4 min
Secondo la banca d’affari, le valutazioni di Wall Street sono sostenute da fondamentali solidi. E la crescita delle big tech avviene a mezzo cassa, non con debito. Ma il rischio concentrazione resta, perchè la quota degli USA sul mercato globale supera il 60%. Nella diversificazione il segreto anti-shock
Il rally dei mercati azionari e l’ascesa vertiginosa dei colossi tecnologici americani hanno riacceso un interrogativo che riecheggia a ogni ciclo economico: stiamo vivendo una nuova bolla finanziaria? Gli ultimi a domandarselo sono stati niente meno che Ray Dalio e Warren Buffett, due degli investitori più seguiti al mondo, che hanno puntato il dito sull’eccesiva valutazione delle big tech rispetto alla crescita dell’economia. Secondo l’ultimo Global Strategy Paper di Goldman Sachs, tuttavia, la risposta all’interrogativo che attanaglia i mercati è no. “Siamo in una fase di espansione intensa ma ancora supportata da fondamentali solidi”, scrivono gli strategist guidati da Peter Oppenheimer, che però tengono a sottolineare come il rischio che la situazione sfugga di mano sia comunque concreto. Una circostanza che impone agli investitori di aumentare la diversificazione a guardare oltre gli USA.
📰 Leggi anche “Dalio: crisi del dollaro come negli anni ’70“
Un mercato dominato da pochi giganti
L’analisi di Goldman muove da una constatazione: la concentrazione dei listini statunitensi è oggi ai massimi storici. Le dieci maggiori società americane, otto delle quali appartengono al settore tecnologico, rappresentano infatti circa un quarto della capitalizzazione globale e valgono complessivamente 25mila miliardi di dollari: si tratta di una cifra superiore alla somma dei principali indici europei e asiatici. E non è tutto, perché le prime cinque da sole pesano per il 16% del mercato azionario mondiale. Eppure, gli esperti della banca d’affari ritengono che questa leadership non sia il segnale di una bolla ma il riflesso di una “crescita degli utili eccezionale” vissuta dal settore negli ultimi 15 anni. “Dal 2009 l’EPS del tech globale è aumentato di oltre cinque volte”, spiegano, “mentre quello del resto del mercato è cresciuto molto più lentamente”.
Valutazioni elevate, ma lontane dai picchi del 2000
Il report mette in evidenza un altro elemento a sfavore dell’ipotesi bolla. Il price-earnings medio delle ‘Magnifiche 7’ si attesta a 27 volte gli utili attesi ed è quindi la metà dei multipli registrati dalle big tech dell’era Dot-Com, quando lo stesso rapporto superava le 50 volte. Anche parametri come il PEG ratio (1,7x contro 3,7x nel 2000) e il dividend discount model segnalano la stessa cosa: le aspettative di crescita implicite, pur elevate, restano cioè al di sotto delle soglie storiche di allarme. Per giustificare le valutazioni attuali del comparto, si legge ancora nel documento, servirebbe una crescita dei dividendi del 25% annuo per i prossimi dieci anni: molto ma comunque meno 35% che era implicito nel 1999. Un ulteriore elemento di solidità viene poi individuato nella redditività: il ROE medio del mercato USA supera infatti il 21%, un valore nettamente superiore alla media delle ultime due decadi e al 15% registrato in Europa.
📰 Leggi anche “La nuova era della diversificazione secondo Saugné (LFDE)“
La crescita dei giganti dell’IA e il nodo degli investimenti
Resta allora da capire cosa giustifichi l’enorme espansione del settore. E la risposta viene individuata dalla squadra di Oppenheimer nell’intensa attività di investimento. “La spesa in capex dei principali è passata da 68 miliardi di dollari nel 2018 a 368 miliardi nel 2025 ”, viene spiegato, “e dovrebbe superare i 430 miliardi nel 2026”. Goldman Sachs sottolinea però che, a differenza delle bolle passate, questa crescita è finanziata in gran parte dai flussi di cassa interni anziché dal debito: “Le big tech mostrano posizioni di cassa nette negative del 22%, margini operativi medi del 29% e una redditività del capitale al 46%”.
Rischio concentrazione più che speculazione
Il vero punto critico, secondo il report, non è dunque l’esuberanza speculativa ma la concentrazione di mercato. La quota statunitense sull’azionario globale ha infatti superato il 60% e il settore tecnologico pesa oggi per oltre il 40% dell’S&P 500, un livello che Goldman Sachs considera “potenzialmente insostenibile” nel medio periodo. Tuttavia, ricorda la banca, in passato anche settore come quello dell’energia o della finanza hanno mantenuto per decenni una posizione dominante e non si è comunque arrivati ad una crisi. Tutto dipenderà, quindi, da come evolverà la situazione anche in relazione alle principali variabili dello scenario macroeconomico e geopolitico.
📰 Leggi anche “BlackRock: come investiamo nell’IA e perché non è un bolla“
Diversificare resta la parola chiave
“Non siamo ancora all’interno di una bolla ma ci stiamo muovendo in quella direzione”, conclude lo studio. La raccomandazione agli investitori è dunque chiara: mantenere una diversificazione ampia, ridurre la concentrazione sui grandi titoli americani e considerare i benefici di esposizioni regionali o settoriali più variegate. Nel 2025, indici come Eurostoxx 50 (+14%) e Italia (+45%) o anche Corea del Sud (+50%) hanno infatti eguagliato se non superato la performance del mercato USA, a dimostrazione che le opportunità si stanno ampliando oltre la tecnologia.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.