L’annuncio su un cessate il fuoco manda in rally i mercati: ribassi a doppia cifra per petrolio e gas, Borse europee in forte slancio e Wall Street positiva. Ma, tra l’incognita Israele e il nodo Hormuz, la tregua sembra fragile. E gli asset manager avvertono: rischi solo ridimensionati
È tregua, anche se provvisoria, nella guerra in Medio Oriente. Che sia merito del duro ultimatum lanciato da Donald Trump o della mediazione operata dal Pakistan o ancora dell’insostenibilità dei rincari energetici per l’economia globale, alla fine Stati Uniti e Iran hanno trovato la quadra per un cessate il fuoco di due settimane. Lo ha annunciato lo stesso presidente americano sul suo social Truth, scrivendo che il cessate il fuoco durerà 14 giorni ma a una condizione fondamentale: “L’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz”. Una notizia accolta con favore dai mercati, dove il petrolio è crollato del 16% in nottata e il gas ha aperto in Europa con un ribasso del 20% proprio mentre i governi si apprestavano a discutere misure di razionamento per i prossimi mesi. Non si placa però il dibattito in seno alla comunità degli investitori, con i gestori convinti che siano ancora tanti i nodi da sciogliere e non si possa cantare vittoria troppo presto.
I dettagli dell’intesa vittoria e passo indietro di Trump
Nel suo consueto post social, Trump non è stato avido di dettagli sui termini dell’intesa con cui si è addivenuti a un’interruzione parziale del conflitto. “Abbiamo accettato di estendere di due settimane la scadenza dell’ultimatum per l’Iran”, ha detto, ribadendo come lo stop ai bombardamenti sia vincolato alla ripresa dei flussi di greggio lungo Hormuz. “Siamo a un punto molto avanzato nella definizione di un accordo definitivo riguardante una pace a lungo termine con la Repubblica Islamica”, ha aggiunto, per poi spiegare ai microfoni di Afp che la svolta rappresenta una “vittoria totale e completa”. Diversa la campana di Teheran, la cui tv di Stato ha urlato alla “retromarcia rovinosa” degli Stati Uniti e spiegato che Washington avrebbe accettato senza colpo ferire tutti i dieci punti del piano di pace presentati nei giorni scorsi. Secondo il New York Times, la proposta del Pakistan sarebbe stata accolta dalla guida suprema Mojtaba Khamenei grazie soprattutto all’intervento dell’ultimo minuto della Cina, che ha esortato a mostrare flessibilità e stemperare le tensioni. Ciò che pare certo, in quello che a tutti gli effetti si configura come uno scontro di propagande, è che le parti si incontreranno venerdì a Islamabad per un primo round di trattative: Trump ha illustrato la serie di proposte sul tavolo, che includono la revoca delle sanzioni USA e il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz.
Il ruolo di Israele e la campagna in Libano
Anche Israele sarebbe coinvolto nell’accordo per una parziale tregua della guerra in Iran. Cnn e altre emittenti internazionali hanno infatti citato un funzionario dell’amministrazione di Benjamin Netanyahu, secondo il quale Tel Aviv è d’accordo nel sospendere i bombardamenti mentre le trattative continuano. Stando invece ai media locali, anche in questo caso, la situazione si presenterebbe ben più sfumata: pur allineandosi alla decisione, il governo del Paese avrebbe infatti fatto trapelare di essere rimasto “sorpreso” dalla repentina virata americana. Una lettura che trova parziale fondamento nelle dichiarazioni a caldo del premier ebraico, che ha smentito quanto dichiarato poco prima dal Pakistan dicendo: “La tregua non vale per il Libano”.
Intanto sui mercati i prezzi degli idrocarburi sono precipitati dopo settimane di continui rialzi, dando ossigeno ai governi occidentali che già si erano messi al loro su piani per razionare i consumi. Il greggio WTI è sceso del 16% ed è ha toccato i 90 dollari al barile dopo il massimo di 111 dollari raggiunto nella seduta della vigilia sulle Borse americane, mentre il Brent ha toccato il livello più basso dalla metà di marzo: 92 dollari. Anche il gas non è stato da meno. Il contratto a termine del TTF olandese, considerato hub di riferimento per gli scambi del Vecchio Continente, è crollato del 19,24% a 43 euro all’inizio delle contrattazioni per poi registrare un calo momentaneo di oltre il 20 punti percentuali a 42,5 euro. Ma l’impatto si è esteso oltre i mercati energetici, innescando anche un rialzo dei futures sui mercati azionari globali insieme un forte deprezzamento del dollaro statunitense e a un ritorno dell’oro sui massimi delle ultime tre settimane. Anche i rendimenti obbligazionari sono infine scesi bruscamente, mentre le borse europee hanno chiuso in rialzo insieme a quelle USA: Dow Jones +2,85%, S&P500 +2,51%.
I gestori frenano gli entusiasmi
Mentre dunque le Borse brindano, asset manager e osservatori intervengono a predicare cautela. Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades, è ad esempio convinto che lasciarsi andare a eccessivi entusiasmi sia un errore. “Ilcessate il fuoco appare fragile e il cambiamento dell’ultimo minuto da parte dell’amministrazione statunitense non significa ancora che sarà in vigore un accordo più duraturo una volta terminato il cessate il fuoco di due settimane”, ha detto. Anche per questo, si è detto convinto che potrebbe essere necessaria maggiore chiarezza prima di assistere a ulteriori cali sostanziali dei prezzi.
Elliot Hentov, head of Macro Policy Research di State Street IM
Della stessa intonazione il commento di Elliot Hentov, head of Macro Policy Research di State Street Investment Management. “Non siamo ancora fuori pericolo né siamo fuori dallo Stretto”, ha detto, sottolineando come un temporaneo aumento dello shipping non equivalga a una normalizzazione prevedibile dei flussi energetici nei prossimi mesi. Ne consegue che i premi per il rischio non dovrebbero comprimersi troppo, a meno che non emergano segnali di concessioni reciproche sul fronte geopolitico tali da rafforzare la fiducia in un cessate il fuoco duraturo. “Dato che gli Stati Uniti hanno già fatto molte concessioni”, ha spiegato l’analista, “lo stop definitivo ai combattimenti passa ora da un significativo ammorbidimento della posizione iraniana”. Pertanto, ha concluso, “gli elementi per uno shock macro globale significativo non sono scomparsi ma sono solo marginalmente inferiori rispetto a 24 ore fa”.
Stessa view per Stephen Dover, head of Franklin Templeton Institute, secondo cui il cessate il fuoco riduce il rischio di uno shock su inflazione e crescita guidato dal petrolio ma ci rende ancora del tutto al sicuro. “Nonostante il quadro di breve termine sia complessivamente favorevole per i mercati perché implica un miglioramento dell’inflazione e prospettive più rosee per gli utili aziendali di settori come industria e trasporti ma anche titoli growth”, ha spiegato l’esperto, il messaggio che emerge è di un rischio solo ridimensionato. Quanto invece al lungo periodo, prosegue, molto dipenderà dai successi nelle trattative “Se i prezzi del petrolio continueranno a scendere e la logistica tornerà a normalizzarsi, i mercati potranno iniziare a ridimensionare i rischi di stagflazione”. Un calo sostenuto dei prezzi petroliferi allevierebbe infatti le pressioni inflazionistiche nel breve periodo, è la conclusione di Dover, anche se non modificherebbe improvvisamente le prospettive di politica monetaria della Federal Reserve.
E anche il destino di Hormuz (insieme al greggio) è incerto
Secondo gli analisti di Ebury, l’attenzione si sposta ora ai colloqui. “Sospettiamo che i partecipanti al mercato non si impegneranno completamente in un trading risk on e che i futures non torneranno ai livelli prebellici fino a quando non sarà raggiunto un accordo permanente”, hanno detto, sottolineando come il dollaro stia ancora scambiando circa l’1% in più rispetto a un mese fa. Dati i premi assicurativi ancora molto elevati e le difficoltà logistiche delle petroliere, la maggior incertezza a permanere nella view della fintech UK è però quella sulla portata del flusso di navi attraverso Hormuz. “L’Iran ha promesso di coordinare il passaggio sicuro attraverso lo stretto ma i dettagli in merito sono scarsi e fattori come la presenza di mine o l’interferenza del GPS dissuaderanno molti armatori dal riprendere i flussi fino a quando non avranno garanzie”. La conclusione è dunque che ci sarà un aumento molto graduale dell’attività piuttosto che la piena ripresa delle operazioni. Uno scenario che, viene chiarito, potrebbe mantenere elevati i futures sul petrolio e sostenere le valute dei Paesi importatori. “Se dovessimo ricevere notizie di una completa de-escalation”, concludono dalla società, “il biglietto verde tornerebbe abbastanza rapidamente ai livelli prebellici ma dove dipenderà dalle aspettative sui differenziali dei tassi e dell’entità del premio di rischio Trump che gli investitori gli attribuiscono”.
Cosa aspettarsi tra negoziati, mercati e quadro macro
Michael Langham, emerging markets economist di Aberdeen Investments
Proprio rispetto alle prospettive sugli sviluppi degli accordi, interessante è il punto di vista formulato da Michael Langham, Emerging Markets economist di Aberdeen Investments. “I costi economici derivanti dal protrarsi del conflitto fanno sì che un fragile cessate il fuoco potrebbe reggere non solo per i Paesi coinvolti ma anche per l’economia globale”, hanno detto, specificando che le parti hanno tutto l’interesse intensificare gli sforzi per trovare un compromesso soddisfacente. Di discutibile c’è invece, dalla loro prospettiva, la durata di un cessate il fuoco e di qualsiasi accordo condizionato che ne seguirà. “Siamo scettici sul fatto che Stati Uniti o Israele accetteranno le dieci condizioni proposte di Teheran”, hanno spiegato, “sia perché è improbabile che gli Washington metta fine alla loro presenza militare nel Golfo sia perchè non è chiaro chi pagherà per la ricostruzione dell’Iran”. Inoltre, la mancanza di dettagli sulle modalità con cui la Repubblica Islamica garantirà di non portare avanti l’arricchimento dell’uranio solleva dubbi agli esperti sul rispetto delle condizioni da parte di Netanyahu.
Ray Sharma-Ong, responsabile multi-asset investment solutions Southeast Asia di Aberdeen Investments
Sempre da Aberdeen, però nella persona del deputy global head of Multi-Asset Bespoke Solutions Ray Sharma-Ong, è arrivata una lettura approfondita sulle imminenti dinamiche di mercato e sul quadro macro. “Se la tregua di due settimane dovesse reggere e si raggiungesse un compromesso che consentisse la riapertura dello stretto”, è il commento sugli effetti economici, “lo shock globale derivante da questo conflitto risulterebbe gestibile”. In tal caso, è opinione del manager, che le banche centrali potrebbero riprendere il percorso intrapreso prima del conflitto o addirittura valutare nuovi tagli in considerazione dell’impatto a livello di crescita. Quanto alle mosse degli investitori, posto che il petrolio è destinato a mantenersi su livelli elevati anche dopo una de-escalation per le farraginosità citate anche dai suoi colleghi, la view è che basterà una riduzione del rischio estremo per innescare la rapida rivalutazione dei prezzi azionari. “Il 9 aprile 2025 l’S&P 500 è salito del +9,5% in una sola seduta dopo che Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni sui dazi reciproci introdotti la settimana prima”, cita a titolo di esempio, “e questo nonostante rimassero allora diverse incertezze rilevanti”. In generale, conclude, “prevediamo che il rally di sollievo nell’Asia settentrionale sarà il più forte”.
Il ruolo degli emergenti
Anthony Kettle, senior portfolio manager RBC BlueBay
Anthony Kettle, senior portfolio manager di RBC BlueBay, pone invece il focus sul destino di una delle aree fin dall’inizio più esposte alle conseguenze delle tensioni in Medio Oriente: i Paesi emergenti. Partendo dal presupposto che la tregua rappresenti un una sorta di “interruttore di emergenza”, utile a stabilizzare il sentiment nel breve periodo, l’esperta sottolinea come sia fondamentale distinguere per orizzonti temporali. Se infatti sul termine l’impressione è quella di un “sollievo tattico”, perchè prezzi del petrolio più bassi alleviano le pressioni inflazionistiche nelle economie più vulnerabili e migliorano le dinamiche fiscali degli importatori, nel medio-lungo termine la parola d’ordine della casa rimane “cautela”. Senza contare che, viene sottolineato dal gestore, che l’impatto su crescita e inflazione resta difficile da valutare perché alcune grandi economie esportatrici di energia hanno subito danni significativi alle infrastrutture e ci vorrà tempo prima che le esportazioni tornino a livelli normali. “Le nostre principali convinzioni si concentrano sull’America Latina”, è dunque la sintesi di Kettle, che punta l’attenzione soprattutto sugli Stati più indipendenti in materia di approvvigionamenti: dall’Argentina alla Colombia, passando per il Brasile. “In generale”, ha proseguito, “ci aspettiamo che i prezzi dell’energia siano mediamente più alti quest’anno rispetto a quanto previsto inizialmente e quindi continuiamo a privilegiare emittenti sovrani e corporate che beneficiano o sono più resilienti a prezzi dei combustibili elevati”. Se poi il cessate il fuoco dovesse reggere, l’opinione è che parte breve delle curve dei tassi offra valore interessante anche nell’Europa centro-orientale.
Come posizionare i portafogli
A tirare le somme delle varie analisi per distillarne una strategia di portafoglio efficace è stato invece Michaël Nizard, head of Multi-Asset & Overlay di Edmond de Rothschild AM, secondo cui siamo ben lontani dallo shock di domanda e offerta sperimentato nel 2022 e quindi le banche centrali dovrebbero dare prova di moderazione. “Il minor rischio di errori di politica monetaria fungerà da elemento di supporto per gli asset di rischio”, ha spiegato, “sia nel mercato azionario che in quello dei corporate bond”. Il punto fermo della casa resta però l’esortazione a diversificare l’allocazione di asset e i temi, in particolare quelli ancora in voga. Anche se due strategie sono state sottolineate in maniera particolare da Nizard: “Concentrarsi su società resilienti in un mondo instabile e trarre vantaggio dai titoli legati al megatrend della sovranità economica”.
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