4 min
Secondo il nuovo sondaggio di Morningstar, rendimenti più bassi e un quadro macro in evoluzione cambiano l’asset allocation delle istituzioni globali. Sullo sfondo resta forte l’impegno per la sostenibilità, ma con un approccio più selettivo e pragmatico
Dopo anni dominati dalle strategie passive e dai tassi zero, le grandi istituzioni globali riscrivono le regole dell’allocazione. La nuova fotografia scattata dalla Asset Owner Survey 2025 di Morningstar mostra infatti un’industria in piena trasformazione: cresce il peso degli asset alternativi, si affievolisce l’interesse per gli USA e conquista i riflettori l’intelligenza artificiale. Un cambio di paradigma che non risparmia neppure l’approccio agli investimenti ESG, con la sostenibilità che cambia volto e diventa un criterio integrato nelle scelte di portafoglio anziché un obiettivo a sé stante.
📰 Leggi anche “Portafogli, il vademecum dei gestori per il secondo semestre“
La geopolitica fa paura
Il primo dato a emergere dall’analisi, che ha coinvolto 500 gatekeeper in tutto il mondo per un patrimonio in gestione pari a oltre 19mila miliardi di dollari, rivela come gli istituzionali sono sempre più concentrati nel distinguere il rumore di breve periodo da fattori di investimento realmente rilevanti o con impatti di lungo termine. E, tra questi, a emergere con maggiore forza è la geopolitica. Il 76% del campione considera infatti rilevanti i dazi imposti da Trump, il 73% indica invece l’attuale amministrazione statunitense nel suo complesso e il 62% si concentra sulla volatilità valutaria o sull’indebolimento del dollaro USA. Anche il panorama in rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale emerge come fattore significativo nei processi decisionali: lo menziona il 61% degli asset owner a livello globale, il 71% in Nord America, il 66% nell’area Asia-Pacifico e il 51% in Europa.
Il ruolo dell’AI tra allarmi bolla e trend strutturale
Proprio con riguardo all’IA, prevale la percezione che sia uno strumento di supporto alle attività operative piuttosto che un tema di investimento da cavalcare sul mercato. Una buona metà del campione afferma che gli impatti maggiori dell’implementazione degli algoritmi si avranno nella forma di un più facile accesso ai dati rilevanti, mentre il 46% parla di “miglioramento qualitativo delle informazioni” e delle attività di analisi. Due aree d’applicazione che, analizzando in dettaglio la segmentazione geografica, vedono particolarmente ottimisti gli operatori basati negli USA (58%) e in Germania (62%) mentre a puntare l’attenzione sugli investment insights sono soprattutto quelli di Singapore.
📰 Leggi anche “Il boom fondi semiliquidi USA tra opportunità e rischi“
Meno USA in portafoglio
Per quanto riguarda l’asset allocation, la survey ha reso evidente come gli asset owner stiano pensando in maniera sempre più insistente a ridurre la loro esposizione nei confronti degli Stati Uniti. Il 40% dice infatti di averlo già fatto o di esservi in procinto, con punte che toccano il 62% in Canada e il 55% nel Regno Unito. A livello regionale, gli investitori istituzionali dell’area Asia-Pacifico si mostrano particolarmente preoccupati per l’incertezza regolamentare americana (58%) mentre quelli in Europa (48%) risultano più sensibili al tema dei dazi rispetto ai loro omologhi (39%). Tra gli i rispondenti nordamericani emergono invece come motivazioni principali i differenziali di valutazione relativa e le prospettive di rendimento per regione. Dalle interviste qualitative, alcuni soggetti hanno infine evidenziato un rinnovato interesse per le opportunità nei mercati domestici: una tendenza che però non trova riscontro nei risultati quantitativi, venendo citata come fattore determinante per la scelta di sottopesare gli USA solo 9% del campione in Europa e dall’11% in Asia.
Asset owner più selettivi ma ancora impegnati sull’ESG
L’investimento sostenibile resta un pilastro delle strategie degli asset owner globali, nonostante la crescente polarizzazione sul tema. Il sondaggio mostra infatti come il 69% degli istituzionali continui a utilizzare il termine ESG, soprattutto per ragioni di coerenza, con punte del 73% in Europa e del 68% in Asia-Pacifico. Non solo. Il 20% del campione applica oggi questi criteri a oltre il 75% delle masse gestite, in aumento di otto punti percentuali dal 2024. Quelli che dichiarano di investire il 100% dei propri asset secondo criteri di sostenibilità rappresentano invece il 10% e sono più che triplicati negli ultimi tre anni. Il risultato è che ora il 44% del patrimonio totale risulta soggetto a considerazioni etiche, contro il 38% di tre anni fa. Approfondendo lo spaccato regionale, l’Europa mostra la quota più alta di risorse impiegate con approccio sostenibile (48%) mentre APAC e dal Nord America seguono a lunga distanza (rispettivamente 43% e 36%).
📰 Leggi anche “Perché investire sulle infrastrutture contro la tempesta dazi“
Le motivazioni principali e le barriere
Le ragioni più citate per l’integrazione ESG riguardano la pressione degli stakeholder e i principi etici ma anche il rispetto delle responsabilità fiduciaria, in aumento di oltre 12 punti percentuali rispetto al 2024. Sul fronte opposto, la principale barriera resta l’impatto sui rendimenti (53%). Seguono la mancanza di dati standardizzati (44%) e la difficoltà di rendicontazione (33%). Quanto ai temi ambientali di maggior interesse, la cosiddetta climate transition readiness e la gestione dell’energia si confermano le questioni più rilevanti: sono infatti il 56% e il 48% dei rispondenti metterle in cima alla lista. Sul fronte sociale dominano invece pratiche lavorative, diritti umani e inclusione mentre a livello di governance il peso dell’etica aziendale cresce dal 54% al 68%.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.