Dopo il record dei 4.000 dollari l’oncia, gli analisti vedono quota 4.500 entro il primo trimestre del 2026. I rischi però non mancano, anche se potrebbero trasformarsi in opportunità
La corsa all’oro si conferma senza freni. Martedì scorso, con sei mesi di anticipo sulle stime di molti analisti, il metallo giallo ha sfondato per la prima volta nella storia i 4.000 dollari l’oncia, arrivando a costare oltre il 50% in più rispetto all’inizio dell’anno e oltre il 160% in più rispetto a inizio 2020. I driver sono sempre gli stessi: la svolta accomodante della Federal Reserve, gli acquisti delle banche centrali, la debolezza del biglietto verde, i conflitti e le tensioni geopolitiche. A tutto questo, poi, negli ultimi giorni si sono aggiunti anche lo shutdown negli USA e la crisi francese. E ora c’è chi scommette che il lingotto possa arrivare a 4.200 dollari entro fine dicembre e puntare poi dritto a quota 4.500 nel primo trimestre del 2026. Tuttavia, i rischi che potrebbero rallentare o invertire l’avanzata non mancano.
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Per Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, nonostante l’ampiezza e la rapidità del rally possano comportare un aumento della volatilità da questo punto in avanti, ci sono comunque dei buoni motivi per posizionarsi in vista di ulteriori rialzi nel corso del prossimo anno. L’esperto è infatti convinto che la corsa non sia ancora terminata: “Ci si aspetta che i prezzi salgano fino a 4.200 dollari nei prossimi mesi e manteniamo la nostra valutazione ‘Attractive’ sull’oro nella nostra strategia globale”, afferma. Per gli investitori alla ricerca di resilienza del portafoglio, Haefele raccomanda “un’allocazione percentuale medio-bassa in oro, che ha dimostrato il suo valore come diversificatore strategico e come copertura contro inflazione e incertezze”.
“L’oro è la posizione più importante nella nostra strategia sulle materie prime, rappresentando quasi il 18% del portafoglio”, afferma Rebekah McMillan, associate portfolio manager team multi-asset di Neuberger Berman. Che ricorda come per la posizione sul metallo giallo, i rendimenti reali statunitensi rappresentino un importante punto di riferimento. Per questo sta monitorando attentamente i premi a termine e l’irripidimento della curva, che hanno contribuito al recente breakout. “Negli ultimi diciotto mesi abbiamo aumentato gradualmente la posizione in occasione di piccoli sell-off, grazie all’attenuarsi delle preoccupazioni relative alle condizioni finanziarie e all’inflazione”, spiega. Sottolineando come l’1,5% rappresenti un significativo sovrappeso, “soprattutto alla luce della nostra visione costruttiva sugli asset rischiosi, anche se potremmo aumentare notevolmente la posizione in uno scenario di avversione al rischio”.
Asset manager in arrivo
Claudio Wewel, FX strategist di J. Safra Sarasin
Per Claudio Wewel, FX strategist di J. Safra Sarasin, di qui in avanti la domanda si sposterà sempre più dai privati ai fondi pensione e ad altri asset manager. “Recenti indagini condotte tra i gestori di fondi rivelano che le allocazioni strategiche a lungo termine in oro rimangono ancora piuttosto basse, intorno all’1-2% dei portafogli”, spiega. A suo parere, quindi, il metallo giallo rimane ‘sotto-rappresentato’ nei portafogli, ma vista la performance stellare del 2024 e del 2025 la situazione è destinata a cambiare. “Il ‘costo opportunità di non detenere oro’ è cresciuto notevolmente. Anziché la tradizionale allocazione di asset 60-40 tra azioni e obbligazioni, gli asset manager stanno valutando di aumentare significativamente le allocazioni nel metallo giallo, data la sua maggiore resilienza come copertura contro l’inflazione in un contesto di aumento dei premi di rischio delle obbligazioni a lungo termine”, osserva. Ricordando come alcune banche abbiano recentemente suggerito una strategia di portafoglio 60/20/20, con una ponderazione uguale tra lingotto e reddito fisso. “Anche se questo potrebbe rappresentare il limite massimo della scala, aumentare le allocazioni al 5% raddoppierebbe o triplicherebbe comunque le posizioni nei portafogli degli asset manager”, precisa.
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, si aspetta di vedere il lingotto raggiungere i 4.200 dollari entro fine anno e i 4.500 nel primo trimestre 2026. “Se la domanda resterà robusta, sia da parte degli investitori privati sia delle banche centrali, questa revisione rafforza l’idea che l’ascesa sia radicata nei fondamentali”, afferma. Evidenziando come nuovi shock geopolitici o macro potrebbero accelerare ulteriormente la ricerca di asset sicuri, mentre i vincoli di offerta potrebbero amplificare i futuri rialzi. Tuttavia, per l’esperto è bene anche monitorare i rischi. “Un dollaro USA in ripresa, tagli dei tassi rinviati o inferiori al previsto, oppure un miglioramento improvviso del clima di fiducia sui mercati potrebbero indebolire la domanda”, mette in guardia. Aggiungendo come siano possibili anche prese di profitto e correzioni tecniche lungo il cammino, man mano che gli investitori momentum consolidano i guadagni. “I rally prolungati spesso sperimentano fasi di consolidamento, e la rapidità dei guadagni recenti dell’oro suggerisce che pullback o pause possano verificarsi prima di ulteriori avanzate significative”, fa notare.
… che possono trasformarsi in opportunità
Per Wewel, certamente il ciclo rialzista si interromperà a un certo punto, ma a suo avviso è difficile individuare fattori negativi nel breve-medio termine. Molte delle preoccupazioni chiave che hanno alimentato il rally sono infatti destinate a rimanere: i timori sull’integrità delle istituzioni statunitensi, in particolare l’indipendenza della Fed, quelli sulla sostenibilità fiscale e del debito e la tendenza alla frammentazione geopolitica. Perché il lingotto cambi rotta, secondo l’esperto di J. Safra Sarasin, sarebbe necessaria un’inversione di rotta delle politiche USA, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile. “Storicamente le forti vendite di asset di rischio hanno costretto a liquidazioni di oro su larga scala, che hanno portato a ritracciamenti a breve termine di circa il 10%, come ad esempio i sell-off del 2020 legati al Covid e del 2025 legati al Liberation Day”, osserva. Tuttavia, rimarca, “il metallo giallo ha tipicamente reagito rapidamente a tali minimi temporanei, recuperando in pochi giorni, il che a nostro avviso rappresenta un’interessante opportunità di ingresso”.
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