Secondo il gestore della casa, gli EM si preparano a una stagione di sovraperformance strutturale grazie a valutazioni basse e debolezza del dollaro. Opportunità selettive in Cina e India. Ma occhio anche al boom dell’intelligenza artificiale
Xavier Hovasse, responsabile degli Emerging Equities di Carmignac
“I mercati emergenti sembrano finalmente pronti a colmare oltre 15 anni di sottoperformance rispetto a quelli dei Paesi sviluppati”. Le parole pronunciate da Xavier Hovasse, responsabile degli Emerging Equities di Carmignac, potrebbero creare un certo spaesamento in chi abbia gioito del netto sorpasso registrato dalle Borse EM su quelle americane nel corso del 2025. Eppure, la sua view non potrebbe essere più chiara: se il recente exploit dell’asset class può essere considerato come un evento circostanziale rispetto alla traiettoria degli ultimi 15 anni, caratterizzati dal quasi costante dominio di Wall Street, siamo alle porte di una stagione in cui le geografie più periferiche imporranno la loro superiorità in maniera strutturale. FocusRisparmio ha raggiunto il gestore per approfondire questo scenario e capire come cogliere le opportunità che si presenteranno.
I mercati emergenti hanno iniziato un nuovo ciclo di sovraperformance?
Direi che siamo probabilmente solo all’inizio di un catch-up. Se guardiamo alle performance degli ultimi cinque anni, l’MSCI Emerging Markets ha registrato un +26% in dollari contro il +79% dei mercati sviluppati: parliamo quindi di oltre 15 anni di sottoperformance. Questo significa che esiste ancora molto spazio di recupero, soprattutto considerando che le valutazioni restano significativamente più basse: il price-to-earnings degli emergenti è intorno a 11,9 volte contro circa 18,3 dell’MSCI World, a fronte però di una crescita degli utili superiore. Ecco perché, all’interno di Carmignac, abbiamo un view strutturalmente bullish sugli EM e li sovrappesiamo nei nostri fondi globali sia sull’azionario sia sul reddito fisso.
Nel 2025 gli EM hanno però effettivamente battuto i mercati sviluppati. Cosa ha guidato questa dinamica?
Un primo fattore va ricercato nella debolezza degli Stati Uniti. Dopo l’elezione di Donald Trump, il mercato si aspettava un dollaro forte e azionario USA in rialzo ma è successo l’esatto opposto: deficit fiscali elevati, politiche economiche percepite come poco coerenti e tensioni istituzionali hanno indebolito il biglietto verde e ridotto l’attrattività relativa degli asset finanziari americani. Un cortocircuito che ha spinto molti investitori globali a riallocare capitale fuori dagli Stati Uniti. Poi va considerato il miglioramento interno di cui molti Paesi emergenti si sono resi protagonisti. Se infatti negli ultimi 15 anni diversi Stati avevano sofferto per politiche economiche inefficienti o governance debole, oggi il quadro appare più equilibrato e alcuni mercati stanno mostrando progressi tangibili: lo testimoniano, tra gli altri dati, traiettorie dei tassi di interesse e dell’inflazione decisamente migliori delle nostre.
Ha menzionato il ruolo di Trump. Quali effetti sull’asset class vi aspettate dalla sue politiche nel 2026?
Per quanto le mosse dell’amministrazione Trump siano difficili da prevedere, non siamo particolarmente ottimisti sulla qualità delle politiche fiscali americane. Ci aspettiamo ulteriore spesa pubblica in vista delle elezioni di medio termine. E se è vero che il successore di Jerome Powell potrebbe mantenere un approccio relativamente ortodosso, con deficit elevati non vediamo le condizioni per un biglietto verde strutturalmente forte. Questo, nonostante le insidie sul fronte geopolitico siano numerose, ci porta a credere che nel complesso gli asset emergenti non smetteranno di ricevere supporto.
Dove vedete oggi le opportunità più interessanti nell’universo EM?
La chiave di lettura dei mercati emergenti sta cambiando profondamente: più che una tradizionale allocazione geografica, oggi il vero fattore discriminante è l’esposizione all’intelligenza artificiale e alle grandi trasformazioni tecnologiche. 25 anni fa la domanda era se comprare banche turche o minerari sudafricani. Oggi il primo interrogativo è: questa azienda è beneficiaria o vittima dell’IA? E poiché gran parte dell’infrastruttura tecnologica globale viene oggi prodotta in Asia, nei nostri portafogli circa un quarto dell’esposizione non può che essere concentrato in tre società: Taiwan Semiconductor, Samsung e SK Hynix. La prima produce il 100% dei chip Nvidia mentre le aziende coreane dominano la memoria utilizzata nei semiconduttori: sono business con barriere all’ingresso enormi e difficilmente replicabili. Ma c’è anche altro, perché l’IA sta cambiando anche il ciclo delle commodity: la domanda non dipende più dal real estate cinese, ma dal fabbisogno energetico e infrastrutturale legato agli algoritmi.
La Cina continua a rappresentare una componente strutturale degli indici EM, ma il contesto regolamentare e geopolitico resta complesso. Come valutate il premio per il rischio incorporato nei listini cinesi e quali criteri usare per selezionare società sul mercato?
Non v’è dubbio che la Cina resti un mercato complesso, soprattutto per l’incertezza geopolitica e per alcune fragilità strutturali dell’economia domestica. Tuttavia, il contesto è oggi più favorevole rispetto agli ultimi anni. La guerra commerciale con gli USA ha mostrato limiti evidenti e ha portato a una fase di maggiore distensione, mentre il mercato ha iniziato a riconoscere nuovamente la capacità innovativa del Paese. Restano però criticità importanti, a partire dalla demografia in calo e dalla crisi immobiliare, che rendono meno attraenti le società legate alla domanda interna. Ecco perché Carmignac privilegia un’esposizione selettiva, concentrata sui leader tecnologici e industriali globali: aziende attive nelle batterie, nei veicoli elettrici, nella robotica e nei semiconduttori e tutti gli altri settori in cui Pechino mantiene un forte vantaggio competitivo internazionale. L’approccio è quindi mirato più agli esportatori e ai campioni tecnologici che alle società domestiche tradizionali, per le quali vengono richieste valutazioni più contenute.
E l’India? Negli ultimi anni sta guadagnando l’attenzione degli investitori grazie a un mix vincente di riforme strutturali e crescita economica, ma c’è chi pone l’accento su un aumento delle valutazioni forse non sufficientemente giustificato.
Se la Cina è una storia guidata dall’export e dalla tecnologia, l’India rappresenta quasi l’opposto. Qui il principale motore di crescita è infatti la domanda interna, sostenuta da una demografia favorevole e da politiche economiche considerate pro-mercato. A oggi il Paese offre un contesto macro relativamente stabile, con un governo orientato allo sviluppo e alla crescita del settore privato. Di conseguenza, l’esposizione deve concentrarsi soprattutto su società legate al mercato domestico e che promettono di beneficiare direttamente dell’espansione della classe media: dai titoli finanziari alle assicurazioni fino ai beni di consumo e al real estate. Se c’è invece da individuare una criticità, anche rispetto al tema delle valutazioni, questo va ricercato nella minore presenza di grandi aziende tecnologiche rispetto ad altri mercati asiatici. Nonostante ciò, Carmignac mantiene un sovrappeso moderato sul Sub-continente e lo considera una delle storie strutturali di crescita più solide all’interno dell’universo emergente.
Come gestite il rischio valutario nei mercati emergenti?
Generalmente non copriamo il rischio cambio: chi investe nei nostri fondi accetta la volatilità valutaria. La gestione avviene a monte, attraverso la selezione dei Paesi. Privilegiamo economie con surplus delle partite correnti, cioè Paesi che risparmiano più di quanto spendono e riescono ad attrarre capitale estero. Queste realtà tendono infatti ad avere valute locali più stabili e con maggiore probabilità di apprezzamento nel lungo periodo, contribuendo a ridurre volatilità e rischio complessivo del portafoglio.
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