Fine della guerra e imminente riapertura di Hormuz riportano la fiducia sui mercati. Ma, per gli asset manager, a greggio e lingotto servono più tempo e certezze per stabilizzarsi. Emergenti favoriti
Mentre USA e Iran fanno a gara per intestarsi la vittoria, sui mercati si respira un clima decisamente positivo dopo il raggiungimento di un primo accordo di pace. La firma ufficiale è fissata per venerdì in Svizzera, quando dovrebbe definitivamente riaprire lo Stretto di Hormuz, ma la reazione degli investitori è stata immediata nonostante i dettagli sia ancora tutti da chiarire (e da negoziare): petrolio in forte calo, oro in corsa, listini di ogni latitudine in rialzo. D’altra parte si tratta di un evento decisivo, come sottolineano i gestori, che segna il diradarsi dell’incertezza e la ripresa degli approvvigionamenti energetici con inevitabili ripercussioni su inflazione e politica monetaria.
“L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo”, ha esultato il presidente USA Donald Trump su Truth, annunciano l’autorizzazione a una piena apertura senza pedaggio dello Stretto di Hormuz e all’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. “Navi del mondo, accendete i motori e che il petrolio scorra”, sono state le parole scelte dal tycoon. Tuttavia, secondo le prime indiscrezioni, quella siglata è più un’intesa per interrompere la guerra e calmare i mercati che una vera soluzione dei problemi. Per ora il memorandum prevedrebbe infatti la cessazione permanente delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello libanese, la fine del blocco imposto dagli americani alle navi iraniane e la riapertura dello Stretto entro 30 giorni ma con il punto sui pedaggi ancora da chiarire. Entro due mesi dovrebbero poi concludersi i ben più difficili negoziati sul nucleare per capire come eliminare i 9mila chili di uranio arricchito in mano a Teheran. Infine, Washington dovrebbe consentire agli Ayatollah la ripresa immediata delle vendite di petrolio mentre la cancellazione delle sanzioni economiche resta condizionata proprio alla trattativa sull’attività atomica del Paese asiatico.
Verso una nuova fase di ripresa ciclica
Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco
“La ripresa del flusso commerciale a Hormuz ha implicazioni immediate sul prezzo del petrolio”, commenta da Invesco l’investment strategist Luca Simoncelli, secondo cui questi effetti si sommano ad alcuni elementi che gli investitori stanno iniziando a scontare come l’erosione delle scorte strategiche più lenta del previsto e i nuovi equilibri tra i produttori del Golfo dopo l’uscita degli Emirati dall’Opec. “Al netto di un prossimo periodo in cui il mercato richiederà una fase di aggiustamento”, assicura, “la probabilità di un ribasso sostanziale del barile aumenta e allo stesso modo il rischio di stagflazione diminuisce”. Per l’esperto, a modificarsi è ora proprio l’equilibrio delle dinamiche macro: “Lo shock dei mesi passati alla fiducia di consumatori ed imprese può infatti riassorbirsi e favorire una nuova fase di ripresa ciclica a livello globale”, afferma.
Dello stesso parere Ion Jauregui, analista di ActivTrades, che sottolinea però come trader e analisti rimangano comunque cauti riguardo alla possibilità di ritardi o difficoltà nell’esecuzione del patto. “L’andamento dei prezzi coincide inoltre con un contesto di mercato in cui gli investitori continuano a monitorare da vicino le prospettive della domanda globale e cinese ma anche le future decisioni di produzione dell’Opec+”, osserva. A suo parere, nel breve termine i prezzi del greggio rimarranno quindi strettamente legati a tre variabili: l’effettiva riapertura del transito attraverso lo Stretto, segnali provenienti dal cartello dei Paesi produttori e capacità delle principali economie di sostenere la crescita della domanda energetica durante la seconda metà dell’anno.
Lee Hardman, senior currency analyst di MUFG, dubita che il barile possa tornare ai livelli sotto i 70 dollari visti prima del conflitto: ci vorrà infatti del tempo perché le forniture tornino pienamente operative, senza contare che le scorte si sono ridotte e l’eventualità di un fallimento dell’accordo richiede comunque un premio per il rischio geopolitico più elevato. Questa prima intesa dovrebbe però “contribuire a ridurre le possibilità uno scenario più destabilizzante per l’economia globale e per i mercati finanziari”, sostiene.
Attenzione all’azionario
Mark Haefele, cio di UBS Global Wealth Management
Quanto alle prospettive per il mercato azionario, che pure ha accolto con favore la svolta, Mark Haefele predica un certa cautela è soprattutto. Il chief investment officer di UBS Global Wealth Management ravvisa infatti la necessità di un’esposizione diversificata tra settori e aree geografiche. “Sebbene si mantenga la convinzione di un ulteriore rialzo dei mercati”, sostiene, “si riscontra anche una maggiore dispersione tra i singoli titoli”. Condizione che impone di un’allocazione strategica più ampia insieme a un’esposizione mirata a opportunità di crescita strutturale
Dollaro resiliente
Sul fronte delle valute, gli analisti di Ebury fanno notare come il dollaro si sia dimostrato complessivamente e straordinariamente resiliente. “La sovraperformance dell’economia statunitense e la sensazione che il deterioramento istituzionale negli USA sia meno grave di quanto temuto hanno restituito parte dello smalto al biglietto verde”, analizzano, sottolineando come la valuta abbia ceduto solo una piccola frazione dei guadagni accumulati durante il conflitto nei confronti delle valute europee. Hardman evidenzia invece come, tra le divise del G10, finora la principale beneficiaria sia stata la corona svedese. “L’intesa potrebbe inoltre favorire un recupero di quelle monete asiatiche che hanno risentito pesantemente del conflitto”, aggiunge, citando quattro casi in particolare: la rupia indonesiana, il won sudcoreano, il baht thailandese e la rupia indiana. Più in generale, secondo l’esperto, l’accordo dovrebbe favorire un’ulteriore correzione dei guadagni accumulati sul dollaro USA durante il conflitto. Tuttavia, avverte, “resta il rischio di un aggiornamento di politica monetaria dai toni più restrittivi e gli operatori saranno prudenti nell’aprire posizioni corte prima della riunione del Fomc di mercoledì”.
Paulo Salazar, head of emerging markets equity di Candriam
Paulo Salazar, head of emerging markets di Candriam, si focalizza sugli Emergenti: la descalation, il calo del petrolio, l’attenuarsi delle pressioni inflazionistiche e l’indebolimento del dollaro stanno infatti contribuendo a creare un quadro favorevole. “Riteniamo che il contesto attuale possa innescare una rotazione all’interno dei titoli azionari di questi mercati”, afferma. A suo parere, il settore energetico potrebbe cedere parte dei guadagni relativi accumulati durante le recenti tensioni mentre il comparto dei materiali potrebbe beneficiare del miglioramento delle aspettative di crescita globale e di una normalizzazione dei mercati delle materie prime. Non solo. Per l’esperto, anche i metalli preziosi meritano attenzione: “Man mano che l’attenzione degli investitori si sposta dal rischio di guerra verso il calo dei tassi, l’indebolimento del biglietto verde e il miglioramento delle condizioni di liquidità, il settore potrebbe iniziare a recuperare terreno”, rimarca.
L’oro ha bisogno anche di altro
Quanto al metallo prezioso per eccellenza, Ewa Manthey e Warren Patterson, economisti di ING, fanno notare come l’oro spot abbia chiuso la terza sessione consecutiva col segno più, superando i 4.335 dollari l’oncia nella mattina del 15 giugno. Tuttavia, sottolineano, “per un rialzo sostenuto è ancora necessario un contesto macroeconomico più positivo, che includa rendimenti più bassi, prezzi del petrolio più contenuti e chiari segnali che la Feder vada verso una politica monetaria più accomodante”. Nonostante il rimbalzo, fanno infatti notare, il lingotto rimane circa il 18% al di sotto dei livelli registrati all’inizio del conflitto, con i prezzi elevati dell’energia che continuano a sostenere l’inflazione e a pesare sugli asset non fruttiferi.
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