Per il presidente di SocGen ed ex membro BCE, l’UE non ha mezzi per reggere la sfida della competizione globale. E rischia di diventare “preda” della coppia USA-Cina. Il rilancio passa da autonomia energetica e voto per maggioranza. Non senza un occhio al debito comune
L’intelligenza artificiale sta cambiando i sistemi bancari molto più rapidamente di quanto istituzioni e operatori riescano oggi a realizzare, compreso quello del Vecchio Continente. Ma il vero rischio per l’Europa, persino mentre crescono gli allarmi sull’esposizione degli istituti al al mercato del private credit, resta un altro: affrontare le grandi trasformazioni globali senza strumenti politici, industriali e finanziari adeguati alla nuova competizione tra Stati Uniti e Cina. È questo il messaggio lanciato da Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della BCE e presidente del board di Société Générale, nell’ambito di un evento Accenture sull’evoluzione tecnologica all’interno del settore. Secondo l’economista, l’Unione rischia infatti sempre più di diventare “terreno di conquista” delle grandi potenze economiche globali. Uno scenario che, per essere invertito, impone ai 27 di aumentare la propria indipendenza strategica e superare un sistema decisionale frammentato.
Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del comitato esecutivo della BCE e presidente del board di Société Générale
Sul fronte tecnologico, il manager ha spiegato come il nodo centrale della questione non riguardi tanto l’adozione dell’intelligenza artificiale all’interno delle banche quanto l’evoluzione dei comportamenti dei clienti. “La difficoltà principale”, ha osservato, “è capire come cambieranno gli utenti e in che modo adotteranno gli algoritmi nella propria quotidianità”. Secondo Bini Smaghi, nei prossimi anni i consumatori saranno infatti affiancati da veri e propri agenti digitali capaci di prendere decisioni finanziarie autonome: dalla gestione dei pagamenti alla scelta dei depositi fino allo spostamento dei capitali tra strumenti diversi. Una trasformazione che promette di modificare profondamente il modello operativo del settore: “Rischiano di diventare più intelligenti dei nostri”, ha spiegato riferendosi ai modelli utilizzati dagli istituti finanziari stessi. Gli agenti AI, ha aggiunto il presidente di SG, potranno non solo operare 24 ore su 24 ma anche elaborare operazioni durante la notte e proporre agli utenti decisioni già ottimizzate sulla base di analisi molto più sofisticate di quelle oggi accessibili. “Il risultato sarà un rapporto banca-cliente completamente diverso”, ha concluso, “nel quale gli operatori dovranno confrontarsi con una platea molto più evoluta e sofisticata”.
Trump, Xi e la nuova geopolitica commerciale
Dall’intelligenza artificiale alla geopolitica il passo, nell’analisi dell’ex membro banchiere centrale, è stato breve. Per Bini Smaghi, infatti, l’Europa sta pagando il cambiamento delle relazioni internazionali tra le grandi potenze. Rispetto al primo mandato di Donald Trump, ha spiegato, lo scenario globale è radicalmente cambiato: “Se nel 2017 lo scontro commerciale con Washington era rimasto circoscritto ai dazi, oggi sul tavolo ci sono anche fattori che vanno dalla tecnologia alla sicurezza militare fino all’energia. Un approccio che emerge anche nel dialogo di queste ore tra il tycoon e l’omologo cinese Xi Jinping, dove ogni dossier viene negoziato all’interno di una partita geopolitica complessiva. Il problema, secondo l’economista, è allora che l’Europa non dispone degli strumenti per muoversi in un simile contesto. “Su materie come il commercio l’Unione decide a maggioranza”, ha ricordato, “ma su altre competenze decisive i poteri restano agli Stati membri”. Ed è proprio questa frammentazione che rende Bruxelles vulnerabile alle pressioni esterne. Bini Smaghi ha citato il tema della Nato come esempio concreto della sua view: durante il confronto sulle tariffe, gli USA hanno potuto utilizzare anche la leva della sicurezza militare mentre l’Unione non dispone di un vero potere centrale in materia.
Per il manager, la priorità strategica dell’Europa è dunque quella di ridurre le proprie dipendenze sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Le aree critiche individuate sono tre: difesa, tecnologia e terre rare. “Se vogliamo stare al tavolo e non nel menu”, ha spiegato, “dobbiamo essere in grado di decidere in modo rapido ed efficiente”. Il riferimento è alla necessità di superare il principio dell’unanimità che ancora governa molte decisioni europee. Secondo Bini Smaghi, il passaggio al voto per maggioranza rappresenta infatti una condizione indispensabile per costruire politiche comuni realmente efficaci. “Bisogna accettare la possibilità di trovarsi in una posizione minoritaria”, ha osservato, ricordando come questo meccanismo sia già stato adottato con successo nella gestione della moneta unica. L’economista ha anche ridimensionato il concetto stesso di sovranità nazionale. “Oggi nessuno Stato europeo ha una vera sovranità”, ha detto, sottolineando come perfino la Germania abbia accettato di rinunciare al marco per costruire l’euro. Nella sua ricetta non è mancato anche in riferimento agli strumenti messi in campo per fronteggiare la crisi indotta dalla pandemia, cioè debito comune e fiscalità agevolata, anche se il messaggio è stato chiaro: “L’esperienza del PNRR in Italia dimostra che qualcosa va cambiato”.
Mercato unico incompleto e rischio “desertificazione”
Nel ragionamento di Bini Smaghi, la fragilità europea non dipende però solo dalla politica estera ma anche dall’incompletezza del mercato unico. “Non abbiamo ancora un vero mercato europeo”, ha affermato. Ogni Paese continua infatti a mantenere una propria politica energetica, è la spiegazione che ha fornito al pubblico, mentre sul fronte finanziario l’Europa resta frammentata in 27 regolatori diversi e altrettante Borse valori. Una struttura che, secondo l’economista, genera costi di duplicazione e penalizza la competitività del Vecchio Continente rispetto agli Stati Uniti. “Ogni anno vediamo aziende nostrane trasferirsi negli USA o quotarsi a Wall Street”, ha ricordato, citando sia le politiche aggressive dell’amministrazione Trump sia gli incentivi industriali introdotti da Joe Biden con l’Inflation Reduction Act. Il rischio evocato è quello di una progressiva “desertificazione” industriale e finanziaria dell’Europa, incapace di trattenere imprese e capitali.
Nel passaggio finale dell’intervista, Bini Smaghi ha escluso che la Cina possa rappresentare un’alternativa strategica agli Stati Uniti per l’Europa. “L’idea che Pechino possa salvarci da Trump è un’illusione”, ha affermato. Secondo il presidente di Societe Generale, sia Washington che Pechino puntano infatti a rafforzare la propria influenza sul nostro mercato considerandolo “il più ricco del mondo”. L’unica differenza è che i primi lo fanno imponendo il proprio dominio nella tecnologia e nella finanza, mentre la seconda controlla segmenti cruciali delle terre rare e delle catene industriali strategiche. Una dinamica che rischia di mettere sotto pressione interi settori industriali e migliaia di posti di lavoro. Per questo il manager ha detto di ritenere probabile un progressivo irrigidimento dei rapporti commerciali tra Bruxelles e il Dragone. “Pechino”, ha concluso, “oggi ha più carte di noi”. Da qui la necessità, per l’Unione, di rafforzare rapidamente la propria capacità decisionale e industriale di modo da non restare schiacciata nella competizione tra superpotenze.
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