L’indice dei prezzi al consumo si ferma al +2,4%, meno delle stime. In frenata anche il dato core. Intanto arriva l’annuncio di un accordo con la Cina: confermate le tariffe reciproche di Ginevra. Per gli asset manager, salgono le probabilità di una sforbiciata ai tassi. Ma prima di settembre
Segnali positivi per l’economia degli Stati Uniti arrivano dal fronte dei prezzi. La rilevazione di maggio del Bureau of Labour Statistics ha infatti mostrato un rallentamento dell’inflazione rispetto alle attese degli analisti. I prezzi al consumo hanno registrato un aumento dello 0,1% su base mensile dopo il +0,2% di aprile e atteso dagli analisti, confermando la stessa dinamica anche su base annua. Una rilevazione che si somma all’annuncio dell‘intesa con la Cina sui dazi e che, secondo i gestori, aumenta le chance di un nuovo taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve nel secondo semestre.
Secondo il Bureau of Labour Statistics (BLS) americano, i prezzi al consumo hanno registrato un aumento dello 0,1% su base mensile: un risultato inferiore dello 0,1% rispetto sia al dato del mese precedente sia a quello atteso dagli analisti. La crescita tendenziale dell’inflazione è stata invece del 2,4%, in salita rispetto al precedente 2,3% ma meno di quanto atteso dal consensus (+2,5%). La componente core, ossia l’indice dei prezzi al consumo depurato di elementi volatili come cibo ed energia, ha registrato un aumento dello 0,1% contro lo 0,3% delle stime e lo 0,2% di 30 giorni prima, mentre a livello tendenziale è rimasto invariato al +2,8%.
USA-Cina, c’è l’intesa: dazi a 10% e 30% come a Ginevra
Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Intanto è arrivata la notizia del raggiungimento di un accordo commerciale con la Cina dal summit di Londra. Le tariffe resteranno allo stesso livello di quanto stabilito nelle settimane scorse a Ginevra, quando Washington si è impegnata a ridurre la tassazione sui prodotti di Pechino al 30% a fronte del 10% imposto da Pechino. Lo ha confermato un funzionario dell’amministrazione al Wall Street Journal, prima che lo stesso Donald Trump ne parlasse ufficialmente su suo social Truth. “L’intesa è stata raggiunta ma è soggetta all’approvazione finale da parte del Presidente Xi e mia”, ha scritto il tycoon, che ha aggiunto: “Otteniamo un totale del 55% in dazi doganali mentre loro ottengono il 10%”. Una cifra, quella di cui si legge, che va però interpretata come la somma delle tariffe decise nella città svizzera (al 20% sul fentanyl e al 10% applicate a tutti i Paesi) con quelle già applicate dal presidente verso il colosso asiatico nel corso del suo primo mandato.
Fed: salgono le chance di un taglio, ma solo da settembre
Secondo Alexandra Wilson-Elizondo, global co-head and co-chief investment officer of Multi-Asset Solutions di Goldman Sachs Asset Management, la rilevazione sull’inflazione è la prova di come le tariffe non abbiano prodotto quell’impatto immediato e di ampia portata che molti osservatori si aspettavano. “Le aziende hanno utilizzato le scorte di magazzino esistenti o stanno gradualmente adeguando i prezzi a causa della domanda incerta”, è la spiegazione addotta dell’esperta. Quanto alla traiettoria futura del carovita, la specialista ritiene che i rincari dei servizi dovrebbero invece rimanere contenuti rendendo eventuali fiammate parentesi temporanee. Uno scenario che, unito a nuovi segnali di indebolimento del mercato occupazionale e all’intesa con la Cina, potrebbe spingere la Fed a valutare un taglio deitassi d’interesse finora non preventivato. “Ci aspettiamo che Powell mantenga un atteggiamento attendista in occasione del meeting della prossima settimana ma vediamo spazio per una sforbiciata più avanti nel corso dell’anno”, precisa.
Filippo Diodovich, senior market strategist di ING Italia
Anche per Filippo Diodovich, senior market strategist di ING Italia, il mercato del lavoro in leggero declino e un’inflazione sotto controllo aumentano le chance di un allentamento nel secondo semestre da parte della banca centrale. Ciononostante, è opinione dell’analista che si debba prestare cautela e restare pronti a ogni scenario. “La Fed continuerà a monitorare l’andamento delle variabili macroeconomiche e deciderà solo nel corso dei prossimi mesi la direzione da imprimere alla sua politica monetaria”, ha detto, precisando che l’eventuale cambio di passo non si potrà comunque concretizzarsi fino a quando Washington non abbia risolto tutte le controversie con i Paesi colpiti dai dazi. Tradotto: se ci sarà una sforbiciata, non arriverà prima di settembre.
John Lloyd, global head of Multi-sector Credit Strategies di Janus Henderson
John Lloyd, global head of Multi Sector Credit di Janus Henderson, ha invece una view più positiva. Secondo l’esperto sono infatti possibili due riduzioni del costo del denaro di qui a fine anno da parte dei policymaker USA. “La Fed dovrà attendere di vedere gli effetti completi delle politiche commerciali e valutare se le aspettative di inflazione del mercato rimarranno fondate prima di reagire ma i dati resi pubblici indicano che la è strada giusta, afferma, precisando che attualmente sono prezzati 50 punti base di tagli cumulativi al tasso dei Fed Funds per l’anno. Quanto al 2026, la traiettoria di politica monetaria resta più difficile da prevedere poiché “l’economia e i mercati saranno influenzati dalle decisioni politiche del governo statunitense e di altri Paesi”.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Tra coloro che guardano con particolare attenzione al prosieguo della disputa commerciale aperta da Trump con la comunità internazionale c’è invece Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. “Le previsioni indicano che gli effetti della tariffa base del 10% e di quelle più elevate sulle importazioni dalla Cina inizieranno a farsi sentire in modo più evidente nei prossimi mesi”, avverte, “contribuendo a spingere i prezzi verso l’alto e ad alimentare ulteriormente l’inflazione complessiva”. Anche per questo, è convinzione dell’esperto che la Fed manterrà comunque un atteggiamento prudente.
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