Al Salone del Risparmio 2026 il confronto tra industria e reti evidenzia il potenziale ancora inespresso dei mercati privati per la consulenza d’alta fascia. Ma, tra innovazione di prodotto e sfide distributive, per crescere serve lavorare su tre fronti: educazione, soluzioni multi-asset, integrazione con l’economia reale
Con il patrimonio globale passato da 762 miliardi a 16mila miliardi di dollari negli ultimi 25 anni, il mercato dei private asset si conferma uno dei driver più importanti per l’industria del risparmio gestito. E anche se l’Italia risulta ancora indietro in quanto a tasso di penetrazione dell’asset class nei portafogli degli investitori professionali, il cambio di passo è dietro l’angolo. Si può riassumere così il messaggio emerso dalla conferenza di Assogestioni andata in scena nella seconda giornata di Salone del Risparmio, intitolata “Catturare il valore dei mercati privati: una svolta per il wealth”. Dal confronto tra operatori e distributori è però emersa una view chiara: per sfruttare a pieno il potenziale di crescita del comparto occorre lavorare su educazione finanziaria e soluzioni multiasset. Non senza una maggior sforzo di integrazione con l’economia reale.
A fornire una cornice entro cui sviluppare il dibattito è stato l’intervento introduttivo di Fabio Galli, Direttore Generale dell’Associazione padrona di casa, che ha fatto una panoramica sui numeri salienti del comparto. “L’Europa cuba circa il 20% dei volumi complessivi associati agli investimenti alternativi”, ha spiegato, chiarendo come il ritardo della Penisola anche rispetto agli altri Paesi del Vecchio Continente sia legato a una minore profondità della componente istituzionale. “Negli Stati Uniti lo sviluppo dei private markets è partito da assicurazioni e fondi pensione”, ha precisato, “mentre da noi tutto accade nel wealth management”. Un limite che, considerando la ricchezza privata disponibile e la crescente domanda di diversificazione, si traduce però anche in un’opportunità.
Una crescita globale che passa dal wealth
Luca Giorgi, Vicepresidente Comitato Private Markets e Alternativi di Assogestioni
A restituire la dimensione di questo potenziale e della strada ancora da far per sfruttarlo a pieno è stato invece Luca Giorgi, Vicepresidente del Comitato Private Markets e Alternativi di Assogestioni. “Le stime di crescita parlano di circa 25mila miliardi entro il 2030”, ha detto, “ma l’esposizione dei portafogli italiani resta sotto l’1% per il segmento wealth e intorno allo 0,9% per quello private”. E il gap, dal suo punto di vista, non dipende solo dai bias culturali che i nostri connazionali si portano dietro ma è legato anche a fattori strutturali come barriere di accesso e complessità degli strumenti. Un limite che la nuova generazione di prodotti, in primis gli Eltif 2.0, punta però a superare grazie a maggiore flessibilità e liquidità.
Federico Vettore, head of European Private Markets for Wealth di Morgan Stanley Investment Managers
Sul piano degli obiettivi di investimento, il consenso tra i relatori è stato ampio: i mercati privati rappresentano un tassello strategico nei portafogli. Per Federico Vettore, head of European Private Markets for Wealth di Morgan Stanley Investment Managers, oltre ai classici driver di rendimento e diversificazione questi asset permettono ad esempio “l’accesso a opportunità tematiche che guidano la crescita futura spesso intercettate nella fase iniziale sui mercati privati”: su tutte, l’intelligenza artificiale.
Karim Leguel, Global Alternatives Client Solutions si J.P. Morgan AM
Una visione condivisa da Karim Leguel, Global Alternatives Client Solutions si J.P. Morgan AM, che ha evidenziato anche il ruolo difensivo giocabile dalla categoria in contesti di grande volatilità come quello attuale: “Sono strumenti che possono proteggere il portafoglio fasi di inflazione elevata, grazie a flussi indicizzati e contratti di lungo periodo soprattutto nelle infrastrutture”.
Multi-alternative ed Eltif 2.0: la porta d’ingresso
Guglielmo De Martino, senior investor Alternative Portfolio Solution di BlackRock
Se i benefici sono chiari, il vero elemento distintivo resta la selezione. E a sottolinearlo nella maniera più chiara è stato Guglielmo De Martino, senior investor Alternative Portfolio Solution di BlackRock, secondo cui “la differenza nei private markets la fa la capacità di generare alpha attraverso sourcing e selezione delle opportunità”. Un aspetto che rende difficile l’approccio fai-da-te: “Non esiste un universo investibile comune come nei mercati pubblici e la dispersione tra i gestori è molto elevata”, ha sottolineato. Ecco allora che le soluzioni multi-asset emergono come il principale punto di accesso per il segmento wealth, perché sono strumenti utili a delegare la costruzione del portafoglio e ottenere una diversificazione immediata anche con ticket contenuti. In questo contesto, gli Eltif 2.0 rappresentano una svolta: prodotti semi-liquidi, con finestre di uscita e maggiore accessibilità, che stanno rapidamente ampliando l’offerta europea.
Mauro Sbroggiò, amministratore delegato di Finint Investments
Il legame con l’economia reale però resta centrale, soprattutto in un Paese caratterizzato da piccole e medie imprese e forte dipendenza dal credito bancario. Per Mauro Sbroggiò, amministratore delegato di Finint Investments, “il private market è un’infrastruttura che collega il risparmio a imprese spesso non abituate a strumenti di finanziamento alternativi”. Un cambio culturale necessario per mobilitare capitali verso la crescita.
Distribuzione ed educazione: la sfida della distribuzione
Chiara Calì, head of Group Funds & Portfolio Management di UniCredit
Nella seconda tavola rotonda, dedicata alla distribuzione, il focus si è spostato sulle condizioni necessarie per portare i private markets nei portafogli retail. Secondo Chiara Calì, head of Group Funds & Portfolio Management di UniCredit, il primo ostacolo resta la comprensione: “Serve uno sforzo educativo importante, sia sulle reti che sugli utenti finali, perché questi strumenti non sono assimilabili ai prodotti liquidi tradizionali e occorre conoscerne i meccanismi di funzionamento”.
Andrea Perlini, head of Fund Research & Alternative Investments di Fideuram ISPB
Un punto ripreso da Andrea Perlini, head of Fund Research & Alternative Investments di Fideuram ISPB, che ha evidenziato come la consulenza giochi un ruolo chiave: “La costruzione del portafoglio deve partire dagli obiettivi del cliente e dalla sua capacità di sostenere l’illiquidità”. Greta Teot, executive director e head of Private Markets di Mediobanca Private Banking, ha sottolineato l’importanza della trasparenza: “Chiarezza su orizzonte temporale, rischi e funzionamento è fondamentale per costruire fiducia e favorire l’adozione”.
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