Per Julie Dickson di Capital Group, la storia dimostra che i picchi hanno spesso rappresentato un buon punto d’ingresso per gli investitori di lungo periodo. A cosa guardare? AI, aerospazio, Giappone e India
Julie Dickson, investment director di Capital Group
Con i mercati azionari che da mesi macinano record, la domanda attualmente più in voga tra gli investitori è quando arriverà la correzione. Perché investire sui massimi, come dice uno dei più diffusi mantra di Borsa, espone sempre al rischio di repentini crolli. Julie Dickson, investment director Azionario di Capital Group, è però di parere diverso e, numeri alla mano, ha rilevato che su lunghi periodi i listini si sono mossi tendenzialmente al rialzo raggiungendo nuovi picchi numerose volte nei cicli precedenti. “Certo, le flessioni sono inevitabili e possono sempre verificarsi, ma la storia dimostra che i nuovi massimi hanno spesso rappresentato un buon punto d’ingresso per gli investitori di lungo periodo”, assicura.
Una prova, secondo l’esperta, arriva dall’S&P 500: dal 1950 ad oggi ogni volta che ha toccato il suo primo massimo su un orizzonte di almeno un anno, i titoli hanno poi prodotto un rendimento medio del 17,1% per i successivi dodici mesi. E un investitore avrebbe realizzato dei guadagni in ciascuno di questi periodi salvo all’inizio della crisi finanziaria globale del 2007. “Per questo ci focalizziamo su temi come la globalizzazione, la produttività e l’innovazione, che sono potenti motori di crescita. Non mancheranno le flessioni, ma questo non cambia la traiettoria a lungo termine”, precisa. Fornendo quindi un vademecum delle migliori occasioni da cogliere nei prossimi sei mesi.
Al primo posto dell’elenco non poteva che esserci l’intelligenza artificiale. Secondo la Dickson, per gli investitori la chiave del successo consisterà nel comprendere lo ‘stack’ dell’IA, ovvero i quattro livelli di tecnologia che ne consentono il funzionamento: semiconduttori, infrastrutture, applicazioni e modelli IA. “Le società cercano di posizionarsi per il successo in ciascuno di questi livelli. Alphabet, Meta e Microsoft investono decine di miliardi di dollari per ottenere una posizione dominante in più di un livello. Mentre le Big 3 investono nei loro processori proprietari, i leader nella produzione di chip come Nvidia, Broadcom e Micron potrebbero continuare a mantenere una quota di mercato dominante per anni”, spiega. Cruciale è dunque valutare ciascun livello dello stack per determinare chi ha le migliori chance di vittoria. “In alcuni livelli come i semiconduttori, la risposta è relativamente ovvia perché apparentemente sono poche le società che possiedono le caratteristiche tecniche e finanziarie per poter competere con successo”, chiarisce. Sottolineando che, con i data center che richiedono ampi quantitativi di elettricità, la costruzione trainerà la domanda di una serie di fonti di energia, incluso il nucleare.
L’importanza dei dividendi
Altro aspetto da tenere in considerazione è, per la Dickson, quello dei dividendi, che stanno guadagnando il favore dei colossi della tecnologia dell’informazione. “Meta, Alphabet e Salesforce li hanno introdotti nella prima metà del 2024, e il relativo annuncio segna un cambio radicale di narrativa”, osserva. Basti pensare che le società tech hanno rappresentato il 14,1% dei dividendi liquidi totali versati dalle società comprese nell’Indice S&P 500 nel 2023, posizionandosi al secondo posto in termini di contributo settoriale in dollari. “Anche se i dividend yield di molte società tech sono modesti, gli importi in dollari sono enormi e ci aspettiamo una continua crescita degli utili sia quest’anno che nel 2025”, prosegue. E in futuro, secondo l’esperta, l’ampliamento del mercato dovrebbe creare per le strategie orientate ai dividendi un’opportunità per generare reddito e partecipare appieno all’apprezzamento del mercato.
Altro settore da tenere d’occhio è quello aerospaziale che, per la Dickson, potrebbe essere sull’orlo di un super-ciclo. “Il driver più interessante riguarda forse il lato offerta, con il backlog dei nuovi aeromobili che si estende al 2030”, afferma. Mercati come l’India e la Cina stanno infatti incrementando i loro ordinativi e, in un settore dominato da Boeing e Airbus, è difficile non pensare al conseguente potere di determinazione dei prezzi. Ma l’esperta fa notare che c’è anche un altro effetto derivante dal backlog degli ordini: gli aeromobili esistenti volano infatti più a lungo, e necessitano di più manutenzione, dando un’ulteriore spinta alle già redditizie società che si occupano dei servizi aftermarket. “I fornitori di componenti come Safran e Melrose Industries traggono un valore significativo dai ricavi ricorrenti generati dai prodotti esistenti. Spesso sono più redditizie le parti di ricambio rispetto alla vendita”, evidenzia.
Lo slancio del Giappone e il decennio d’oro dell’India
Da non sottovalutare neppure il Giappone, dove le riforme in atto stanno mandando in archivio la deflazione e portando il mercato a livelli che non si vedevano dal 1989. “La digitalizzazione è la chiave per superare le sfide demografiche e incentivare la produttività, e questo focus sta trainando la domanda di prodotti di società come Obic e JustSystems”, sostiene la Dickson. Per l’esperta, l’industria dei semiconduttori del Paese continua a fiorire, con aziende come Tokyo Electron, e molte società globali stanno localizzando la produzione in Giappone, come Tsmc. “Il revival del capex e gli investimenti diretti esteri sono fattori reflazionistici”, fa notare.
Infine l’India, che sta divenendo una buona alternativa alla Cina per la produzione di telefoni cellulari ed elettrodomestici, ma la cui ascesa a detta della Dickson rappresenta un trend più ampio. “La crescita delle infrastrutture sta accelerando, i nuovi hub manifatturieri stanno incentivando le economie regionali e la transizione energetica mondiale sta spingendo gli investimenti esteri verso un mix più ampio di Paesi in via di sviluppo per soddisfare le esigenze produttive e di risorse naturali”, spiega. Insomma, a suo parere le prospettive dei mercati emergenti sono interessanti. E, dal momento che le multinazionali diversificano le supply chain, si aprono occasioni interessanti per Paesi come l’India, il Messico e l’Indonesia. “Nel frattempo l’ampio sell-off in Cina ha creato opportunità per investire selettivamente in aziende con flussi di cassa solidi e quote di mercato dominanti, tra cui alcuni colossi tecnologici. Inoltre, gran parte dei mercati emergenti scambia con le valutazioni più ridotte su 10 anni su base prezzo/utili, e le banche centrali in molti di questi Paesi hanno ampio margine per tagliare i tassi”, conclude.
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