L’aumento dei prezzi della benzina spinge il carovita di settembre su base sia mensile che annua. Secondo gli asset manager, si complica la posizione di Warsh e dei repubblicani. “Ma eventuali rialzi dovrebbero arrivare solo dopo le midterm”
La guerra in Iran fa salire inflazione americana a settembre e riporta pressione sulla Federal Reserve. Stando ai dati forniti dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, l’indice dei prezzi al consumo è salito del 3,7% su base annua dal +3,4% del mese precedente e dello 0,6% su base mensile rispetto allo 0,4% di trenta giorni prima. Due risultati superiori alle attese e che stanno inducendo gli asset manager ad aspettarsi un nuovo rialzo dei tassi di interesse, anche se molto probabilmente non prima delle elezioni di midterm.
Le cifre rese note da Washington mettono in evidenza l’effetto ancora persistente del conflitto in Medio Oriente sui rincari dei combustibili e sulla tenacia dell’inflazione, che era scesa bruscamente dal picco del 9,1% toccato nel 2022 ma è tornata a salire da quando le ostilità sono iniziate. L’indice dei prezzi dell’energia è infatti aumentato del 5,2% dopo il +2,1% ad agosto, con quello relativo alla benzina che è cresciuto del 9,1% e ha così rappresentato oltre la metà dell’incremento mensile complessivo. Più contenuto invece l’ampliamento dei prezzi subito dagli alloggi, che hanno accelerato allo 0,4% dal precedente +0,3%, mentre i prodotti alimentari sono addirittura rimasti invariati. Ma il quadro non migliora neppure escludendo queste altre componenti volatili dal computo, con l’inflazione di fondo che risulta in salita sia su base annua che mensile: del 2,6% contro 2,4% di agosto nel primo caso, dello 0,3% contro lo 0,2% del consensus nel secondo.
Gestori: nuovo rialzo in vista
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Prima della pubblicazione dei dati, la vicepresidente della Fed per la supervisione Michelle Bowman aveva ribadito di non ritenere urgente un aumento dei tassi di interesse neppure a fronte di un’inflazione ancora elevata ma i gestori sono convinti del contrario. Per Richard Flax, cio di Moneyfarm, il dato aggiunge pressione sulla Fed. Con due riunioni ancora in calendario prima della fine dell’anno, è infatti la tesi del top manager, i policymaker saranno chiamati a valutare l’eventualità di un ulteriore rialzo dei tassi d’interesse. Ciò detto, è opinione di Flax che il cambio ai vertici non abbiano influenzato l’intonazione della banca centrale e ci si possa quindi aspettare una prosecuzione dell’approccio data driven adottato finora. “Lo scenario prevalente è che Warsh mantenga i tassi invariati prima delle elezioni di medio termine e rinvii l’eventuale nuovo rialzo alla riunione di dicembre”, ha sintetizzato, ricordando come l’eventualità di un ritocco sia in grado di produrre anche implicazioni politiche per i repubblicani al governo.
Dello stesso tenore la view di Richard Carter, responsabile della ricerca sul reddito fisso presso Quilter Cheviot, secondo cui l’inflazione core superiore alle previsioni suggerisce che i “rincari si stanno trasmettendo al resto dell’economia”.
Johnathan Owen, gestore della boutique di Vontobel chiamata TwentyFour Asset Management, ritiene cje l’indice CPI core di settembre costituisce un ulteriore segnale del fatto che la Fed non stia compiendo grandi progressi in materia di inflazione. E ciò lascia poco spazio ai tagli che alcuni avevano sperato per il 2027, con qualsiasi allentamento sembra ora subordinato a un calo dei prezzi dell’energia difficile da poter osservare nel breve periodo. “La riluttanza Warsh a fornire una forward guidance ha permesso alla fazione Williams-Jefferson di orientare le aspettative a breve termine”, ha spiegato l’esperto, “e più le quotazioni si avvicinano al 50/50 maggiore è la pressione sulla Fed affinché mantenga le promesse”. Con i mercati ora divisi su un aumento dei tassi a ottobre, è la sua conclusione, le dichiarazioni del governatore all’FMI saranno analizzate minuziosamente alla ricerca di qualsiasi indicazione sulla sua propensione ad agire questo mese.
John Kerschner, global head of Securitized Products & Portfolio Manager di Janus Henderson, riconduce il nodo della questione a un punto fondamentale: “Si sta prendendo atto che l’impennata dei prezzi del greggio non è più un fenomeno temporaneo, soprattutto considerando che i volumi di greggio in transito attraverso lo Stretto di Hormuz sono ormai quasi tornati ai livelli precedenti al conflitto”. Dal suo punto di vista, questo significa che il mercato sta incorporando nei prezzi una sorta di premio per il rischio petrolifero e che le aziende stanno trasferendo sempre più frequentemente questi maggiori costi sui consumatori anziché assorbirli nei propri margini.” Riteniamo che la Fed si trovi di fronte a una sfida particolarmente complessa e che un singolo rialzo dei tassi non sarà sufficiente a placare le tensioni che stanno attraversando il mercato obbligazionario”, è la sua conclusione.
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