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Secondo un report di Boston Consulting Group, l’evoluzione di normativa e strumenti può trasformare il risparmio pensionistico in leva per finanziare crescita e competitività UE. Tre le alternative sul tavolo. Ma, per il nostro Paese, resta cruciale il rafforzamento del secondo pilastro
La sostenibilità delle pensioni non rappresenta più soltanto un tema di equilibrio dei conti pubblici, ma sempre più una questione strategica per la competitività economica dell’Europa. Con l’invecchiamento della popolazione e una base contributiva destinata a restringersi nei prossimi decenni, la transizione demografica rischia infatti di trasformarsi anche in un problema di crescita e allocazione del risparmio. Ecco perché Boston Consulting Group si è messo al lavoro per capire come riformare il settore in modo da trasformare la minaccia in opportunità e ha individuato tre modelli di riforma della previdenza che promettono di generare fino a 4.100 miliardi di euro di nuovi attivi entro il 2040 tra Germania, Francia, Italia e Spagna. Un tesoro di cui la metà potrebbe venire investita nell’economia reale e nei mercati dei capitali.
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Pressione demografica sempre più forte
La premessa da cui muove lo studio è che il peso dell’esborso pensionistico continui ad aumentare nelle principali economie europee, con oltre un quarto della spesa pubblica destinato alla previdenza (il 28% nel nostro Paese) e la dinamica demografica che rischia inoltre di aggravare ulteriormente il quadro. “Entro il 2070 Germania, e Francia ma anche Italia e Spagna avranno meno di due lavoratori per pensionato rispetto ai circa tre attuali”, si legge. Una trasformazione che mette sotto pressione i tradizionali sistemi a ripartizione, nei quali i contributi degli occupati finanziano direttamente gli assegni correnti. Secondo Nikolaus Lang, global leader del BCG Henderson Institute, il tema non riguarda soltanto la sostenibilità finanziaria ma anche la destinazione del risparmio delle famiglie europee. Per questo, affiancare ai sistemi pubblici strumenti previdenziali a capitalizzazione potrebbe rafforzare contemporaneamente pensioni future e capacità di investimento dell’economia europea.
Tre modelli per trasformare il sistema previdenziale
L’analisi identifica tre possibili direttrici di riforma, ispirate a esperienze già adottate con successo in altri Paesi. Il primo modello riguarda la creazione di fondi pensione nazionali finanziati a debito e gestiti in modo indipendente, con l’obiettivo di utilizzare i rendimenti per sostenere parte delle future prestazioni pubbliche. Un approccio adottato dalla Nuova Zelanda nel 2001, dove il fondo nazionale detiene oggi attività pari al 20% del PIL. Il secondo modello prevede invece l’introduzione di conti individuali a capitalizzazione finanziati attraverso una quota dei contributi sociali, mantenendo parallelamente una componente pubblica a ripartizione: è il sistema sviluppato sul finire degli anni Novanta dalla Svezia, dove i conti individuali valgono oggi circa il 45% del PIL. La terza direttrice punta infine sul rafforzamento delle pensioni aziendali di settore, alle quali oggi aderisce il 90% dei lavoratori olandesi e che fruttano al Paese attivi accumulati di una volta e mezzo il prodotto interno lordo.
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Italia: potenziale fino a 600 miliardi
Il report di BCG si focalizza in particolare sull’Italia ed evidenzia come l’applicazione di alcuni di questi modelli al contesto italiano abbia il potenziale per generare tra 400 e 600 miliardi di euro di nuovi attivi previdenziali entro il 2040, equivalenti al 16-23% del PIL. “La componente più rilevante arriverebbe dal rafforzamento delle pensioni occupazionali e del secondo pilastro previdenziale”, viene spiegato, che da solo potrebbe generare fino a 385 miliardi di euro di nuovi asset. Più complessa invece la strada di un fondo pensione nazionale finanziato a debito, considerate le caratteristiche delle passività italiane e il costo del finanziamento più elevato rispetto ad altri Paesi europei.
Previdenza complementare ancora sottoutilizzata
L’analisi evidenzia inoltre come il sistema previdenziale italiano presenti ancora ampi margini di sviluppo sul fronte della previdenza complementare. “Con un tasso di sostituzione della pensione pubblica che si attesta oggi intorno al 59% ed è destinato a scendere al 52% entro il 2070”, la managing director e partner di BCG Alessandra Catozzella, i fondi negoziali e i fondi aperti o anche soluzioni come i PIP rappresentano strumenti già disponibili per colmare il gap pensionistico”. Il problema, semmai, è che risultano ancora poco utilizzati soprattutto dalle fasce più giovani della popolazione. Nonostante la partecipazione al sistema TFR sia universale, soltanto il 24% dei lavoratori dispone infatti oggi di un conto pensionistico individuale effettivamente investito. E questo nonostante, secondo la ricerca, circa il 70% della popolazione si dice interessata a una soluzione integrata di risparmio previdenziale se adeguatamente spiegata. La vera criticità del nostro Paese non sembra quindi essere la mancanza di capitali accumulati, tanto più che la stessa società stima accontamenti delle famiglie pari al 22%-23% del PIL, ma piuttosto l’erronea allocazione di questi flussi verso liquidità o altre forme poco produttive come depositi e immobili.
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Dalla sostenibilità alla crescita
Per gli autori dello studio, la sfida previdenziale richiede dunque un cambio di approccio: passare da una logica puramente difensiva a una strategia capace di utilizzare il risparmio pensionistico come leva per finanziare investimenti, innovazione e crescita economica. Un passaggio che, secondo il BCG Henderson Institute, potrebbe contribuire non solo a rafforzare la sostenibilità dei sistemi pensionistici europei ma anche a creare nuove risorse per sostenere la competitività del continente nei prossimi decenni.
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