Le due istituzioni lanciano un monito simultaneo: la corsa all’intelligenza artificiale sta gonfiando pericolosamente le valutazioni di mercato. E mettono in guardia sullo scoppio di una bolla con effetti a catena su altri settori
L’intelligenza artificiale continua a monopolizzare l’attenzione dei mercati, ma l’entusiasmo rischia di trasformarsi in euforia pericolosa. Lo sostengono la Banca d’Inghilterra e il Fondo Monetario Internazionale, che a poche ore di distanza hanno lanciato un doppio avvertimento per investitori e policymaker. Secondo le due istituzioni finanziarie, la corsa degli algoritmi in Borsa potrebbe infatti aver spinto le valutazioni troppo in alto e aperto la strada a una violentacorrezione di dimensioni globali. Dichiarazioni che suonano come un campanello d’allarme proprio all’indomani delle trimestrali di alcuni tra i maggiori player del settore.
BoE: “Valutazioni tese, rischio di shock improvviso”
Nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, il Financial Policy Committee (FPC) della Bank of England parla senza mezzi termini di una “possibile correzione brusca” nei mercati azionari mondiali a causa dal comparto tecnologico. “Le valutazioni appaiono particolarmente tese per le società legate all’intelligenza artificiale”, scrive l’organo della banca centrale, precisando che un simile scenario espone i mercati a rischi significativi qualora le aspettative sull’impatto di questa tecnologia dovessero subire un ridimensionamento”. I numeri, del resto, sono eloquenti: OpenAI, la madre di ChatGPT, ha visto la sua valutazione crescere nel giro di un anno da 157 a 500 miliardi di dollari mentre un altro attore di prima categoria come Anthropic ha quasi triplicato la propria capitalizzazione in sei mesi ed è passato da 60 a 170 miliardi. Crescite vertiginose che la BoE definisce “difficilmente sostenibili” in assenza di utili reali o di un’adozione massiva dei modelli generativi. A preoccupare i policymaker UK non è però solo la sopravvalutazione del settore, ma anche il rischio di effetto domino sui mercati del credito. “Brusche revisioni delle stime potrebbero prosciugare i canali di finanziamento sia di famiglie che imprese e amplificare gli shock oltre i confini del tech”, spiegano dall’istituto, facendo riferimento a fattori come colli di bottiglia nella disponibilità energetica o nelle materie prime. E anche se ci sono molti gestori contrari a questa tesi, un recente studio del MIT citato dal Guardian sembra confermare i timori: i ricercatori dell’ateneo americano hanno infatti calcolato che il 95% delle aziende non ha ancora registrato ritorni tangibili dai propri investimenti in algoritmi generativi, dato che rischia di innescare una rivalutazione drastica delle prospettive di crescita.
FMI: “L’incertezza è la nuova normalità”
Quanto al Fondo Monetario Internazionale, a rafforzare l’allarme proveniente dal cuore dell’Atlantico è stata niente meno che Kristalina Georgieva. Intervenendo al Milken Institute in vista dell’assemblea annuale del dell’organizzazione, la direttrice generale ha messo in guardia governi e investitori: “L’incertezza è la nuova normalità e dobbiamo allacciare le cinture, la resilienza globale non è ancora stata messa alla prova ma ci sono segnali che il test possa arrivare presto”. La crescita mondiale è stimata dal Fmi al 3% nel 2025, leggermente in calo dal 3,3% dell’anno prima, ma per Georgieva i numeri “non raccontano tutta la storia”: debito pubblico crescente, guerre e regolamentazioni più severe stanno infatti minando la stabilità di fondo. Tra i segnali più preoccupanti, la manager ha citato la corsa dell’oro oltre i 4.000 dollari l’oncia e il chiaro nervosismo che essa lascia trasparire. “Le condizioni finanziarie accomodanti stanno mascherando alcune crepe strutturali”, ha detto, “ma la storia ci insegna che il sentiment può cambiare bruscamente.”
Quelli di BoE ed Fmi non sono gli unici campanelli d’allarme ad aver risuonato negli ultimi tempi. Anche alcuni grandi investitori hanno di recente messo in guardia dalla corsa senza fiato del titoli legati all’AI. A inizio anno, direttamente dal palco del World Economic Forum di Davos,Ray Dalio si è espresso in termini ancora più diretti: “Sebbene l’IA sia una tecnologia destinata a cambiare il mondo, alcuni operatori stanno confondendo il suo potenziale rivoluzionario con la certezza di ritorni sugli investimenti”.
Warren Buffett, fondatore di Berkshire Hathaway
Mentre qualche giorno fa il celebre indicatore ideato da Warren Buffet, che misura il valore del mercato azionario statunitense rispetto al prodotto nazionale lordo, ha restituito un valore superiore al 200% e segnato così un picco che non fu raggiunto neppure a ridosso dello scoppio della bolla Dot-Com. Risultato che viene però contestato da alcuni analisti, sostenendo che rifletta una visione dell’economia americana anacronistica perché basata su un’eccessiva centralità di comparti oggi marginali come il manifatturiero e l’industria pesante.
Tra boom e rischio correzione: la sfida dei prossimi mesi
Dal canto opposto, si sprecano anche le voci a favore di questa tecnologia come trend di investimento strutturale. Basti pensare a Goldman Sachs, che la scorsa settimana ha pubblicato un report nel quale si evidenzia come le valutazioni del settore tecnologia siano sì aumentate ma risultino ancora molto lontane dai picchi registrati in occasione della bolla informatica di 25 anni fa. “Il price-earnings medio delle Magnifiche 7 si attesta a 27 volte gli utili attesi ed è quindi la metà dei multipli registrati dalle big tech dell’era Dot-Com”, è una delle argomentazioni addotte. E ancora: “Per giustificare i prezzi attuali servirebbe una crescita dei dividendi del 25% annuo per i prossimi dieci anni, quindi meno del 35% che era implicito nel 1999”. Una constatazione che non viene rigettata in toto neppure dal Fmi, il quale infatti ha precisato che occorre prudenza nell’approcciare il tema. Come ha sintetizzato Georgieva: “L’IA può essere una forza straordinaria di trasformazione ma, se la finanza smette di distinguere tra potenziale e profitto, la storia rischia di ripetersi”.
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Il credito bancario entra in una nuova fase evolutiva, in cui la tecnologia smette di essere un canale alternativo e diventa l’asse portante dell’intero sistema. È quanto si legge nell’Osservatorio Digital Lending 2026 realizzato da Deloitte insieme ad Experian e Ceti, secondo cui il lending online arriverà a pesare circa il 40% del mercato entro il 2030, per un valore stimato di 60 miliardi di euro. Un cambio di paradigma già oggi leggibile nelle preferenze degli utenti, ma non mancherà di riservare agli istituti tradizionali importanti sfide: su tutte, ripensare il proprio modello operativo.
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