La banca centrale UK abbassa per la quarta volta il costo del denaro, che scende al 4,25%. Colpa dell’effetto dazi su inflazione e crescita a lungo termine. “Ma il pil 2025 sarà più alto del previsto”. Per i gestori, possibili fino a tre allentamenti entro dicembre
Bank of England sempre più nel solco della BCE. A fronte dell’ultimo dato sull’inflazione, scesa al 2,6% dal 2,8% del mese precedente, la banca centrale del Regno Unito ha infatti deciso di seguire le orme della cugina continentale e si è decisa per un taglio dei tassi di interesse dopo quello messo a segno a luglio. Il costo del denaro nel Paese scende così di un ulteriore quarto di punto e si assesta al 4,25%. Una mossa attesa dagli investitori, che invece hanno accolto con favore la revisione al rialzo delle prospettive di crescita per il 2025. Ma i gestori predicano ottimismo e si dicono convinti: “Attese altre sforbiciate entro fine anno”.
Rachel Reeves, Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito
Il Monetary Policy Committee (MPC), equivalente britannico del Consiglio Direttivo della BCE, si è diviso addirittura in tre al momento del voto: due membri si sono espressi per un taglio ancora più forte, altrettanti hanno caldeggiato la linea di cautela con cui si è mossa la banca centrale USA e quindi hanno votato per mantenere il costo del denaro invariato, mentre altri cinque componenti si sono schierati sulla soluzione mediana alla fine adottata. A incidere sulla decisione anche le aspettative relative alla crescita globale, che l’istituto ritiene “indebolite” alla luce dei dazi di Donald Trump. “Le ultime settimane hanno dimostrato quanto possa essere imprevedibile l’economia globale”, ha chiarito a proposito il governatore Andrew Bailey, “ecco perché dobbiamo mantenere un approccio graduale e cauto”. “Questo allentamento è il quarto da quando siamo al governo e rappresenta certamente una buona notizia”, ha invece commentato la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, che pure ha sottolineato come la strada resti lunga e siano tante le famiglie ancora nella morsa del carovita.
La (paradossale) sponda dei dazi
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Proprio i timori per un’inflazione persistente e per una crescita dei salari più altra che altrove erano stati il principale fattore a dissuadere la BoE dal seguire il ritmo della BCE. Ma ora le cose sembrano essere cambiate, e un grosso contributo, in maniera quasi paradossale, è arrivato dallo stesso Trump. Senza il freno al commercio messo dal tycoon, un taglio dei tassi sarebbe stato infatti meno certo questo mese. Il verbale della riunione lo conferma: per tre dei membri che hanno votato a favore di un sforbiciata dello 0,25%, la decisione di allentare sarebbe stata “molto equilibrata” se le misure protezionistiche americane non fossero entrate in vigore. Nello specifico, l’attuale stima della banca centrale è che le tariffe ridurranno l’economia britannica dello 0,3% in tre anni e contribuiranno a riportare l’inflazione al livello desiderato più rapidamente.
Se è poi vero che la mossa della BoE sui tassi era data tutto sommato per scontata, come dimostra il timido +0,3% registrato dal FTSE 100 a metà seduta, non v’è dubbio che a stupire investitori sia stato miglioramento delle prospettive di crescita a breve termine. L’istituto ha cioè rivisto al rialzo le sue previsioni sul pil UK per il 2025, fissandole all’1% dal precedente 0,75%. Come spiegato nella nota d’accompagnamento alla decisione, si tratta di un upgrade dovuto soprattutto alla produzione industriale inaspettatamente forte del primo trimestre e al possibile accordo sui daziUSA annunciato dal governo. “L’intesa aiuta a ridurre l’incertezza”, ha detto il governatore Andrew Bailey, secondo cui è “eccellente che il Regno Unito faccia da apripista” in questo ambito. Ma gli aspetti positive per gli operatori finanziari non si esauriscono qui. Al di là del negoziato in via di conclusione tra Londra e Washington, e pur considerando uno scenario in peggioramento, la BoE non ha infatti previsto che la guerra commerciale possa innescare una recessione nell’immediato futuro.
I gestori vedono altri tagli entro fine anno
Simon Dangoor, head of Fixed Income Macro strategies di Goldman Sachs AM
Quanto ai prossimi passi, entusiasmo si è registrato soprattutto da parte dei gestori patrimoniali. Secondo Simon Dangoor, head of Fixed Income Macro strategies di Goldman Sachs Asset Management, la mossa della BoE non rappresenta altro che il naturale proseguimento dell’approccio di “allentamento graduale” inaugurato mesi fa, ma i rischi di ribasso per la crescita lasciano ben sperare. Da qui una previsione più che ottimistica sul resto dell’anno: “Ci aspettiamo altri tre tagli dei tassi entro dicembre e crediamo che l’istituto possa accelerare il ritmo di allentamento, con la possibilità di raggiungere un tasso terminale del 3% qualora i venti contrari all’economia si dovessero intensificare e l’inflazione apparisse meno persistente di quanto temuto”.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Anche Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, si dice convinto che il taglio deciso dalla BoE possa configurarsi come una svolta fondamentale per l’economia britannica. “Soprattutto se seguito da un compromesso sui dazi e dal conseguente sollievo degli esportatori”, spiega, “rafforzerebbe il sentiment del mercato”. Tuttavia, è sua opinione che la divisione in seno al comitato di politica monetaria testimoni la complessità delle sfide che Bailey e colleghi si ritrovano ad affrontare.
Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury
Una view condivisa da Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury, secondo cui la banca centrale appare ancora profondamente divisa sul percorso futuro dei tassi nel Regno Unito. “Lo MPC ha ribadito che eventuali ulteriori sforbiciate saranno sia graduali sia prudenti”, ricorda l’analista, sottolineando come la società si aspetti una pausa dalla riunione di giugno e poi non più di altri due tagli nella restante parte dell’anno. “Questo approccio dovrebbe contribuire a mantenere il sostegno alla sterlina”, spiega, “soprattutto considerando il relativo isolamento del Paese dai rischi per la crescita legati al protezionismo statunitense”.
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