Analisti e gestori temono interruzioni della fornitura, con conseguenze su prezzi e banche centrali. Ma ci sono delle differenze importanti rispetto a un anno fa
Non si ferma la corsa del petrolio. A un anno esatto dall’attacco di Hamas contro Israele che ha dato il via alla guerra, il WTI con consegna a novembre ha sfondato quota 76 dollari, toccando i massimi da agosto, mentre il Brent viaggia spedito verso quota 80 dollari, dopo aver messo a segno il più forte balzo settimanale da inizio 2023. La tensione in Medio Oriente rimane infatti altissima e gli investitori sono in attesa di sapere come Benjamin Netanyahu risponderà agli attacchi iraniani di martedì scorso. Il timore è di un allargamento del conflitto e di potenziali interruzioni delle esportazioni dalla principale regione produttrice di oro nero. Uno scenario, quest’ultimo, che farebbe ulteriormente lievitare i prezzi del barile, con ripercussioni a catena sull’inflazione e sulla politica monetaria delle banche centrali.
Secondo l’ultimo rapporto dell’Opec, Teheran ha prodotto circa 3,3 milioni di barili al giorno e qualsiasi interruzione della fornitura iraniana potrebbe causare carenze nel mercato petrolifero. Uno scenario che viene mitigato solo in minima parte dalla decisione del cartello di aumentare la produzione a partire da dicembre. Gli analisti di Intesa Sanpaolo, in una nota, sottolineano che “i rischi del prezzo del petrolio sono orientati al rialzo, con i mercati delle opzioni orientati a favore delle opzioni call rialziste e la volatilità implicita del Brent vicina al livello più alto in quasi un anno”.
Effetti su inflazione e banche centrali
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Secondo Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, lo scenario peggiore per i mercati è quello di una significativa escalation nel conflitto con la possibile decisione da parte di Tel Aviv di attaccare target strategici per l’economia iraniana o strutture del settore petrolifero. Inoltre, l’esperto sottolinea che l’Iran potrebbe sfruttare il suo vantaggio geografico per interrompere la rotta di navigazione chiave nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il mercato globale dell’oro nero. “Nello scenario peggiore i prezzi del barile potrebbero salire alle stelle e complicare notevolmente gli scenari macroeconomici anche per le banche centrali globali, in un momento in cui queste si stanno dirigendo verso una modalità di allentamento sulla base del fatto che i rischi di inflazione si sono attenuati notevolmente”, avverte Diodovich.
Per Thomas Hempell, head of macro & market research di Generali Investments, proprio il rischio di un’interruzione della fornitura di petrolio è il segnale più importante da osservare a breve termine. “Gli attacchi di ritorsione da parte di Israele potrebbero colpire i siti di produzione iraniani. E gli Houthi pro-Iran in Yemen potrebbero intensificare gli attacchi nel Mar Rosso, interrompendo ulteriormente il commercio globale e il trasporto di petrolio in particolare”, analizza l’esperto. C’è poi da considerare anche un rischio di coda, secondo Hempell: l’Iran potrebbe tentare di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano circa 20 milioni di barili, pari a circa il 20% della fornitura globale. “Un tale evento avrebbe il potenziale di far aumentare significativamente i prezzi a causa delle preoccupazioni sull’approvvigionamento”, precisa.
Uno contesto migliore rispetto a un anno fa
“L’aumento del petrolio e dell’energia potrebbe riaccendere le preoccupazioni sull’inflazione e rallentare l’ulteriore normalizzazione della politica monetaria”, avverte quindi l’esperto. Che però evidenzia due differenze cruciali rispetto a un anno fa. La prima è che la debolezza dell’economia cinese e il nuovo rallentamento della produzione industriale globale hanno pesato sui prezzi dell’energia durante l’estate, per cui il barile parte da livelli molto più bassi rispetto allo scorso ottobre (quando è iniziato il conflitto il Brent era a 88,15 dollari). La seconda differenza è che il processo di disinflazione complessivo nel mondo avanzato è molto più radicato rispetto ad allora e rende le economie e le aspettative sui prezzi meno esposte agli effetti stagflazionistici derivanti dall’aumento dell’energia. “Questo potrebbe aiutare a spiegare la reazione di mercato finora relativamente contenuta rispetto all’escalation grave del conflitto”, conclude.
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