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A settembre l’indice dei prezzi sale del 2,4%: più del 2,3% atteso ma ai minimi da oltre tre anni. Per i gestori, il ritmo di allentamento rallenterà a novembre
Per i mercati, la Federal Reserve sceglierà di tagliare i tassi di 25 punti base il prossimo 7 novembre. A settembre, l’inflazione negli Stati Uniti è infatti salita leggermente oltre le attese ma si è trattato dell’aumento più basso da oltre un anno e mezzo. Questo dato (assieme a quelli in uscita venerdì sui prezzi alla produzione) è considerato decisivo per decretare le prossime mosse del Fomc, chiamato a considerare anche i rinnovati timori legati al mercato del lavoro dopo che la scorsa settimana i sussidi di disoccupazione sono cresciuti più del previsto.
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Inflazione in rallentamento, ma oltre le attese
L’indice dei prezzi al consumo americano è salito a settembre del 2,4%, sopra le attese degli analisti di +2,3% ma in rallentamento rispetto al +2,5% di agosto e comunque ai minimi da febbraio 2021. A pesare sono stati in particolare il carrello della spesa e la casa. A livello congiunturale l’aumento si è attestato allo 0,2%, anche in questo caso leggermente maggiore rispetto al +0,1% stimato dal mercato. Stessa sorte per l’inflazione core, sorvegliata speciale della Fed, che ha segnato +3,3% su base annua e +0,3% a livello mensile: in questo caso, il consensus si era assestato rispettivamente su +3,2% e +0,2%. Intanto, le richieste di sussidi alla disoccupazione sono cresciute di 33mila unità e hanno raggiunto quota 258mila, sopra i 230mila delle stime.
Fed verso un taglio di 25 punti base
Secondo gli analisti, l’inflazione e la resilienza del mercato del lavoro mostrata dal Job Report di settembre alimenteranno il dibattito interno alla Fed sull’entità del prossimo taglio dei tassi. E, con tutta probabilità, spingeranno l’istituto a una riduzione più contenuta rispetto al mezzo punto dell’ultima riunione. Dopo la pubblicazione del CPI, il FedWatch di CME Group indica infatti al 90% la probabilità di una riduzione pari a 25 punti base a novembre (contro il 76% della vigilia) e vede una possibilità di circa il 10% che Powell decida faccia una pausa. D’altra parte, i verbali del meeting di settembre hanno mostrato che una “sostanziale maggioranza” era favorevole a una sforbiciata di 50 punti base ma che c’era un accordo ancora più ampio sul fatto che tale mossa non avrebbe impegnato il Fomc a un particolare ritmo di allentamento.
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Le conseguenze per l’obbligazionario
John Kerschner, head of US securitised products e portfolio manager di Janus Henderson Investors, fa notare che a determinare l’aumento del CPI core sono stati i prevedibili aumenti dei biglietti aerei e delle assicurazioni mentre i costi degli alloggi sono cresciuti solo dello 0,3%. “Si tratta di una delle misure più basse che abbiamo visto negli ultimi tre anni”, evidenzia, precisando che “i costi degli alloggi sono stati tra i principali fattori a mantenere l’inflazione totale sopra il target 2%”. Quanto al mercato obbligazionario, l’esperto ricorda che prezzi oltre le attese segnalano di solito tassi più alti mentre un rincaro più contenuto degli appartamenti e un mercato del lavoro più debole si traducono normalmente in un più basso costo del denaro. “Il mercato stava ancora digerendo il recente aumento di 40 punti base del Treasury a due anni”, afferma, “mettete tutti questi dati insieme e avrete un mercato dei titoli statunitensi da due a dieci anni che è solo leggermente più alto”. Per Kerschner, si tratta di un segnale di confusione o di mancanza di convinzione da parte degli investitori. “Ora si aspetterà i discorsi dei rappresentanti della Fed e il dato PPI per cercare di decifrare cosa sta succedendo con un’economia sorprendentemente forte e un Fomc alquanto combattuto”, conclude.
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