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Secondo il client director della società per il mercato italiano, la diversificazione classica tra azioni e obbligazioni resta valida ma deve evolvere per affrontare una nuova era di instabilità. Dagli MBS all’azionario fino ai cat bond, le opportunità nei radar della casa
Crisi energetica e inflazione persistente stanno aumentando la correlazione azioni-bond e rendendo il tema della diversificazione sempre più centrale nelle strategie di investimento. Un cambio di paradigma che impone di rivedere le logiche di costruzione dei portafogli in maniera piuttosto radicale. Lo sa bene Alessandro Arrighi, client director per il mercato italiano di GAM, secondo cui il tradizionale modello 60-40 richiede di essere evoluto arricchendo le scelte di allocazione con nuovi strumenti che riescano davvero a proteggere dalle oscillazioni delle asset class tradizionali. FocusRisparmio lo ha raggiunto per verso quali direzioni punti la sua bussola.

Come crisi energetica e pressioni inflazionistiche stanno cambiando il vostro approccio al reddito fisso?
La parte obbligazionaria deve rimanere una componente core del portafoglio, di questo siamo assolutamente convinti. Poiché lo shock petrolifero rischia di invertire le aspettative sull’inflazione sul medio periodo, riconsiderare il posizionamento in termini di duration e scadenze può rivelarsi una mossa importante. Riteniamo che la parte breve della curva, quindi le scadenze entro i due anni, sia infatti oggi tatticamente interessante perché si rinnova più velocemente e subisce meno gli effetti di eventuali rialzi dei tassi di interesse. Allo stesso tempo, con lo spread che tende a compensare parte dell’impatto di un rialzo monetario, anche il decennale può offrire un effetto di immunizzazione da non sottovalutare.
Quali segmenti del mercato trovate più interessanti in questa fase?
Stiamo lavorando molto sugli MBS americani non agency, cioè strumenti garantiti da mutui residenziali. È un’asset class spesso poco utilizzata perché richiama alla memoria la crisi subprime, ma oggi rappresenta il secondo mercato più liquido degli Stati Uniti dopo i Treasury. Parliamo di strumenti che mediamente hanno duration di circa un anno e mezzo e offrono circa 200 punti base di spread rispetto ai governativi, caratteristiche che permettono di ottenere maggiore linearità di portafoglio insieme a un extra rendimento rispetto al cash o alla parte breve della curva. Al contrario, in questa fase preferiamo evitare l’high yield perché un peggioramento del contesto macro potrebbe mettere sotto pressione le società con rating più basso.
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Negli ultimi mesi si è parlato molto di cat bond. Che ruolo possono avere nei portafogli?
Sono un segmento che conosciamo molto bene, perché la nostra prima strategia dedicata risale al lontano 2012. Parliamo di obbligazioni a tasso variabile legate a eventi catastrofali come uragani, terremoti o tempeste: oggi offrono spread vicini all’8%, quindi comparabili all’high yield, ma senza dipendere dal contesto economico o finanziario. Non solo: è infatti vero che, in presenza di un evento di grande entità, si può avere uno shock temporaneo ma storicamente abbiamo visto recuperi nel giro di appena sei-dieci mesi.
State osservando un interesse crescente anche da parte degli investitori italiani?
Sì, soprattutto all’interno dei grandi patrimoni e delle soluzioni di private insurance: è un prodotto che si sta progressivamente aprendo anche a investitori non istituzionali ma comunque evoluti. Va però chiarito un punto fondamentale: non è un investimento adatto a tutti. I cat bond hanno bisogno di tempo per esprimere il loro valore e non possono venire gestiti con logiche speculative o di breve periodo. Per questo funzionano meglio all’interno di portafogli più strutturati, dove l’investitore ha la capacità di lasciar lavorare il capitale senza preoccuparsi della liquidità quotidiana. In compenso offrono un vantaggio molto importante: consentono di aumentare significativamente il livello di diversificazione, soprattutto in una fase in cui molti segmenti tradizionali tendono a muoversi nella stessa direzione.
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Passando all’azionario, crede stia davvero finendo l’eccezionalismo americano? Dal vostro osservatorio vedete davvero uno spostamento verso l’Europa?
Dopo il Liberation Day c’è stato effettivamente un primo riposizionamento, anche perché le valutazioni nel Vecchio Continente erano più basse e i fondamentali più leggibili. Poi è però proseguita l’esplosione dell’intelligenza artificiale, dei data center e degli investimenti tecnologici nella Magnifiche Sette. Quindi il mercato si è trovato davanti a una domanda semplice: “Se esco dall’America, dove trovo rendimenti comparabili?”. E questo ha riportato l’attenzione sul tech americano.
Quindi il tema della concentrazione sulle big tech non vi preoccupa?
Le Magnifiche Sette e il comparto tech continuano ad avere un peso enorme sugli indici, ma al tempo stesso rappresentano ancora il principale motore di crescita globale. È quindi un equilibrio delicato nel quale il rischio esiste. D’altro canto, però, è vero anche che il mercato si è progressivamente abituato alla volatilità e alle tensioni geopolitiche. Noi riteniamo che oggi abbia senso ridiversificare geograficamente, ma senza abbandonare completamente gli Stati Uniti e la tecnologia. Piuttosto, vediamo opportunità in alcune nicchie europee e soprattutto in mercati come la Svizzera: è un Paese caratterizzato dalla presenza di aziende esportatrici estremamente efficienti, costrette a convivere con un franco forte e quindi molto competitive a livello globale. In sostanza, più che parlare di fine dell’eccezionalismo americano, parlerei di una fase di riequilibrio e maggiore selettività.
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E sui mercati emergenti qual è oggi la vostra bussola?
Quando si parla di mercati emergenti bisogna ormai fare molta attenzione alle differenze interne: è una definizione troppo ampia per descrivere realtà estremamente diverse tra loro. Oggi vediamo opportunità soprattutto nel Sud-Est asiatico e in alcuni Paesi latinoamericani come Cile e Messico. La Cina resta un caso particolare: continua a essere classificata come economia in via di sviluppo nonostante sia la seconda potenza mondiale, ma presenta ancora dinamiche molto specifiche sia dal punto di vista finanziario che demografico. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo poi assistito a un forte recupero di Corea del Sud e Taiwan, trainato ancora una volta dai temi legati a intelligenza artificiale e ai semiconduttori. Questi mercati presentano diversi punti di forza: livelli di indebitamento relativamente bassi, valutazioni ancora contenute rispetto a Europa e Stati Uniti e un potenziale di recupero superiore rispetto ai mercati più maturi. Naturalmente i rischi esistono, con un eventuale aggravarsi delle tensioni nel Pacifico o un prolungamento del conflitto in Medio Oriente che potrebbero avere ripercussioni importanti su tutta l’economia globale. Ecco perché crediamo che serva una selezione molto accurata sia dal punto di vista geografico sia da quello settoriale.
In uno scenario dominato dalla geopolitica, come cambia il concetto stesso di diversificazione?
La grande lezione di questi mesi è che non bisogna rincorrere rendimenti facili o concentrare troppo il rischio. Abbiamo visto investitori uscire dagli Stati Uniti per poi tornarci rapidamente, oppure inseguire i private asset solo perché promettevano rendimenti a doppia cifra. Oggi invece si sta tornando a comprendere che la vera diversificazione non consiste semplicemente nell’avere più strumenti in portafoglio, ma nel costruire esposizioni realmente decorrelate. Il modello 60-40 continua a mantenere una sua validità, ma deve essere evoluto: serve spaziare maggiormente nell’universo investibile, costruendo posizioni che vadano da strumenti decorrelati ad alternativi e materie prime ma anche adottando strategie capaci di reagire in modo diverso agli shock geopolitici.
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Quali sono allora oggi le strategie migliori per bilanciare protezione e partecipazione ai mercati?
È fondamentale evitare eccessive concentrazioni, sia sulla componente obbligazionaria a lunga duration sia su mercati azionari che presentano valutazioni troppo elevate. L’Europa, ad esempio, resta oggi relativamente “cheap” rispetto agli Stati Uniti e offre nicchie di eccellenza molto interessanti. Deve però dimostrare una maggiore emancipazione strategica e industriale. Allo stesso tempo, bisogna costruire portafogli in grado di assorbire la volatilità geopolitica senza rinunciare completamente alla crescita. Questo significa combinare asset class differenti, lavorare sulle decorrelazioni e mantenere un approccio disciplinato anche nei momenti di maggiore incertezza.
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