Escalation o no, per gli analisti lo scenario geopolitico rimane il più pericoloso, instabile e imprevedibile degli ultimi decenni. Ed è necessario tenerne conto nelle strategie d’investimento
Petrolio, oro, titoli della difesa ed energetici in rialzo. Per ora, i timori di un allargamento del conflitto in Medio Oriente, aumentati dopo l’attacco missilistico dell’Iran contro Israele, non hanno gettato gli investitori nel panico: li hanno però resi più guardinghi, con le inevitabili ripercussioni su beni rifugio, materie prime e settori più direttamente coinvolti. Si attende infatti di conoscere la risposta che Benjamin Netanyahu deciderà di riservare a Teheran, per capire se si è davvero all’inizio di una pericolosa escalation. Secondo molti gestori è probabile che non assisteremo a una dura rappresaglia, proprio per evitare che la situazione precipiti. Per altri, invece, una guerra regionale più ampia è diventata più probabile. Intanto, di certo c’è solo l’elevata incertezza, destinata a salire ancora con inevitabili ripercussioni sugli asset di rischio e sui portafogli.
“Dato che martedì non ci sono state vittime, penso che sia nell’interesse di Israele dare una risposta limitata e continuare a concentrarsi sulle prossime mosse contro Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen”, osserva Álvaro Sanmartín, chief economist di Amchor IS. Che non vede al momento molte possibilità di un rilevante shock economico a medio termine, dato l’eccesso di offerta di greggio e l’intenzione dell’Arabia Saudita di aumentare la produzione. Anche secondo Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, la rappresaglia da parte di Netanyahu dovrebbe essere moderata, in modo da rispondere agli attacchi di Teheran senza intensificare significativamente il conflitto. Esattamente come è accaduto lo scorso aprile. “Se i media statali iraniani dovessero minimizzare qualsiasi rappresaglia di Tel Aviv, ciò potrebbe vedere i rischi geopolitici svanire, il che potrebbe portare sollievo sui mercati”, afferma. Intanto, in termini di strategia di portafoglio, Sanmartín suggerisce di mantenere posizioni prudentemente costruttive negli asset di rischio e anche nel dollaro. “Quest’ultimo logicamente come protezione, sia rispetto al Medio Oriente sia in relazione alle elezioni statunitensi”, precisa.
Lo scenario peggiore
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Lo scenario peggiore per i mercati non si può comunque escludere, secondo i gestori. Potrebbe infatti esserci una significativa escalation, con la possibile decisione da parte di Netanyahu di attaccare target strategici per l’economia iraniana o strutture del settore petrolifero (Kharg Island OilTerminals, Bandar Abbas port…). “Mentre Israele potrebbe avere un vantaggio militare, l’Iran potrebbe sfruttare quello geografico per interrompere la rotta di navigazione chiave nello Stretto di Hormuz, che è strategico per il mercato del petrolio a livello globale”, spiega Diodovich. In questo caso, fa notare, i prezzi del barile potrebbero salire alle stelle e complicare notevolmente gli scenari macroeconomici. Anche per le banche centrali globali, che hanno deciso di iniziare a tagliare i tassi sulla base del fatto che i rischi di inflazione si sono attenuati notevolmente.
Thomas Mucha, Geopolitical strategist di Wellington Management
Tale scenario è adesso, per Thomas Mucha, geopolitical strategist di Wellington Management, decisamente più probabile. E gli investitori “dovrebbero tenerlo in considerazione”. Lo strategist vede ora le possibilità di una guerra più ampia al 45%, dal 35% precedente al lancio di missili iraniano. In sostanza è convinto che si tratti di un ‘testa o croce’ e che quindi sia necessaria un’attenzione maggiore in termini di portafoglio. “Pur rimanendo fiducioso che la deterrenza militare degli Stati Uniti e una diplomazia chiara-aggressiva nei confronti dell’Iran e di Israele possano mantenere questo conflitto sotto un relativo controllo, la situazione continua a degenerare e ogni sviluppo porta con sé una nuova serie di incertezze”, fa notare. A suo parere sono due le incognite da tenere d’occhio. La prima riguarda la tempistica, l’entità e la portata della risposta israeliana, soprattutto se dovesse includere un coinvolgimento militare diretto degli USA. La seconda è quella di eventuali attacchi diretti alle infrastrutture petrolifere iraniane, al fine di paralizzare la capacità economica di Teheran.
Le implicazioni per gli investitori
Per quanto riguarda le implicazioni per gli investitori, secondo Mucha il punto è che lo scenario geopolitico rimane il più pericoloso, instabile e imprevedibile degli ultimi decenni. “In queste condizioni, i leader mondiali sono più propensi ad assumere rischi politici maggiori se ritengono che siano in gioco questioni fondamentali per la sicurezza nazionale”, analizza. Dal punto di vista degli investimenti, questo rischio geopolitico strutturalmente più elevato continua a costringere i policymaker di tutto il mondo, compresi quelli di Capitol Hill, a dare priorità alla sicurezza: “A volte a scapito dell’efficienza economica, che dovrebbe sostenere i temi della sicurezza nazionale a lungo termine, tra cui la difesa tradizionale, l’innovazione della difesa e l’adattamento-resilienza al clima”, precisa.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Secondo Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, un’escalation potrebbe spingere i mercati verso un atteggiamento di avversione al rischio. “Il petrolio potrebbe aumentare a causa delle preoccupazioni sull’offerta e del possibile impatto sul traffico nello Stretto di Hormuz. I mercati azionari potrebbero subire vendite, guidate dall’aumento del premio al rischio, in particolare nella Regione”, afferma. Inoltre, se il conflitto dovesse proseguire, per Flax si potrebbe assistere a una divergenza nella performance azionaria in base alla ‘geografia’ e all’impatto del conflitto sugli utili. “Per esempio, le aziende esportatrici potrebbero soffrire dell’instabilità geopolitica, mentre alcuni dei grandi nomi tecnologici statunitensi, ad esempio, potrebbero essere relativamente isolati dalla questione”, spiega. Precisando che gli asset meno rischiosi, come i titoli di Stato dei Paesi sviluppati, potrebbero beneficiare della situazione, ma il loro rendimento potrebbe dipendere, in parte, dalle prospettive sull’inflazione.
Proprio l’inflazione è uno dei punti cruciali. L’impatto sui prezzi, secondo Flax, dipenderà dall’entità e dalla durata del conflitto: più sarà lungo, maggiori saranno le ripercussioni sulla catena di approvvigionamento globale. “Per arrivare a influenzare direttamente gli attuali cicli monetari di Fed e BCE, dovrebbe avere una durata prolungata. D’altro canto, però, un deciso aumento del petrolio e difficoltà crescenti per le catene di approvvigionamento potrebbero spingere l’inflazione al rialzo”, conclude.
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