Sul tavolo dei leader l’Iran ma anche dazi, terre rare, AI, Taiwan e la fragile intesa di ottobre. Secondo i gestori, i cambiamenti tangibili saranno modesti. Intanto l’azionario cinese resta appetibile
Mentre in Medio Oriente la tregua è appesa a un filo e la pace sembra un miraggio, gli occhi dei mercati si sono spostati su Pechino. Giovedì e venerdì il presidente USA Donald Trump incontrerà infatti il suo omologo cinese Xi Jinping per parlare di commercio, energia, intelligenza artificiale, Taiwan e ovviamente della guerra in Iran. Visto il pantano in cui si è trasformato l’attacco ai anni di Teheran e le sonore bocciature ai dazi che continuano ad arrivare dai tribunali americani, la speranza della Casa Bianca è di chiudere il summit potendo vantare qualche successo su alcune delle tante questioni sul tavolo. Tuttavia, per gli analisti, l’evento rischia di concludersi con un magro bottino: una manciata di accordi economici (carne, soia, aerei e poco altro) e un’intesa per gestire gli scambi commerciali futuri, mentre non è ancora chiaro se verrà estesa la traballante tregua commerciale raggiunta lo scorso ottobre.
Trump porterà con sé una serie di ceo delle più grandi società a stelle e strisce: da Elon Musk di Tesla a Tim Cook di Apple, fino a Larry Fink di BlackRock e Robert Kelly Ortberg di Boeing. Tuttavia, l’obiettivo prioritario sarà convincere Xi a lavorare su Teheran perché accetti un accordo sulla fine del conflitto. La Cina ha infatti forti legami con il regime degli Ayatollah e rimane un importante acquirente del suo petrolio, ma non è immune al costo economico di una guerra prolungata nonostante desideri una sconfitta degli USA. Naturalmente Pechino vorrà qualcosa in cambio e il presidente americano potrebbe vedersi costretto ad allentare almeno un po’ il suo appoggio a Taiwan. Il Dragone vuole anche che la Casa Bianca si impegni a non intraprendere in futuro azioni commerciali di ritorsione, come i controlli sulle esportazioni di tecnologia, e a revocare i controlli esistenti sull’export di semiconduttori avanzati e di apparecchiature per la produzione di chip. Gli Stati Uniti, nel frattempo, cercano maggiore accesso alle terre rare cinesi.
I risultati saranno modesti
Robert Gilhooly, senior Emerging Markets economist do Aberdeen Investments
“La visita del presidente Trump a Pechino rappresenta un’opportunità per ricalibrare le relazioni tra i due Paesi ma i cambiamenti tangibili saranno probabilmente modesti”, commenta da Aberdeen Investments il senior Emerging Markets economist Robert Gilhooly. Per l’esperto, il controllo della Cina sui minerali strategici le garantisce in fatti una carta vincente per aiutare a mantenere l’attuale tregua precaria. Tuttavia, avverte, “chi spera in una significativa riduzione dei dazi e in chiarimenti sulle relazioni commerciali o in una dichiarazione congiunta sul conflitto in Medio Oriente rischia di rimanere deluso”.
Se è possibile che il presidente USA revochi alcuni dei dazi sul Fentanyl, centrale sarà inoltre la politica statunitense in materia di accesso alle tecnologie avanzate. “Il Congresso potrebbe voler adottare una linea dura sulla restrizione agli acquisti di chip avanzati ma non escluderemmo un modesto allentamento nell’ambito di un accordo transazionale”, afferma Gilhooly. L’esperto osserva anche come sia anche probabile il rilascio di dichiarazioni di alto livello, con la promessa di acquistare più prodotti statunitensi. “La competizione strategica sull’intelligenza artificiale fa poi supporre che difficilmente si raggiungerà un accordo sulla necessità di definire delle linee guida intergovernative per l’AI”, aggiunge. Quanto al conflitto mediorientale, Gilhooly giudica improbabile che venga diffuso un comunicato congiunto contenente dichiarazioni concrete. “Se da un lato le opinioni positive saranno accolte con favore dai mercati come indicazione del mantenimento dello status quo”, mette in guardia, “dall’altro le dinamiche sottostanti continuano a indicare un ulteriore allontanamento tra le due parti nel lungo termine”.
Ottimismo sull’azionario cinese
Anche Richard Tang, equity research analyst Asia di Julius Baer, si aspetta risultati modesti e ritiene improbabile che il mercato azionario ne risulti influenzato. “Rileviamo una forte performance nel settore della localizzazione tecnologica in vista dell’incontro”, analizza, facendo notare come i titoli legati alle unità di elaborazione grafica abbiano invece registrato un aumento minore. Per il resto, secondo l’esperto, il posizionamento in vista di questo evento è limitato poiché gli investitori si aspettano perlopiù un mantenimento dello status quo. “Restiamo comunque ottimisti sui titoli azionari cinesi e prevediamo che i segmenti più deboli come Internet recuperino terreno in termini di performance nel secondo semestre del 2026”, afferma.
Peter Kinsella, global head of Investment Services UK di Union Bancaire Privée
Sulla stessa lunghezza d’onda il Team advisory & gestione di Intermonte, secondo cui “il vertice potrebbe contribuire ad allentare le tensioni commerciali degli ultimi mesi nonostante le limitate aspettative per un accordo commerciale esaustivo”. Inoltre, aggiungono gli esperti della casa di gestione, c’è l’eventualità che si registri “un impulso agli esportatori cinesi e ai produttori mondiali di hardware tech”. Infine, secondo Peter Kinsella, head of Investment Services UK di UBP, il vertice dovrebbe rappresentare un fattore positivo per lo yuan. “Anche il clima che precede l’incontro appare favorevole”, osserva, “con entrambe le parti che stanno adottando toni costruttivi”. “In questo contesto”, assicura, “il recente trend di apprezzamento della valuta di Pechino dovrebbe contribuire ad attenuare eventuali pressioni o critiche legate agli squilibri valutari”.
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