Il settore USA necessita già di oltre 9 trilioni di dollari di investimenti fino al 2033. E il reshoring causato dalla guerra commerciale creerà ulteriori opportunità. Ecco dove, secondo i gestori
Mentre sui mercati prevale il caos a causa della politica commerciale di Donald Trump, le infrastrutture possono rappresentare un porto sicuro. Sono infatti in grado non solo di resistere alla tempesta dei dazi, ma anche di coglierne le opportunità. Ne sono convinti molti gestori, secondo cui questa asset class, soprattutto negli USA, era già pronta a beneficiare di un’enorme necessità di investimenti fino al 2033, ma ora potrebbe ricevere un’ulteriore spinta dal reshoring causato dal nuovo regime tariffario o anche solo dal clima di incertezza che lo avvolge.
A fine marzo, l’American society of civil engineers (Asce) ha pubblicato la sua ‘Report card 2025’ per le infrastrutture americane. Ne emerge che un aumento dei finanziamenti federali e statali ha migliorato diverse categorie chiave, ma che nel prossimo decennio saranno ancora necessari investimenti per 9,1 trilioni di dollari per potenziare, modernizzare e mantenere quelle critiche. “Il dossier indica come attualmente esista un gap di finanziamento di almeno 3,6 trilioni di dollari che, a nostro avviso, indica notevoli opportunità per sviluppatori e investitori”, sottolinea Madeline Ruid, research analyst di Global X. Aggiungendo che, sempre stando al report Asce, sono strade, energia e scuole i segmenti con le maggiori esigenze di investimento stimate fino al 2033.
“Si stima che anche i segmenti con voti più alti, come i ponti e i porti, avranno bisogno di investimenti consistenti nei prossimi anni per effettuare una manutenzione adeguata, migliorare la resilienza e soddisfare i livelli di domanda previsti”, prosegue l’esperta. Sottolineando come il sistema interconnesso di reti infrastrutturali degli Stati Uniti sia ormai al centro dell’economia nazionale. “Le infrastrutture rimangono in gran parte obsolete e i rischi sono in aumento a causa della crescente domanda, del cambiamento climatico e della necessita di adottare tecnologie avanzate”, chiarisce. Ed è quindi inevitabile che il loro sviluppo “continuerà a essere al centro degli investimenti pubblici e privati, e questo continuerà a creare interessanti opportunità per gli investitori”, conclude.
A tutto questo, secondo Nick Langley, Simon Ong e Shaun Lim di ClearBridge Investments (Franklin Templeton), si aggiunge poi la spinta che arriverà dalle politiche commerciali trumpiane. “In teoria, l’imposizione di un dazio modifica le dinamiche commerciali tra le diverse economie e, di conseguenza, il flusso degli scambi”, spiegano infatti i tre esperti, secondo cui questo riorientamento avrà un impatto positivo netto sulle infrastrutture. In particolare, quelle user-pays (soprattutto gli operatori portuali, stradali e ferroviari), che movimentano le merci a livello economico globale e nazionale, sono destinate a essere le più esposte all’impatto dei dazi, dal momento che questi incidono sui flussi commerciali. “Dato che le merci vengono dirottate, non è ancora chiaro quali siano i vincitori e quali i vinti”, chiariscono però i tre esperti.
Per quanto riguarda le ferrovie USA invece, nel breve periodo Langley, Ong e Lim non prevedono una variazione sostanziale in termini di volumi, mentre nel lungo periodo (una volta cioè che saranno stabilite nuove catene di approvvigionamento) potrebbe verificarsi una riduzione, con un effetto negativo netto. Infine, ancora più a lungo termine, il reshoring dovrebbe far crescere il pil, con un possibile effetto moltiplicatore sui volumi ferroviari.
Infrastrutture energetiche in balia di venti trasversali
Un’altra area infrastrutturale in cui si registra un’attività transfrontaliera è quella delle infrastrutture energetiche, con pipeline che movimentano gas e petrolio su grandi distanze. “L’importanza strategica del gas e del petrolio spiega in parte il motivo per cui fin dall’inizio Trump vi ha applicato un dazio inferiore rispetto ad altri beni; tuttavia, anche questa tariffa inferiore, abbinata all’incertezza sugli scenari futuri, rappresenta una fonte di pressione sui volumi e sulla costruzione stessa delle pipeline”, analizzano i tre esperti. A loro parere, molto probabilmente si assisterà quindi a un passaggio dalla costruzione di pipeline transfrontaliere a quella di pipeline nazionali per supportare l’aumentata attività di perforazione e la domanda di impianti di generazione a gas da parte dei proprietari di data center e degli impianti a fonti rinnovabili intermittenti.
Servizi di pubblica utilità: scelte difensive sul mercato locale
Langley, Ong e Lim rivelano però che il peso maggiore nei loro portafogli infrastrutturali è attribuito alle utility regolamentate, che si distinguono per la mancata esposizione al commercio internazionale. Queste aziende sono infatti perlopiù soggette a regolamentazione locale e forniscono servizi essenziali. A loro parere, le utility regolamentate possono effettivamente trarre vantaggio dal fatto che le loro spese in conto capitale comportano un’elevata componente di prodotti importati, dall’acciaio al rame fino ai trasformatori. “Se questi prodotti dovessero aumentare di prezzo a causa dei dazi, aumenterebbe la base di asset delle utility e quindi i loro utili, nell’ipotesi di rendimenti costanti consentiti dagli organismi di regolamentazione”, affermano.
Inoltre, secondo i tre esperti, in un contesto caratterizzato da elevata volatilità dei mercati, rallentamento della crescita e timori di recessione, le infrastrutture in generale, e le utility in particolare, dovrebbero distinguersi per la resilienza dei ricavi e la stabilità generale. “Se i rendimenti obbligazionari dovessero diminuire a causa dei timori di recessione del mercato, ciò dovrebbe fornire una spinta alla valutazione degli asset a più lunga scadenza, infrastrutture comprese”, concludono.
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