli asset manager
Il primo tavolo è saltato, ma la volontà di arrivare al cessate il fuoco da entrambe le parti resta. È questa la lettura che i mercati hanno dato al fallimento dei colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran e al conseguente blocco da parte di Donald Trump dello Stretto di Hormuz per le navi dirette o provenienti dai porti degli ayatollah. La reazione delle Borse alla riapertura delle contrattazioni è stata infatti di avversione al rischio ma senza cedimenti al panico, con gli indici in rosso e quotazioni in risalita sia per il petrolio che per il gas naturale. Un quadro insomma preoccupante ma non abbastanza da far ipotizzare scenari di escalation agli investitori, ancora convinti del fatto che la trattativa proseguirà dal momento che chiudere il conflitto conviene a tutti.
“Il primo round di negoziati non ha prodotto un accordo rapido: solo una resa dell’Iran avrebbe portato ad un simile esito”, spiega da Invesco l’investment strategist Luca Simoncelli, secondo cui il termine di quattordici giorni potrebbe essere esteso mentre una ripresa dei bombardamenti appare improbabile. Alla luce di questo, per l’esperto, è la situazione di Hormuz che continua a dominare le oscillazioni nel posizionamento degli investitori e la definizione di una leadership nel momentum del mercato azionario. “Un blocco navale operato dalla Marina americana sullo Stretto va ad accelerare l’erosione delle scorte energetiche soprattutto in Asia”, analizza. Un simile stop riduce infatti l’offerta di petrolio di circa due milioni di barili al giorno: per questo, al netto dell’attuale ritorno sopra quota 105 dollari sia del Brent che del WTI, Simoncelli si dice convinto che “la struttura della curva a termine sui contratti futures ha probabilmente un cuscinetto di altre due o tre settimane prima di dover scontare rialzi in maniera più strutturale e duratura”.
Gli investitori per ora escludono l’escalation
Per Alex Everett, investment director di Aberdeen Investments, l’andamento degli indici riflette una certa assuefazione ai titoli dei giornali e l’aspettativa che Trump attenui nuovamente le sue minacce. Ma l’aspetto più significativo, sottolinea, è che gli investitori “si stanno muovendo come se gli scenari estremi non fossero da prendere in considerazione”. A suo parere, infatti, la scorsa settimana è diventato evidente che né Teheran né Washington stanno cercando un’escalation e che probabilmente i negoziati possono continuare: “I mercati stanno pertanto puntando su una via di mezzo, con un rischio di coda ridotto ma senza un ritorno completo ai livelli di fine febbraio”. Anche per gli analisti di Ebury, gli investitori percepiscono l’interruzione dei colloqui più come un intoppo o una tattica del rischio calcolato che come un fattore in grado di far deragliare il percorso verso la stabilità. “Il fallimento dei negoziati ha introdotto elementi di disturbo nei mercati e le dichiarazioni della Casa Bianca insieme agli sviluppi militari rimarranno i principali fattori trainanti del mercato”, avvertono gli esperti. Rimarcando come il calendario macro offra pochi elementi capaci di distogliere l’attenzione dal conflitto. “Con la prospettiva di un’intensificazione degli attacchi statunitensi e la certezza del blocco dei porti iraniani”, aggiungono, “l’aspettativa di una ripresa della tendenza ribassista del dollaro è stata messa in secondo piano”.
Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management
Per Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, la mancanza di una svolta nei colloqui in Pakistan ha messo alla prova l’ottimismo del mercato. E ciò avvalora la tesi secondo cui gli investitori cercano di mitigare i rischi attraverso la diversificazione e la copertura. “Continuiamo a raccomandare di mantenere gli investimenti poiché entrambe le parti sono interessate a trovare una soluzione”, afferma però l’esperto, secondo cui gli sforzi per garantire una risoluzione sembrano destinati a continuare. Al contempo, fa notare, “l’inflazione di base negli USA si sta attenuando e i tagli dei tassi della Federal Reserve rimangono in agenda per la fine dell’anno, dato che l’inflazione di base negli Usa si sta attenuando. Inoltre, gli utili del settore tecnologico potrebbero rafforzare la fiducia degli investitori nell’intelligenza artificiale”. Per orientarsi nell’incertezza a breve termine, secondo Haefele è necessario garantire la resilienza dei portafogli diversificando e coprendo le posizioni. “Vediamo valore nelle obbligazioni di qualità a breve durata, nell’oro e nelle materie prime in generale, così come in alternative quali gli hedge fund”, afferma.
Cautela sulla duration
Al di qua dell’Atlantico, Everett è propenso a ridimensionare le previsioni di un aumento dei tassi a breve termine sia nel Regno Unito sia in Europa e preferisce gli strumenti che aumentano la pendenza della curva. Tuttavia, con un’inflazione strutturalmente più elevata e ulteriori aumenti delle emissioni obbligazionarie a scopo difensivo all’orizzonte, l’esperto si affretta a mettere in guardia gli investitori: “Preferiamo mantenere cautela sulla detenzione di duration in questo momento”.
Infine, Simoncelli fa notare come la scorsa settimana “la reattività al rialzo di settori e stili a più elevato beta alla notizia della tregua sia apparsa un’indicazione della tenuta di supporti importanti all’interno del mercato azionario”. A suo avviso, il rimbalzo nei comparti dei semiconduttori USA e dei finanziari europei ne sono la prova. “La dispersione delle performance aumenta, i temi macro che guidano i trend di mercato sono sempre più specifici ma accompagnati da un maggiore premio per il rischio; le valutazioni azionarie sono infatti tornate su livelli interessanti”, conclude.
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