La Bank of England resta ferma sul costo del denaro con la prima decisione unanime da 4 anni. Pesano la frenata del Pil e i timori per il Medio Oriente. Dai gestori arriva l’alert: se la guerra continua, possibili nuovi aumenti
Non è bastata la brusca frenata del PIL britannico nel mese del gennaio. Come previsto dal mercato, la Banca d’Inghilterra ha deciso di mantenere il tasso di interesse di riferimento invariato al 3,75% e ha dichiarato di “essere pronta ad agire” per contrastare qualsiasi impennata inflazionistica. Una decisione presa ad unanimità per la prima volta in quattro anni e che, dopo quella della Federal Reserve, segna il secondo passo indietro della politica monetaria occidentale di fronte ai rischi sollevati dal conflitto in Medio Oriente. Intanto gli asset manager avvertono: se la situazione peggiora, non si escludono ritocchi al rialzo.
A spiegare nel dettaglio le ragioni alla base della decisione è stato lo stesso Comitato di politica monetaria (MPC), che in una nota ha scritto: “La guerra in Iran ha causato un aumento significativo dei prezzi globali dell’energia e di altre materie prime, con ripercussioni sui prezzi dei carburanti e delle utenze per le famiglie e effetti indiretti sui costi per le imprese”. E se è vero che in precedenza si era registrata una continua disinflazione dei beni e dei salari interni, l’istituto centrale è intervenuto ad assicurare che il carovita misurato dal consumer price index sarà “più elevata nel breve termine a causa del nuovo shock economico”. La politica monetaria non può influenzare i prezzi globali dell’energia, ha poi precisato la BoE, ma “mira a garantire che l’adeguamento economico a tali rincari avvenga in modo da raggiungere l’obiettivo del 2%”.
Rischio stagflazione
L’MPC, si legge ancora nella nota, “è attento al crescente rischio di pressioni inflazionistiche interne dovute a effetti di secondo livello sulla formazione dei salari o dei prezzi e ritiene che il rischio aumenterà tanto più quanto più a lungo persisteranno i prezzi elevati dell’energia”. Il Comitato presieduto dal governatore Andrew Bailey sta inoltre valutando le implicazioni per l’inflazione del probabile indebolimento dell’attività economica derivante dall’aumento dei costi energetici. Anche per questo, è stata eliminata dalla decisione di febbraio la parte in cui si indicava agli investitori che il tasso di riferimento “probabilmente sarebbe stato ulteriormente ridotto”. Diversi membri hanno indicato che avrebbero sostenuto una riduzione dei costi di finanziamento se il conflitto non fosse scoppiato.
Per i gestori tutto è in divenire, ma non si escludono rialzi
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Secondo il cio di Moneyfarm, Richard Flax, un’inflazione destinata probabilmente a restare al di sopra del livello target più a lungo non può che giustificare agli occhi dei mercati l’approccio prudente adottato dalla BoE. Il vero è però cosa attendersi dalle prossime mosse, anche in considerazione di un quadro geopolitico quanto mai mutevole. “Il percorso dei tassi di interesse dipenderà in larga misura dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e da quanto l’aumento dei prezzi dell’energia si trasmetterà all’inflazione”, ha detto, spiegando che le aspettative di un taglio continueranno a essere rinviate se le pressioni attuali dovessero persistere.
Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury
Secondo Matthew Ryan, responsabile della Strategia di Mercato per la fintech Ebury, la Bank of England ha compiuto passi significativi nell’evidenziare le sue serie preoccupazioni riguardo ai rischi inflazionistici derivanti dalla guerra in Iran. “Una decisione unanime di mantenere i tassi invariati suggerisce che anche i membri più accomodanti del comitato sono cauti rispetto al recente aumento dei prezzi di petrolio e gas”, ha spiegato. E, considerando che anche le previsioni di inflazione sono state riviste al rialzo, la sua previsione non esclude una cambiamento della politica monetaria in senso più restrittivo nei prossimi mesi. “Il bilancio dei rischi si è spostato nettamente verso rialzi dei tassi e i mercati si preparano alla possibilità di un aumento già nella prossima riunione di aprile”, ha sintetizzato, “ma la nostra valutazione iniziale è che questa aspettativa possa essere leggermente eccessiva”. Poi ha concluso: “Sebbene il comitato tenda normalmente a guardare oltre gli shock dal lato dell’offerta, il fatto che i funzionari siano in allerta rispetto al maggior rischio di effetti inflazionistici di secondo livello suggerisce che la banca potrebbe non restare inattiva ancora a lungo”.
Peder Beck-Friis, economista di Pimco
Di opinione opposta Peder Beck-Friis, economista di Pimco, secondo cui è probabile che l’MPC utilizzi un linguaggio restrittivo per controllare le aspettative di inflazione e la narrativa ma non è affatto certo che voglia o possa aumentare i tassi. “Andrew Bailey ha persino messo in guardia dal trarre conclusioni forti su possibili rialzi in un’intervista dopo la riunione”, ha spiegato, per poi aggiungere: “Se questi scenderanno ai livelli attesi dal mercato, riteniamo che l’MPC finirà probabilmente per guardare oltre questo shock”.
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