4 min
Dal 47% di depositi sul totale degli asset finanziari italiani a oltre il 70% nel Sud e nelle Isole: il divario territoriale riflette redditi, cultura finanziaria e accesso alla consulenza. Per colmare la distanza servono pianificazione, prossimità e strumenti capaci di accompagnare gradualmente le famiglie verso il mercato
Mobilitare i capitali privati per fornire un ulteriore motore di sviluppo e competitività alle economie europee è un’esigenza a più riprese sottolineata nel dibattito pubblico degli ultimi anni. Relazioni come quelle stilate da Mario Draghi ed Enrico Letta ne sono esempi concreti. Eppure, nel nostro Paese, questa esigenza si scontra con un problema di natura ancor più strutturale: il risparmio italiano non parla la stessa lingua da Nord a Sud. La conferma arriva niente meno che da Bankitalia, i cui recenti dati mostrano l’esistenza di una distanza netta nel modo in cui le famiglie costruiscono e investono la propria ricchezza finanziaria. Se a livello complessivo i depositi rappresentano infatti il 47% degli asset nazionali, con un floor che nelle regioni settentrionali arriva a meno del 40%, la loro incidenza sul totale sale al 75%-77% quando si analizzano sin gole realtà come la Basilicata o la Calabria. Un divario che si riflette anche nella distribuzione complessiva dei patrimoni, producendo una fotografia in cui Meridione e Isole detengono oltre un quarto dei depositi ma meno di un ottavo della raccolta in diretta. Per l’industria dell’asset management, risolvere l’anomalia non significa però semplicemente spostare liquidità immobilizzata: la vera sfida è creare le condizioni perché le risorse accantonate possano diventare produttive in modo graduale, consapevole e duraturo.
📰 Leggi anche “Ecco quanto costa alle famiglie tenere i soldi sul conto“
Non tutta la liquidità è capitale da investire
A inquadrare le radici del problema è Simone Rossi, docente di Economia degli intermediari finanziari all’Università Cattolica e autore di uno studio che già diversi anni fa aveva analizzato cause e conseguenze della diversa incidenza dei depositi. Secondo l’accademico, il punto chiave per affrontare il problema in maniera efficace consiste nel non commettere l’errore di considerare automaticamente i conti correnti meridionali come una massa di capitale ‘parcheggiato’ da poter trasferire nel risparmio gestito. “Per una parte delle famiglie”, spiega infatti, “le risorse parcheggiate in banca svolgono una funzione di protezione”. Il dato sulla capacità di risparmio aiuta a comprenderne la ragione: nel 2024 la propensione ad accantonare denaro si è infatti fermata al 6,08% nel Mezzogiorno contro il 9,73% del Nord. E quando il margine disponibile si riduce in presenza di grande incertezza, come in questo caso, è inevitabile che mantenere una quota di cash superiore alla media appaia una scelta razionale anziché una semplice rinuncia all’investimento. C’è poi anche un tema di cultura e alfabetizzazione finanziaria, con l’Edufin Index 2025 che assegna al Sud e alle Isole 53 punti contro i 57,6 del Nord-Est. “Senza una base di sufficiente conoscenza della materia e di strumenti per accedere ai mercati dal minimo grado di sofisticazione”, è la tesi del professore, “non ci si potrà mai aspettare uno slancio reale nella direzione della pianificazione patrimoniale”. Da qui, dunque, una prima distinzione importante per leggere il dato di Bankitalia: “Non tutta la liquidità è capitale immediatamente disponibile per l’asset management”. E il problema del Mezzogiorno, in questa prospettiva, rappresenta una versione più accentuata di una que stione italiana più ampia: l’elevato stock di depositi non può essere trasformato in investimenti senza prima intervenire sulle condizioni che determinano la capacità e la volontà delle famiglie di assumere un orizzonte più lungo.
Il ruolo della desertificazione
Secondo Giuseppe Bono, che ha approfondito i dati Bankitalia in qualità di junior research analyst di Assogestioni, un’altra spiegazione del divario risiede nel fatto che il Sud sconta una presenza bancaria più limitata. “Nell’analizzare i portafogli delle famiglie a livello regionale”, spiega, “non si può prescindere dal ruolo svolto dai canali distributivi nel favorire l’accesso agli strumenti di investimento”. A suo avviso, la propensione a investire è infatti influenzata anche dalla prossimità e dalla possibilità di usufruire di servizi di consulenza. Ne deriva, come chiarito dal membro dell’Ufficio Studi dell’Associazione, che “per una parte della popolazione la presenza fisica degli intermediari continua a rappresentare un elemento rilevante anche al netto delle maggiori opportunità di partecipazione ai mercati offerte dalla diffusione dei canali digitali”. Ed è proprio in questo senso che Via Nazionale evidenzia l’eterogeneità territoriale, mostrando come il numero di sportelli ogni 100mila abitanti sia doppio nel Nord rispetto a quello osservato nel Mezzogiorno. Un dato che, tornando alla lettura di Rossi, non va interpretato soltanto in termini di disponibilità del servizio. “La filiale non è solo il luogo dove si apre un conto o si sottoscrive un investimento”, osserva il professore, “è anche un presidio di conoscenza del territorio e del cliente”. E questo assume un peso particolare proprio nelle aree in cui la cultura finanziaria è più debole, dove cioè la presenza fisica può contribuire a intercettare bisogni che le persone non tradurrebbero autonomamente in una domanda di investimento…

.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.