Per i gestori, sia Washington sia Teheran hanno bisogno di un accordo. Ma restano diversi ostacoli. In ogni caso, il ritorno alla normalità sarà lento. Ecco cosa può accadere e cosa significa per i portafogli
La strada per il cessate il fuoco definitivo tra Stati Uniti e Iran appare ancora tortuosa. Dopo l’annuncio di una riapertura dello Stretto di Hormuz fatto venerdì da Washington, nel weekend la situazione è infatti precipitata ancora una volta. La nuova settimana è quindi partita all’insegna della tensione, poi stemperata dalla notizia dell’imminente avvio del secondo round negoziale a Islamabad. Al di là dell’andamento a singhiozzo della trattativa e delle sue immediate ripercussioni su Borse e petrolio, per i gestori il nodo principale è cosa accadrà dopo l’accordo che entrambi i Paesi hanno bisogno di raggiungere. I tempi di ripresa del traffico navale, le ripercussioni di sei settimane di guerra, le decisioni delle banche centralisono infatti solo alcuni degli interrogativi cruciali che si pongono in queste ore i mercati.
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Secondo Lizzy Galbraith, senior political economist di Aberdeen Investments, le difficoltà che stanno rallentando i progressi verso un cessate il fuoco duraturo sono da imputare a diversi fattori. Uno di questi è il vuoto di potere che caratterizza il governo iraniano. “Con un’alta percentuale dei principali leader uccisi”, afferma l’esperta, “non è chiaro se esista una singola figura con l’autorità e la capacità di raggiungere un accordo che tutti siano disposte a rispettare”, afferma. L’analista non esclude neppure la possibilità che entrambe le parti stiano cercando di rafforzare la propria posizione in vista dell’incontro in Pakistan, pur rimanendo sostanzialmente alla ricerca di un’intesa. Teheran ha infatti validi motivi strategici per evitare una ripresa degli attacchi e porre fine al contro-embargo USA. Così come Trump è alla ricerca di una via d’uscita. “La guerra rimane impopolare in patria e qualsiasi stabilizzazione del suo indice di gradimento in vista delle elezioni di medio termine dipenderà probabilmente dalla riduzione dei prezzi della benzina”, evidenzia.
Una lenta ripresa
Nel frattempo, Galbraith avverte che considerarelo stretto di Hormuzcome ‘aperto’ o ‘chiuso’ è una visione troppo semplicistica della questione. “Anche lo scenario migliore implica che il traffico dal passaggio marittimo aumenti solo gradualmente”, chiarisce, “dato che il governo USA ha richiamato la necessità di effettuare operazioni di bonifica dalle mine”. Questo significa che le carenze fisiche di petrolio e Gnl ma anche fertilizzanti, carburante per aerei ed elio continueranno ad accumularsi a prescindere dall’effettivo conseguimento di progressi diplomatici tra le parti in causa.
I mercati intanto, come fanno notare gli analisti del Global credit team di Algebris Investments, si stanno concentrando più sulle intenzioni che sui progressi effettivi. “Il cessate il fuoco tra Israele e Libano rende più agevole un accordo finale ma permangono divergenze sulle garanzie nucleari e di sicurezza”, avvertono, sottolineando come questo implichi sarà necessario più tempo per arrivare a una situazione stabile. La scorsa settimana, i principali indici azionari hanno superato i massimi di febbraio, mentre gli spread creditizi sono tornati sui livelli più compressi dell’anno: l’unico premio al rischio residuo resta sui tassi. Ma gli esperti della casa fanno notare come, a prescindere dall’evoluzione del conflitto, il traffico nello Stretto resti al di sotto di circa il 10% rispetto ai livelli prebellici mentre il petrolio si mantiene intorno a 100 dollari dai 65 di febbraio. “Continuiamo a ritenere che i mercati sottostimino quanto i prezzi delle materie prime possano causare un indebolimento della domanda”, sostengono, precisando che ciò offre un’opportunità per aumentare le coperture o ridurre il rischio.
Dello stesso parere gli analisti di Ebury, che rimarcano come le dichiarazioni ottimistiche rilasciate da Trump la scorsa settimana su un possibile accordo e sulla riapertura di Hormuz siano state accolte da un pesante calo del barile e da un netto rialzo degli asset di rischio. “I mercati sembrano scontare una reale mancanza di propensione alla ripresa delle ostilità da parte di entrambi gli schieramenti”, osservano. Ma aggiungono che un ostacolo chiave per i negoziati continua a essere rappresentato dal programma nucleare iraniano, cui si sommano gli attacchi al Libano e il blocco statunitense. “Un’interruzione del processo di de-escalation potrebbe fornire un supporto a breve termine al dollaro, precisano, pur mantenendo una visione ribassista nel medio termine.
Tre scenari
Chris Iggo, cio di AXA IM core Bnpp AM
Chris Iggo, chief investment officer di Axa IM core Bnpp AM, guarda più avanti e afferma che una pace duratura produrrebbe uno scenario macroeconomico globale scosso ma non destabilizzato in modo irreversibile. I mercati, infatti, potrebbero tornare rapidamente ai livelli di valutazione precedenti al conflitto: spread creditizi compressi e multipli azionari elevati. “Tra gli investitori si è già diffusa con chiarezza una logica di comprare sulla pace”, spiega. Tuttavia, secondo Iggo, la vera domanda è un’altra: “Se si tornerà davvero alle valutazioni precedenti al 27 febbraio e, soprattutto, che cosa significherebbe questo per le prospettive di lungo periodo”. Nel caso in cui il cessate il fuoco dovesse fallire, è invece opinione dell’esperto che mercati riprenderebbero a scendere. Se invece la pace reggesse, il ritorno ai recenti massimi potrebbe essere rapido. In uno scenario intermedio, in cui il conflitto alterni tregue temporanee a prolungate fasi di logoramento, il copione sarebbe infine abbastanza noto: prezzi del petrolio in aumento, ritorno dei timori di stagflazione, volatilità elevata e peggioramento delle prospettive globali.
Dal punto di vista degli investitori, Iggo ha una view chiara: guardare al medio termine significa assumere che, prima o poi, una soluzione verrà trovata. Ma implica anche accettare che i rendimenti attesi resteranno probabilmente piuttosto moderati. “Non si è verificato alcun vero cambio di regime nei prezzi e le convinzioni di fondo dei mercati restano che i tassi delle banche centrali sono ormai vicini a un livello neutrale e le aspettative di inflazione di lungo periodo rimangono ancorate”, spiega. Questo lo porta a stimare, nel medio termine, rendimenti nominali intorno al 3,5%-4,5% per i Treasury USA mentre le previsioni sui govies europei e britannici sono rispettivamente al 2,5%-3,5% e al 4,5%-5,0%. Per gli investitori più prudenti, orientati al reddito e con un orizzonte di medio termine, Iggo ritiene che aggiungere credito a un portafoglio costruito su titoli di Stato risk-free possa aumentare il rendimento atteso composto. “L’asset class appare oggi più interessante sul piano tattico”, chiarisce, “con fondamentali che restano solidi e la domanda che continua a sostenere il mercato”. Per i portafogli azionari, a suo avviso, il nodo cruciale è che molti mercati e singoli titoli restano ancora costosi. “La diversificazione rimane essenziali e i gestori attivi possono evitare o almeno limitare l’esposizione ai titoli più cari”, conclude.
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