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Secondo Palazzo Koch, il 15% dei titolari di microimprese risponde correttamente a meno di quattro domande su otto sui concetti finanziari di base. Capitale di rischio, diversificazione e costo del credito le lacune più evidenti. Ma, rispetto al 2021, l’indice complessivo migliora del 2%
L’alfabetizzazione finanziaria dei piccoli imprenditori italiani resta un fattore da rafforzare, soprattutto quando si tratta di valutare il capitale di rischio e comprendere il costo dei finanziamenti. È quanto mostra una recente indagine condotta sui titolari di PMI da Bankitalia, secondo cui oltre metà del campione non raggiunge la fascia più alta di conoscenza. Una fotografia che richiama l’attenzione sul rapporto tra competenze economiche e gestione aziendale, in un contesto nel quale le decisioni su liquidità e investimenti influenzano in misura sempre più determinante le prospettive di sviluppo delle attività più piccole.
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Sufficienza lontana
I risultati del sondaggio, che ha interpellato 5.000 patron di aziende locali con non più di nove dipendenti, parlano chiaro: il punteggio medio registrato dagli intervistasti raggiunge il 74% del massimo conseguibile, 2 punti percentuali in più rispetto alla rilevazione del 2021, ma nelle otto domande dedicate ai concetti finanziari di base soltanto il 45% ottiene almeno sette risposte corrette. Il dato implica che il 55% del campione non raggiunge la fascia più alta di conoscenza: il 40% si colloca in quella intermedia, con quattro-sei risposte esatte, mentre il 15% non è in grado di superare con successo più di tre quesiti.
Le maggiori lacune
Le difficoltà maggiori emergono su alcuni concetti che possono avere ricadute concrete nelle scelte aziendali. Le risposte corrette si fermano al 63% per il capitale di rischio, al 61% per il rapporto tra durata dei prestiti e costo del credito, al 68% per la diversificazione del rischio. Più solide le conoscenze relative a dividendi e rapporto rischio-rendimento, per i quali la quota di successi si attesta invece attorno all’80%. Un insieme di evidenze che suggerisce come le competenze non siano omogenee tra i diversi ambiti della materia: comprendere come e perché si determina il tasso di interesse offerto da un determinato strumento, ad esempio, non equivale necessariamente a saper valutare le fonti di finanziamento di un’impresa o a riconoscere i benefici della differenziazione.
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Conoscenze finanziarie e investimenti in tecnologia
Sui comportamenti, viene invece rilevato come pressoché tutti i microimprenditori monitorino regolarmente l’andamento della loro attività e quasi il 90% separi i conti aziendali da quelli personali ed effettua previsioni sulla redditività”. Risulta invece meno diffusa (66%) l’abitudine a confrontare le offerte di servizi finanziari e assicurativi. Per quello che riguarda la tecnologia, Bankitalia segnala che l’adozione delle innovazioni digitali più avanzate è ancora contenuta: “L’intelligenza artificiale è utilizzata dal 5% delle del campion”, si segnala, “anche se il 19% la sta sperimentando o ne prevede l’adozione entro un anno”. Non solo. Proprio la tendenza a dotarsi di sistemi algoritmici appare connessa al risultato conseguito dal singolo patron, con l’indagine che evidenzia l’esistenza di un’associazione positiva tra il livello di alfabetizzazione del titolare e la probabilità che la sua organizzazione robotica o sistemi interconnessi.
Il nodo giovani
Anche tra i titolari più giovani emergono alcune indicazioni rispetto al livello di educazione e ai temi in cui c’è maggiore preparazione. Nella fascia tra i 18 e i 34 anni, ad esempio, oltre il 70% del campione risponde correttamente alle domande sul rapporto rischio-rendimento e a quelle sul costo dei mutui. Le percentuali scendono però al 65% per l’inflazione e al 63% per la diversificazione, confermando che le competenze individuali tendono a svilupparsi o essere coltivate in modo differenziato a prescindere dell’età.
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