Osservatorio Moneyfarm: solo il 38,8% dei dipendenti e il 23,7% degli autonomi è iscritto a un fondo pensione. Situazione più critica tra le donne. E il TFR resta quasi sempre in azienda
In Italia la previdenza complementare resta ancora per pochi. Soltanto il 38,8% dei lavoratori dipendenti e il 23,7% di quelli autonomi risulta infatti iscritto a un fondo pensione. E le percentualisi riducono ulteriormente se si considera chi ha effettuato versamenti nell’arco di dodici mesi: 30,5% e 13,3%. È quanto emerge dall’Osservatorio Pensioni 2025 di Moneyfarm, che parla di una “una vera e propria emergenza pensioni”. Un problema che ricorre soprattutto per le donne e i giovani.
Analizzando più da vicino un campione rappresentativo di cittadini in età lavorativa, l’indagine ha calcolato che solo il 37% degli oltre 31,4 milioni di italiani nati tra il 1961 e il 2000 dispone di un fondo pensione. Il restante 63% ne risulta sprovvisto oppure figura come inoccupato. Un quadro che trova conferma anche nello spaccato territoriale: con l’eccezione del Trentino-Alto Adige, dove il tasso di adesione alla previdenza integrativa tra i 25 e i 64 anni sfiora il 63%, nessun’altra regione supera infatti la soglia del 50%. In coda alla classifica si trovano Campania e Sicilia, con tassi di adesione rispettivamente del 28,5% e del 28,9%.
Il TFR resta quasi sempre in azienda
Anche l’impiego del Trattamento di fine rapporto come strumento di investimento previdenziale è limitato. Tra il 2007 e il 2024 soltanto il 23,8% di quanto generato dalle imprese è stato destinato a strumenti di secondo pilastro: un dato ancora esiguo, seppure in lieve aumento dal 22,2% del 2023. Tutti il resto è rimasto nelle aziende, per una cifra totale pari a 234 miliardi di euro oppure è confluito nel Fondo di tesoreria Inps per realtà con oltre 50 dipendenti (105 miliardi). Ciononostante, viene sottolineato nel report, il TFR continua a rappresentare quasi la metà della raccolta complessiva dei fondi pensione (42,5%) e il suo conferimento rappresenta quindi una delle principali leve per far crescere il settore.
TFR in azienda vs fondo pensione
Risposte alla domanda: “Quale soluzione è tendenzialmente più liquida e flessibile”. Fonte. Sondaggio Moneyfarm novembre 2025
Il gap di genere resta preoccupante
L’Osservatorio 2025 conferma poi il preoccupante gender gap. E spiega che il fenomeno non dipende dalla minor presenza di donne rispetto agli uomini tra gli iscritti ai fondi pensione (39% contro 61%) ma anche dal divario occupazionale che continua a penalizzare il gentil sesso. Tra i 20 e i 64 anni, per la componente femminile (58,1%), si registra infatti un tasso di occupazione di 19 punti percentuali inferiore rispetto a quello maschile (77,3%). Una distanza che, in ultima istanza, si riflette anche sulla partecipazione alla previdenza integrativa. Se infatti la situazione migliore è quella dei maschi di età compresa tra i 55 e i 64 anni, con quasi la metà (48%) che ha sottoscritto un fondo pensione contro il 42% delle coetanee, all’estremo opposto si trovano le giovani lavoratrici dai 25 ai 34 anni: qui il tasso di adesione crolla al 25,5%, a fronte del 33,2% dei coetanei. A titolo esemplificativo, dei 4,7 milioni di donne di età compresa tra i 55 e i 64 anni, solo 2,3 milioni sono attivamente parte della forza lavoro e appena 979.727 hanno sottoscritto uno strumento di categoria.
Previdenza complementare al femminile: una priorità
Il report ricorda poi come il divario di genere in materia occupazionale e salariale si ripercuota anche sul valore degli assegni erogati. Nel 2024 le prestazioni di anzianità femminili sono infatti risultate inferiori del 15,4% rispetto a quelle maschili, mentre per quelle di vecchiaia la differenza sale al 30,1%: parliamo, rispettivamente, di 1.884 euro lordi contro 2.227 e di 936 euro contro 1.340. “Carriere più brevi e stipendi mediamente inferiori insieme a discontinuità contributiva e maggiore longevità rendono la pianificazione pensionistica delle donne una priorità”, evidenziano gli esperti Moneyfarm, rimarcando come nell’attuale contesto la previdenza complementare rappresenti uno “strumento essenziale per garantire maggiore sicurezza economica nel lungo periodo”. Il gap si riscontra poi anche sul piano dei contributi versati: si va dai 120 euro al mese delle lavoratrici 30-34enni con Piano individuale pensionistico ai 315 euro al mese per i lavoratori 60-64enni che versano nei fondi pensione aperti.
I trentenni possono accumulare fino a 131mila euro
In generale, prosegue lo studio, il versamento aumenta progressivamente nel tempo per quanto riguarda i Pip e i fondi pensione aperti mentre nei fondi negoziali raggiunge il picco entro i 60 anni prima di calare. Se si guarda alle risorse mediamente accantonate ad oggi, si spazia invece da un minimo di 5.910 euro per gli uomini 30-34enni che hanno scelto un fondo negoziale di categoria ai 32.260 dei 60-64enni iscritti a un veicolo aperto. Sulla base delle risorse maturate fino a oggi, e ipotizzando che i versamenti continuino a seguire nel tempo le attuali modalità per fascia d’età a un tasso di rendimento uguale all’inflazione, gli esperti Moneyfarm spiegano che è possibile stimare il capitale disponibile al compimento dei 67 anni. E, anche in uno scenario così prudenziale, risulta evidente quanto il fattore tempo sia determinante: iniziare a versare il prima possibile fa la differenza. I 30enni iscritti a un fondo pensione aperto potrebbero infatti accumulare fino a 131.000 euro, mentre l’importo più basso si registrerebbe per le lavoratrici 60enni con un Pip.
Differenze di rendimento tra TFR in aziende e in un fondo
Fonte. Elaborazione smileconomy novembre 2025
Il tempo come alleato decisivo
Andrea Rocchetti, global head of investment advisory di Moneyfarm
“La sostenibilità della previdenza statale è sempre più sotto pressione”, osserva il global head of investment advisory di Moneyfarm Andrea Rocchetti. Che aggiunge: “Spendiamo già oltre il 15% del Pil in pensioni e la quota potrebbe superare il 17% tra quindici anni”. Dal suo punto di vista, la combinazione di bassa natalità e ingresso tardivo nel mondo del lavoro o anche maggiore longevità metta quindi a rischio il patto tra generazioni su cui si regge il welfare italiano. “La previdenza complementare diventa allora uno strumento imprescindibile”, conclude, precisando che “oggi solo un lavoratore su tre investe sul proprio futuro ma il tempo è un alleato decisivo.
Itinerari Previdenziali: vale il 48% del Pil. E i rendimenti si confermano positivi. Nel 2025 la previdenza complementare ha raggiunto quota 262 miliardi: "Ampi margini di crescita, anche grazie alle novità normative”
Secondo la ricerca Unipol-Ipsos, solo l’8% crede che le generazioni future avranno un assegno equo. Colpa del debito pubblico, della precarizzazione del lavoro e dell'invecchiamento della popolazione. E per il 65% i giovani vivranno peggio
Osservatorio Ecm di Irtop Consulting: ricavi a +12%. Fondamentali solidi, ma cala il numero di Ipo. Arca e Algebris tra gli investitori più attivi. Lambiase: “La Siu, il rafforzamento della previdenza complementare e la riforma del Tuf e dei Pir aprono una nuova fase”
Il 7° Rapporto Assogestioni-Censis fotografa un Paese consapevole che la pensione pubblica non basterà, ma ancora frenato da scarsa conoscenza, diffidenza e rinvio delle scelte. Per l’industria, la sfida è trasformare le novità normative in partecipazione effettiva
Alle donne un assegno più basso di un terzo rispetto agli uomini. Si allunga ancora l'età media d’uscita: dal 1995 oltre 7 anni e 3 mesi in più. Fava: “La previdenza nasce dal primo contratto di lavoro”
Fondi comuni in crescita e secondo pilastro al rilancio fotografano un Paese più consapevole, ma ancora chiamato a colmare il divario intenzioni, conoscenza e scelte di lungo periodo. Tutte le evidenze delle ultime ricerche Assogestioni
Siglato un accordo che punta a sostenere il ruolo dei consulenti finanziari nella pianificazione previdenziale. Al centro, la necessità di accompagnare cittadini, famiglie e imprese in una fase decisiva per il secondo pilastro
Il presidente Liverani: no a ripensamenti sulla riforma per difendere lo status quo. Le compagnie investono in Italia oltre mille miliardi. “Siamo una leva per il Paese, non un giacimento cui attingere”
Ricerca Zurich-Swg: il 70% ammette una conoscenza limitata o nulla degli strumenti di risparmio e investimento. Il 42% della Gen Z non sa di poter trasferire il Tfr a un fondo pensione, ma i giovani sono i più aperti alla rIcerca di rendimento
Nel dialogo tra Assogestioni e Covip, le istruzioni per mettere a terra le novità della Legge di Bilancio 2026: dall’adesione automatica alle linee di investimento, fino alle nuove prestazioni
Secondo una ricerca condotta dalle Università di Trento e Bolzano sui dati di quattro comparti italiani, gli operatori sono il 22% meno propensi a suggerire portafogli azionari quando il cliente è una donna. Un bias che impatta sull’industria e sul futuro dei risparmiatori
Iscriviti per ricevere gratis il magazine FocusRisparmio