Davanti al Congresso il presidente della banca centrale USA ribadisce di voler attendere maggiore chiarezza sull’effetto dei dazi. Ma ora la sua posizione appare più fragile
Jerome Powell, presidente della Fed
Solo una settimana dopo la riunione in cui la Federal Reserve ha deciso all’unanimità di lasciare invariati i tassi di interesse, il presidente dell’istituto centrale, Jerome Powell, è tornato a riaffermare la necessità di essere prudenti. “Siamo ben posizionati per attendere di saperne di più sul probabile andamento dell’economia prima di considerare eventuali modifiche alla nostra posizione politica”, ha ribadito nel corso dell’attesa audizione al Congresso USA. Nonostante le argomentazioni siano state le stesse di mercoledì scorso, la sua posizione è apparsa però meno solida, visto che all’interno del Fomc sono iniziate ad emergere le prime voci di dissenso.
Powell: nessuna fretta, attendiamo chiarezza sui dazi
“I cambiamenti delle policy continuano ad evolversi e i loro effetti sull’economia rimangono incerti”, ha spiegato Powell alla commissione Servizi finanziari della Camera. Sottolineando come gli effetti dei dazi dipenderanno, tra le altre cose, dal loro livello finale. “Le aspettative su tale livello, e quindi sui relativi impatti economici, hanno raggiunto un picco ad aprile e da allora sono diminuite. Ciononostante, è probabile che gli aumenti delle tariffe quest’anno facciano salire i prezzi e pesino sull’attività”, ha chiarito. Le conseguenze sull’inflazione, ha proseguito, potrebbero essere di breve durata oppure più persistenti, ed è per questo che è necessario attendere prima di intervenire. Tanto più, ha scandito, che l’economia americana e il mercato del lavoro sono ancora in una “posizione solida” e che l’inflazione è rallentata in modo significativo ma resta oltre l’obiettivo. Insomma, la Fed non ha fretta di tagliare il costo del denaro e può permettersi di aspettare maggiore chiarezza circa l’impatto della politica commerciale dell’Amministrazione Trump.
Il Fomc inizia a spaccarsi
Powell quindi non arretra di un millimetro, resistendo al pressing del presidente Trump, ma tra i suoi colleghi c’è chi inizia a manifestare posizioni diverse. Lunedì Michelle Bowman, nominata a marzo dalla Casa Bianca vicepresidente per la supervisione della Fed, non ha usato giri di parole. “È tempo di valutare un adeguamento del tasso di riferimento”, ha affermato. Dicendosi pronta, “se le pressioni inflazionistiche dovessero rimanere contenute”, a sostenere “un abbassamento del tasso di riferimento già dalla nostra prossima riunione, al fine di avvicinarlo al suo livello neutrale e sostenere un mercato del lavoro sano”. Venerdì scorso, anche il governatore Christopher Waller aveva sostenuto che la banca centrale dovrebbe prepararsi a valutare un taglio dei tassi il mese prossimo.
A favore della linea del presidente Powell è invece intervenuto il numero uno della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, secondo cui il Fomc dovrebbe procedere con una sola riduzione di un quarto di punto verso la fine del 2025, basandosi sulla previsione che quest’anno la crescita scenderà probabilmente all’1,1% e l’inflazione tornerà intorno al 3%. A Reuters, Bostic ha infatti spiegato che non c’è fretta di tagliare, dal momento che le aziende prevedono di alzare i prezzi entro la fine dell’anno in risposta all’aumento delle tariffe sulle importazioni.
Trump non molla
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Nel frattempo Trump continua la sua offensiva contro Powell. Dopo averlo pesantemente insultato nel corso del meeting della scorsa settimana, il presidente USA è tornato a chiedere una riduzione urgente e consistente del costo del denaro. “Dovremmo essere almeno di 2-3 punti più in basso”, ha scritto su Truth Social. Concludendo che “se le cose dovessero poi cambiare in negativo, aumenteremmo i tassi”.
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