Ad aprile i prezzi sono balzati del 3,8%, il massimo da quasi tre anni. Pesa il rincaro dell’energia causato dal conflitto in Iran. Su anche il dato core. Per gli analisti, sale la pressione sulla Fed
La guerra in Medio Oriente avviata da Donald Trump ha iniziato a far sentire in suoi effetti anche sul suolo americano. Ad aprile, per il secondo mese consecutivo, l’inflazione a stelle e strisce è infatti balzata oltre le attese, spinta dai rincari dell’energia. L’indice si è attestato al 3,8%, a fronte del 3,7% stimato e del 3,3% di marzo, registrando l’allungo maggiore da maggio 2023. I due dati consecutivi che certificano la ripartenza dei prezzi hanno un doppio effetto negativo per il presidente USA. Da un lato, infatti, aumentano il rischio di una disfatta dei repubblicani alle elezioni di medio termine di novembre, dall’altro rafforzano le aspettative dei mercati secondo cui il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, sarà costretto seguire la linea di Jerome Powell mantenendo i tassi di interesse invariati per un po’, probabilmente fino al 2027.
Più nel dettaglio, il Bureau of Labor Statistics certifica come l’impennata del petrolio dovuta al conflitto si sia immediatamente riflessa sul costo di benzina, diesel e carburante per aerei, provocando un forte incremento dei prezzi energetici, che in aprile ha toccato il 17,9% su base annua. In deciso aumento anche l’inflazione di fondo, quella al netto delle componenti più volatili, che ha messo a segno un rialzo del 2,8%, contro il 2,6% di marzo e il 2,7% previsto dagli analisti. Su base mensile, l’indice al consumo è cresciuto invece dello 0,6%, mentre il dato core è salito dello 0,4%.
Fed sotto pressione (e disarmata)
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
“Il dato di aprile mostra con chiarezza quanto rapidamente gli shock geopolitici possano trasmettersi ai prezzi al consumo”, commenta Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, che sottolinea come l’aumento dei carburanti si sia riversato su trasporti, alimentari e viaggi, più che derivare da una nuova fase di inflazione domestica alimentata dalla domanda interna. “Per la Fed la situazione resta particolarmente delicata: l’inflazione continua ad allontanarsi dal target, ma lo fa principalmente per pressioni provenienti dal lato dell’offerta, contro cui i tassi di interesse hanno un’efficacia limitata”, spiega quindi l’esperto, secondo cui un allentamento nel corso dell’anno appare quindi sempre meno probabile, proprio mentre il rincaro dell’energia inizia a pesare sui consumi e sulla crescita economica. “I mercati guarderanno con attenzione all’evoluzione di questo shock energetico per capire se potrà trasformarsi in un’inflazione più persistente. Al momento, però, il rischio principale sembra essere quello di una politica monetaria restrittiva mantenuta più a lungo”, chiarisce.
“Un’inflazione più alta del previsto tende a rafforzare il dollaro nel breve termine”, fa notare Saverio Berlinzani, chief analyst di ActivTrades. Questo, spiega, accade perché le aspettative sulla politica monetaria sono cambiate e ora prevedono che la Fed manterrà il costo del denaro elevato più a lungo o che addirittura lo alzi per contrastare la pressione sui prezzi. “Tassi eventualmente più alti negli USA andrebbero ad attirare capitali esteri, che cercano rendimenti, aumentando la domanda di dollari rispetto ad altre valute come l’euro”, chiarisce l’esperto. Che ricorda anche come, in contesti di incertezza globale legata a shock energetici, il biglietto verde funga da porto sicuro per gli investitori, “ritornando la valuta safe haven per eccellenza”.
Un aumento dei tassi è difficile ma non è da escludere
Josh Jamner, senior investment strategy analyst di ClearBridge Investments, fa notare come il cosiddetto CPI ‘supercore’, ovvero i servizi core al netto dell’abitazione, sia aumentato dello 0,45% ad aprile. Un dato che, a suo avviso, potrebbe indurre la Fed a maggiore cautela e ad adottare una posizione attendista nelle prossime riunioni. Al momento i mercati dei futures sui Fed funds scontano una probabilità superiore al 50% di un rialzo dei tassi entro marzo 2027, ma per l’esperto, “sebbene ulteriori rialzi restino possibili qualora le pressioni inflazionistiche continuassero ad aumentare”, una potenziale de-escalation del conflitto e dinamiche ancora contenute nel mercato del lavoro dovrebbero indurre l’istituto centrale a mantenere un atteggiamento prudente nel breve periodo. “Nel complesso, riteniamo comunque più probabile uno scenario di tagli dei tassi piuttosto che di rialzi nel 2027”, afferma.
Gianluca Bergamaschi, head of Fixed Income – Mandates presso Generali Asset Management, evidenzia invece come i tassi di mercato sui Treasury abbiano continuato a salire, con la scadenza a trent’anni di nuovo sopra il 5% di rendimento. “Ci aspettiamo che le parti lunghe delle curve continueranno a soffrire, anche a seguito della nomina di Warsh”, analizza. I titoli legati all’inflazione hanno reagito finora in maniera limitata all’aumento dei prezzi petroliferi, grazie alla relativa indipendenza energetica degli USA, ma secondo l’esperto hanno ulteriore spazio per performare in uno scenario di crescita economica ancora sostenuta. “Una politica monetaria eccessivamente espansiva pur in uno scenario di aumento dell’inflazione, risulta estremamente favorevole per i Tips che rimangono un’efficace forma di diversificazione del rischio all’interno di un portafoglio obbligazionario”, conclude.
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