Sfondata anche quota 4.400 dollari l’oncia sulla speranza di una Fed più accomodante nei prossimi mesi. Per Goldman Sachs il 2026 chiuderà a quota 4.900, per Ubp a 4.600
Nuovo record per chiudere in bellezza l’anno migliore dal 1979. Dopo dodici mesi col turbo, l’oro non poteva farsi mancare il rally natalizio, sfondando anche i 4.400 dollari l’oncia e polverizzando il precedente massimo di 4.381 dollari segnato in ottobre. Il bilancio da gennaio segna così un allungo di oltre il 65%, con ben 51 top storici aggiornati in dodici mesi. Ma non è solo il lingotto a luccicare in questo 2025. L’argento continua a salire ed è sempre più vicino a un livello mai raggiunto: 70 dollari, +138% da inizio 2025. Il platino viaggia sopra i duemila dollari per la prima volta dal 2008 (+125%) e il palladio si è spinto fino a 1.786,45 dollari, il massimo da quasi tre anni. Anche il rame ha raggiunto vette inesplorate ed è ormai prossimo alla soglia psicologica di 12mila dollari per tonnellata.
Le ragioni della corsa sono molteplici, ma a dare quest’ultima spinta è stato soprattutto l’aumento delle scommesse su ulteriori riduzioni dei tassi da parte della Federal Reserve, un fattore che favorisce oro e argento, privi di rendimento ma più attraenti quando il costo del denaro scende. In particolare, dopo i dati sull’inflazione diffusi la scorsa settimana e risultati inferiori alle attese, i mercati sono sempre più convinti che nel 2026 la banca centrale americana taglierà almeno due volte: ad aprile e a settembre, in entrambi i casi per 25 punti base. A questo si aggiungono poi il presidente USA Donald Trump, che continua a invocare una politica monetaria più accomodante, e l’imminente cambio al vertice della Fed, che dovrebbe portare a una presidenza più dovish. Decisivo anche il fattore geopolitico: l’escalation tra Venezuela e Stati Uniti, la tensione sempre elevata tra Ucraina e Russia e le frizioni sul fronte asiatico stanno infatti continuando a sostenere la domanda di beni rifugio.
La golden age continuerà
La correzione di ottobre sembra essere stata quindi solo una parentesi e molti analisti sono convinti che il metallo giallo stia per inaugurare un altro anno brillante. Goldman Sachs prevede un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia nel 2026, con possibilità di ulteriori rialzi. In particolare, la banca USA punta l’attenzione sulla corsa degli ETF, che rappresentano ormai un concorrente delle banche centrali nell’accaparrarsi un’offerta fisica limitata. Con un deciso effetto rialzista sui prezzi. Una domanda crescente di fondi indicizzati garantiti dall’oro, un dollaro più debole e un interesse in crescita da parte degli investitori retail alla ricerca di una copertura contro l’aumento delle tensioni commerciali e geopolitiche dovrebbe insomma spingere le quotazioni. In ogni caso, oltre all’effetto Fed, secondo gli analisti gli acquisti delle banche centrali continueranno a rappresentare il principale driver del lingotto, anche alla luce del fatto che i rischi geopolitici e le incertezze economiche stanno spingendo gli istituti centrali dei mercati emergenti a incrementare le riserve. La previsione è che il volume di acquisto mensile di questi investitori istituzionali si mantenga a circa 70 tonnellate (dalle 80 del 2025) e che per ogni aumento di un punto base nell’allocazione degli investitori privati il prezzo del metallo giallo cresca di circa l’1,4%.
Michaël Lok, group cio and co-ceo asset management di Union Bancaire Privée
Un po’ meno ottimista Michaël Lok, group cio and co-ceo asset management di Union Bancaire Privée, secondo cui certamente l’oro rimane un asset ad alta convinzione, ma con un potenziale di rialzo per il 2026 che appare più contenuto rispetto al 2025. La sua previsione è infatti di “un prezzo target di 4.600 dollari l’oncia entro la fine del nuovo anno”.
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